In Trentino il doppio dei vigneti coltivati dell'Alto Adige ma il mercato premia Bolzano: "Ecco le ragioni del successo e perché possiamo vendere a prezzi più alti"
Sono "appena" 5.550 gli ettari coltivati in Alto Adige, la metà rispetto al Trentino. Il presidente del Consorzio vini: "Ci rivolgiamo principalmente al mondo Ho.Re.Ca. e con posizionamento sempre più alto: gli interlocutori sono davvero moltissimi e da tutto il mondo"

TRENTO. "La capacità di differenziare, la diversificazione e la varietà sono le chiavi della riconoscibilità". Queste le parole a il Dolomiti di Andreas Kofler, presidente del Consorzio Vini dell'Alto Adige e presidente della Cantina di Cortaccia. "Questo si unisce allo status dell'Alto Adige come destinazione turistica di alto livello. Sono tutti punti di forza che ci permettono di produrre e commercializzare vini nella fascia media e alta. Una produzione che vendiamo soprattutto nel settore Ho.Re.Ca.".
Gli ettari coltivati a vigneto in Alto Adige sono la metà di quelli del Trentino. Il differenziale qualitativo non è in realtà così diverso, con Trento che presenta etichette, produzioni e metodologie più che interessanti anche rispetto ai cugini sudtirolesi ma il divario è evidente sul fronte del brand. Non c'è partita con le cantine trentine che guardano quelle altoatesine fare spesso il pieno di riconoscimenti e apprezzamenti.
Sono "appena" 5.550 gli ettari di vigneto in Alto Adige, il 64% della superficie dedicata ai bianchi. E' una patria del vino, un tessuto forte di 5 mila viticoltori e la capacità di raccontare una varietà di produzioni da uve che coprono un’altitudine che va dai 200 ai 1.000 metri dal porfido vulcanico alle Dolomiti.
"Un mix che ci rende unici come regione vitivinicola e ci distingue nettamente da altre zone è sicuramente la composizione", aggiunge Kofler. "Il settore vinicolo altoatesino è composto da 12 cooperative, oltre 30 tenute private e più di 100 vignaioli indipendenti. Un altro fattore degno di nota è la diversità dei terroir dell'Alto Adige, con diverse altitudini e con 20 varietà diverse di cui 8 sono principali (Pinot Bianco, Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon, Gewürztraminer, Schiava, Pinot Nero, Lagrein)".
Non è sempre stato così. Negli anni '80 il vino rosso altoatesino era in crisi: numeri di bottiglie elevate (preponderanti) ma di dubbia qualità. In quel momento la scelta di virare sui bianchi. Un ulteriore step una ventina di anni fa e i percorsi del Trentino e dell'Alto Adige si sono divisi. Oltre Salorno ci si è orientati verso il territorio, mentre qui si è puntato fin da subito sulla possibilità di penetrare i vari mercati, anche con la leva di un prezzo in molti casi più appetibile (Qui articolo). Un altro passo indietro nel 2015 con il cambio di comunicazione (Qui articolo).
E' iniziata così una fase autonoma delle due realtà vitivinicole, così vicine e pur lontane. Per narrazione e con diversificate riscontri, pure nella reputazione. Il risultato è che oggi l'Alto Adige è più riconoscibile, più premiato e pure più forte sul mercato elitario. Le cantine sociali trentine con fatturati eclatanti vendendo vini impostati sul rapporto qualità/prezzo. Una produzione giudicata da diversi eno-opinionisti "di stampo industriale". Vini buoni, con scarso appeal.
Un divario che si è notato anche a Pro Wein. Stand del Trentino deserto o quasi, quello altoatesino caratterizzato da vivacità e via e vai di persone (Qui articolo).
"Partecipiamo al Prowein dal 1995 e ogni anno iniziamo mesi prima, con i nostri partner, a preparare la fiera", dice Kofler. "Avere all’interno dello spazio consortile tanti produttori dell’Alto Adige ci ha permesso di contare sulla forza di tutti, dalle aziende ai loro partner commerciali e di pubbliche relazioni".
Un mondo, anche quello vitivinicolo dell'Alto Adige, frammentato ma che riesce, più di quello trentino, a fare sintesi e imboccare una strada. Le polemiche poi vengono messe alle spalle.
"Noi come Consorzio facciamo tanta comunicazione dietro le quinte già prima della fiera e un lavoro intenso durante l'evento per far fruttare il network e le presenze di autorità, addetti ai lavori, stampa e così via", continua il presidente del Consorzio Vini dell'Alto Adige. "Impieghiamo circa il 10% del nostro budget in marketing sulla Germania, poi la fiera è un argomento a parte, come per altre Regioni".
La lingua è sicuramente un vantaggio. Ma non si può ridurre un trend migliore a un semplice fattore linguistico. L'Alto Adige si rivolge, infatti, soprattutto al mercato Italia: il 36% rivolto a hotel e ristoranti stellati o di alto livello. E' un po' tutta la filiera che viaggia con ingranaggi precisi.
"Ci rivolgiamo principalmente al mondo Ho.Re.Ca. e con posizionamento sempre più alto: gli interlocutori sono davvero moltissimi e da tutto il mondo. Non si tratta solo del mercato germanico, che comunque apprezza molto l’Alto Adige anche come meta enoturistica e che è un mercato storico. C'è una distribuzione su molti Paesi: questo è importante perché differenziare è essenziale".
Una forte tradizione ma con la capacità di innovare. "Il Get Together con i formati speciali dei vini messi a disposizione dai produttori è piaciuto, come il lavoro con la Deutsche Sommelier Union, con i quali i Vini Alto Adige hanno un partenariato dal 2022, ci ha portato un bel risultato e un confronto con un target molto interessato alla qualità e alla varietà della nostra produzione", conclude Kofler. Per i prossimi anni la strada è tracciata: qualità e diversità del territorio con il rafforzamento delle Menzioni geografiche aggiuntive (Mga o Uga, unità geografiche aggiunte. Finora ignorate dal Trentino) e che rispecchia la visione della cultura vitivinicola altoatesina.














