Microplastiche: il mondo dell’occhiale punta al recupero degli scarti. Un progetto per ridurre l’impatto ambientale nelle aree alpine: "La situazione non è più rinviabile"
Certottica Group ha recentemente presentato i primi risultati di Micro-Alps, un progetto europeo per lo studio e la sensibilizzazione sul tema delle microplastiche in ambiente alpino. Tra gli obiettivi, la riduzione degli scarti di lavorazione dell’occhialeria e il loro riutilizzo per produrre nuovi oggetti stampati in 3D

LONGARONE. Come trasformare gli scarti industriali in risorsa riducendo l’impatto delle microplastiche? Una risposta arriva anche dall’occhialeria. “La gestione delle microplastiche non è più rinviabile”, dichiara infatti Corrado Facco, amministratore delegato di Certottica Group.
L’azienda, con sede a Longarone, partecipa al progetto Micro-Alps, inserito nel programma Interreg VI-A Italia – Austria 2021-2027. L’obiettivo generale è sensibilizzare le comunità locali e le aziende sul tema delle microplastiche, con particolare attenzione alle aree alpine - per un costo totale di progetto che supera gli 800 mila euro (822.014,65), di cui 605.516,22 euro di finanziamento europeo.
In particolare nel settore di punta del territorio bellunese, l’occhialeria, le fasi di lavorazione su cui concentrare l’attenzione in tal senso sono i laboratori di taglio e molatura delle lenti che producono elevate quantità di microplastiche.
Il progetto vuole infatti studiare le possibili soluzioni per recuperare le microplastiche dai negozi di ottica e da questi laboratori e verificarne la riciclabilità per produrre nuovi oggetti stampati in 3D.
I primi risultati sono stati presentati recentemente. Si tratta anzitutto di un’indagine effettuata in tutto l’arco alpino orientale: qui il 70% dei laboratori effettua internamente sagomatura e rifinitura delle lenti e quasi tutti utilizzano acqua nel processo. Tuttavia, circa un laboratorio su tre non filtra l’acqua prima dello scarico, con il conseguente rischio di rilascio di microplastiche nell’ambiente e anche gli scarti solidi, pur smaltiti nel rispetto delle norme, sono generalmente destinati a discarica o incenerimento.
Cosa fare dunque? “La soluzione - conclude Facco - è investire in tecnologie di filtraggio che siano accessibili anche ai piccoli laboratori e promuovere una maggiore consapevolezza nella filiera”. È stata infatti già avviata una sperimentazione per trattare e riutilizzare i residui della lavorazione nella produzione di nuovi filamenti per la stampa 3D, ma c’è ancora tempo per sviluppare nuove e fondamentali soluzioni di reale sostenibilità.
Il progetto infatti, avviato lo scorso anno in partnership Università Cà Foscari Venezia, FH Kärnten – gemeinnützige Gesellschaft mbH e Ökoinstitut Südtirol Alto Adige, continuerà fino a marzo 2027.












