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| 13 feb 2023 | 09:18

In Trentino Alto Adige appena 6,9 imprese del commercio ogni mille abitanti. Le nuove aperture sono crollate in Italia: ''La ripartenza post Covid non ha dato slancio''

Nel 2022 sono spariti due negozi ogni ora. I dati di Confesercenti fotografano una situazione difficile in Italia, resiste di più il Sud. A pesare il crollo delle nascite di nuove imprese con un -20,3%

TRENTO. E' un momento complesso per il commercio al dettaglio, le imprese sono in sofferenza tra il lockdown e le limitazioni per fronteggiare Covid prima, il caro energia poi. Nel 2022 in Italia sono nate appena 22.608 nuove attività, un numero insufficiente a compensare le oltre 43mila imprese che hanno abbassato per sempre la saracinesca. Un anno che si è chiuso con un bilancio negativo di oltre 20 mila unità, per una media di oltre due negozi spariti ogni ora. Questo quanto emerge dalle elaborazioni di Confesercenti. E anche il Trentino Alto Adige non sfugge a questa dinamica difficile per il tessuto economico.

 

Il numero di chiusure è in linea con quello rilevato negli anni pre-pandemia, il dato delle aperture del 2022 è il più basso degli ultimi dieci anni, inferiore del -47,9% non solo al valore del 2012, quando, nonostante la crisi, avevano aperto oltre 43mila attività del commercio, ma anche rispetto al 2020, anno della Covid e del lockdown, che comunque aveva registrato l’arrivo sul mercato di oltre 25mila imprese del commercio; nel 2019, le aperture erano state 29mila.

 

Il calo delle nuove aperture è rilevante soprattutto in Sardegna (-33,2% rispetto al 2021), Piemonte (-29,3%) e Umbria (-27,3%). "La ripartenza post-Covid - commenta Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti nazionale - non è riuscita a infondere nuovo slancio alle piccole imprese del commercio al dettaglio. Aprire una nuova attività di commercio di vicinato, in un mercato crescentemente dominato da grandi gruppi e giganti dell’online, è sempre più difficile: i neoimprenditori, semplicemente, rinunciano, come evidente dal calo delle nuove aperture, inferiore addirittura all’anno della pandemia”

 

Il saldo sui territori. La desertificazione delle attività commerciali colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato. In termini assoluti, a registrare la perdita più rilevante è la Campania, con un saldo negativo di -2.707 negozi; seguono, a stretta distanza, il Lazio (-2.215) e la Sicilia (-2.142).

 

Perdite rilevanti anche in Lombardia (-2.123), Piemonte (-1.683), Toscana (-1.479), e l'Emilia-Romagna (-1.253). In termini relativi, però, la perdita peggiore è quella registrata dalle Marche, dove il calo percentuale delle imprese del commercio attive, rispetto al 2021, è del -8,8%: quasi una su dieci. Seguono Friuli-Venezia Giulia (-4,7%) e Molise (-4,4%).

 

Tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato, rispetto al 2012, del -14,3% circa. Nelle province di Trento e di Bolzano, ormai, ci sono solo 6,9 imprese del commercio ogni mille abitanti; in Friuli-Venezia Giulia 7,8, e in Lombardia 8,4. Nelle regioni del Sud, prosegue Confesercenti, il tessuto del commercio resiste un po’ di più, in particolare in Campania (19,7 imprese ogni mille abitanti), Calabria (18,7) e Sicilia e Puglia (entrambe con 15,1).

 

"A rischio c’è il pluralismo del sistema distributivo e il servizio ai cittadini: proprio l’anno della pandemia ha dimostrato il valore della rete dei piccoli negozi – dagli alimentari alle edicole – per la popolazione. Occorre aiutare le piccole superfici di vendita a inserirsi nel mercato e a restarci. Innanzitutto, puntando di più sulle politiche attive, a partire dalla formazione imprenditoriale e dal tutoraggio delle start-up da parte delle associazioni di categoria. Ma servirebbe una spinta anche sul piano fiscale, con un regime agevolato per le attività di vicinato", conclude De Luise.

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