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| 27 giugno | 16:30

Lavoratore disabile licenziato per aver superato il periodo di malattia: "E’ discriminazione", la Cassazione conferma la sentenza della Corte d’Appello di Trento

Sempre la Cassazione precisa che l’azienda aveva l’onere di dimostrare di aver provato ad interloquire con il dipendente al fine di “verificare la connessione delle assenze con la condizione di disabilità e a valutare misure ragionevoli e non sproporzionate per evitare il recesso”. La vicenda riguarda un metalmeccanico, dipendente esemplare dell’azienda da diciassette anni. L'uomo era affetto da una grave forma di diabete mellito che ha comportato anche l’amputazione del piede

di Redazione

TRENTO. Un lavoratore disabile non può essere licenziato solo perché ha superato il periodo di comporto (assenze per malattia) neppure quando il contratto collettivo prevede termini particolarmente ampi, ossia 578 giorni. 

 

L’azienda ha l’obbligo di mettere in atto tutto il possibile per mantenere il posto di lavoro, proprio per la situazione di fragilità del proprio dipendente. In caso contrario è discriminazione.

 

La Corte di Cassazione, con la sentenza numero 21716 del 25 giugno 2026, spiega la Cgil attraverso una nota, ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Trento del marzo 2023  che per la prima volta in Trentino aveva accolto un ricorso di questo tipo, proposto da un dipendente di una ditta di Ala sostenuto dalla Cgil e difeso dall’avvocato Giovanni Guarini con il supporto dell’Ufficio Vertenze di Via Muredei. “I Giudici hanno definito il licenziamento discriminatorio e dunque illegittimo” ha chiarito il sindacato.

 

Il datore di lavoro, nei fatti, deve mettere in atto ogni accorgimento possibile di fronte ad un proprio dipendente affetto da grave patologia, perché questo non venga licenziato. Perché il dipendente gravemente malato o disabile non può essere trattato, proprio per la sua situazione di vulnerabilità, come un qualsiasi altro dipendente. Ciò equivale a discriminarlo.

 

IL CASO
La vicenda riguarda un metalmeccanico, dipendente esemplare dell’azienda da diciassette anni. L'uomo era affetto da una grave forma di diabete mellito che ha comportato anche l’amputazione del piede. In questa situazione il lavoratore è stato a casa per malattia molto tempo. 

 

“L’azienda  - viene spiegato dal sindacato - pur conoscendo le condizioni di salute del proprio dipendente, non lo ha informato del fatto che poteva usufruire di 24 mesi di congedo non retribuiti. Questo gli avrebbe permesso di non superare il periodo di comporto e dunque di non essere licenziato. Il datore di lavoro, invece, ha atteso che i termini del comporto scadessero e, tacendo quanto previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici, lo ha messo alla porta”.

 

Sempre la Cassazione precisa che l’azienda aveva l’onere di dimostrare di aver provato ad interloquire con il dipendente al fine di “verificare la connessione delle assenze con la condizione di disabilità e a valutare misure ragionevoli e non sproporzionate per evitare il recesso”.

 

La sentenza mette un punto fermo a cui possono fare riferimento tutte le altre lavoratrici e lavoratori. A prescindere dal loro contratto se sono affetti da gravi patologie non possono essere licenziati a cuor leggero.

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