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| 23 ago 2022 | 21:01

L'uguaglianza di genere è un diritto fondamentale ma anche un pilastro della crescita economica sostenibile ma in Italia la strada è ancora in salita

L’uguaglianza di genere non è solamente un diritto umano fondamentale, ma anche il pilastro di una crescita economica sostenuta e sostenibile. Il punto sull'ultimo rapporto del World Economic Forum tra le pagine di Trentino Industriale, la rivista di Confindustria Trento

di Redazione

TRENTO. Le agende politiche hanno da anni un pilastro strategico quale la parità di genere. L'Italia non rappresenta un'eccezione e le proposte in questa direzione si moltiplicano e sempre più riescono a diventare realtà. Ma il percorso è ancora in salita. A fronte di alcuni dati e indici che migliorano, il Paese si colloca alle spalle di Colombia e Bolivia. 

 

I progressi fatti nella direzione della riduzione del gap tra uomini e donne hanno luci e ombre. Si sono fatti notevoli passi avanti nel campo dell’accesso all’istruzione, ma le donne continuano a perseguire filiere di studio con minori prospettive e, in particolare, sono in minoranza nelle materie Stem, cioè della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica: proprio quelle che offrono le migliori opportunità di lavoro.

 

L’uguaglianza di genere non è solamente un diritto umano fondamentale, ma anche il pilastro di una crescita economica sostenuta e sostenibile. Il punto sull'ultimo rapporto del World Economic Forum tra le pagine di Trentino Industriale, la rivista di Confindustria Trento.

 

Un problema che riguarda tutti

- di Daniele Berti, Centro studi, Confindustria Trento -

 

Ogni anno il World Economic Forum rilascia un indice sintetico - il Global Gender Gap Index - volto a misurare le disuguaglianze di genere all’interno dei Paesi.

L’indice è composto da quattro diverse dimensioni chiave: la partecipazione economica e le opportunità, il livello di istruzione, la salute e la responsabilizzazione politica. Le analisi di ciascun paese dovrebbero servire come base per l’elaborazione di misure efficaci per ridurre i divari di genere.

 

L’edizione 2021 ha studiato e classificato 156 Paesi e territori in tutto il mondo, facendo risvegliarle l’Italia al 63° posto dietro Colombia e Bolivia. Un dato eclatante, magari poco noto, che ci pone di fronte alla necessità di risalire alle radici del problema. L’uguaglianza di genere non è solamente un diritto umano fondamentale, ma anche un pilastro di una crescita economica sostenuta e sostenibile, cruciale per affrontare le disuguaglianze.


I progressi fatti nella direzione della riduzione del gap tra uomini e donne hanno luci e ombre. Si sono fatti notevoli passi avanti nel campo dell’accesso all’istruzione, ma le donne continuano a perseguire filiere di studio con minori prospettive e, in particolare, sono in minoranza nelle materie Stem, ovvero della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica: proprio quelle che offrono le migliori opportunità di lavoro.

 

Nonostante gli sforzi finora fatti, il Wef sottolinea come nessuno di noi vedrà il gap di genere chiudersi. La crisi da Covid-19 infatti ha colpito in particolare le donne, e aggiunto un’intera generazione al tempo necessario a chiudere il divario di genere: secondo il rapporto, a livello globale questo obiettivo richiederà non più 99,5 anni, ma 135,6 anni.

 

I gap di genere hanno la loro genesi nei primi anni di vita di una persona e tendono successivamente ad accumularsi. Ad oggi, in tutti i Paesi Ocse e in molti Paesi emergenti, il trend nell’istruzione si è invertito: in media, la percentuale di giovani
uomini con un titolo terziario è di ben 12 punti percentuali inferiore a quella delle giovani donne. Ma provando a scavare in profondità si nota che, anche se le porte dell’istruzione sono aperte a tutti, stereotipi di genere e percezioni di capacità influenzano ancora molto la scelta degli studi da intraprendere, con un forte squilibrio nei campi Stem.

 

Non è certamente una questione di capacità intrinseca, il contesto sociale modella i fattori di influenza: il livello di autostima delle ragazze, la percezione della propria identità, i giudizi di valore e la visione rispetto al loro futuro. Le scelte sul percorso formativo hanno un impatto sulla transizione scuola-lavoro. Il gap di genere appare con tutta la sua forza non sul numero assoluto, ma nello specifico sulla qualità del lavoro: le donne che lavorano hanno maggiori probabilità di lavorare a tempo parziale, con una retribuzione più bassa e in settori meno redditizi.

 

Promuovere la parità di genere ha un fondamento di civiltà e sociale ma in particolare per l’Italia ha una forte valenza economica. Una maggiore partecipazione delle donne alla vita lavorativa e sociale è un formidabile motore per promuovere la crescita economica, per affrontare le disuguaglianze e la profonda crisi demografica in corso.

 

In Italia meno della metà delle donne in età lavorativa è occupata. Dopo la maternità, le donne meno istruite hanno una probabilità di essere occupate inferiore di 40 punti percentuali rispetto a padri dello stesso grado di istruzione. Una delle ragioni del basso tasso di partecipazione femminile è la mancanza di accesso a servizi per l’infanzia convenienti e di buona qualità. Interventi strutturali saranno possibili anche attraverso l’attuazione del Pnrr: l’investimento si propone di costruire, rinnovare e mettere in sicurezza asili nido e scuole allo scopo di sostenere la natalità, e incoraggiare la partecipazione femminile al mondo del lavoro.

Al di là di investimenti monetari, sarà fondamentale un cambiamento culturale: il filosofo torinese Leonardo Caffo definisce la necessità di un “cambiamento di postura morale nei confronti del mondo”. Basti pensare che tre donne su dieci in età da lavoro, cinque su dieci al Sud, non sono titolari di conto corrente e dipendono dal partner o da famigliari per la gestione economica.

 

Il ministro per le Pari Opportunità Elena Bonetti, intervenuta all’Ocse nel settembre 2021, ha affermato che la persistenza di stereotipi inaccettabili è il primo ostacolo all’affermazione e all’autonomia delle donne nella nostra società. Insomma, la perequazione economica deve essere preceduta da una perequazione sociale e culturale.

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