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| 09 gennaio | 16:54

“Le aziende vogliono assumere, i soldi ci sono e anche gli ordini ma non si trovano giovani disposti a lavorare''. L'allarme: ''Mancano 750mila artigiani''

A lanciare l'allarme è l'Unione artigianato artistico e tradizionale – federazione dell'Unione artigiani italiani e delle Pmi (Uai). “Siamo di fronte a un'emergenza – spiega il presidente Abballe – che non è solo economica, ma culturale”

di Redazione

ROMA. “Senza un ricambio generazionale immediato, il saper fare italiano rischia di diventare un reperto da museo”. È questo l'allarme che Francesco Michele Abballe, responsabile nazionale dell'Unione artigianato artistico e tradizionale, lancia per il futuro del settore, nel quale secondo i dati diffusi dall'associazione mancherebbero oggi all'appello centinaia di migliaia di lavoratori.

 

“Mentre il Made in Italy artistico e tradizionale segna un nuovo record di esportazioni – scrive l'Uaat, federazione dell'Unione artigiani italiani e delle Pmi – sfiorando i 120 miliardi di euro di valore aggiunto, le saracinesche delle botteghe storiche faticano a restare alzate. Non per mancanza di clienti, ma per mancanza di eredi”. Il problema, insomma, va ricercato in primo luogo nella crisi demografica: “Secondo le ultime stime elaborate dal centro studi dell'Uai – continuano gli artigiani – la domanda di lavoro insoddisfatta nel settore ha raggiunto la soglia critica delle 750mila unità”.

 

E se da un lato l'automazione corre, continua l'associazione, dall'altro “la mano dell'uomo resta insostituibile nel restauro, nella liuteria, nella sartoria d'alto bordo e nella lavorazione del vetro. Tuttavia, il divario tra i percorsi formativi e le reali necessità delle Pmi è ai massimi storici”.

 

“Siamo di fronte – dice ancora Abballe – a un'emergenza che non è solo economica, ma culturale. Il rischio concreto è che nei prossimi cinque anni si perda un patrimonio di conoscenze che ci ha reso unici nel mondo. Le imprese sono pronte ad assumere, hanno i portafogli ordini pieni grazie alla ripresa post-Pnrr, ma non trovano giovani disposti a intraprendere la carriera del fare”.

 

Lo stesso Abbale punta il dito contro una burocrazia, precisa l'Uaat, che “ancora soffoca l'apprendistato” e contro una percezione sociale del mestiere artigianoormai superata”.

 

“Il nostro artigiano artistico – spiega il responsabile dell'associazione – non è più quello del secolo scorso: oggi una bottega è un hub di innovazione dove convivono laser e scalpello. Dobbiamo smetterla di considerare l'artigianato come una scelta di serie B per chi non prosegue gli studi universitari. Serve la figura del mastro artigiano, che semplifichi drasticamente l'ingresso dei giovani in azienda. Come Uaat, chiediamo al governo che la formazione sul campo sia totalmente decontribuita per i primi tre anni”.

 

Sul tema interviene anche il dirigente nazionale dell'Unione artigiani italiani e delle Pmi, Giuseppe Zanetti, che sottolinea la necessità di un welfare specifico per le piccole realtà: “Non possiamo lasciare solo il titolare di fronte alla riforma del lavoro. L'Unione artigiani italiani tramite i propri enti bilaterali vuole offrire servizi reali: dalla gestione previdenziale al supporto per il caro-energia, affinché l'artigiano possa tornare a fare l'artigiano, non il burocrate”.

 

La sfida per il 2026, dice l'azienda, non è dunque solo trovare braccia: “Ma formare menti. L'Uai sta promuovendo su tutto il territorio nazionale spazi dove i maestri prossimi alla pensione possono trasmettere i 'segreti del mestiere' a giovani digital-nativi”. “Il passaggio di testimone – conclude Zanetti – deve essere incentivato. Se un giovane entra in bottega e trova strumenti moderni, contratti dignitosi e una prospettiva di crescita, l'artigianato torna a essere attuale ed in forza. È l'unica via per non svendere la nostra identità del nostro Bel Paese”.

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