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Dalla strage di Beslan all'attacco a Mosca, dai ceceni alle comunità centro-asiatiche marginalizzate: il terrorismo nella Russia di Putin (e la risposta del Cremlino)

Come interpretare l'attacco avvenuto a Mosca? Chi sono i responsabili? E perché hanno agito ora? Per approfondire queste (e altre) questioni, il Dolomiti ha contattato Alessandra Russo, docente alla Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento ed esperta dell'area. Tra i (molti) precedenti sul fronte degli attacchi sul territorio russo ed il rischio radicalizzazione insito nel contesto sociale ed economico dei migranti centro-asiatici nel Paese, ecco le sue parole

Di Filippo Schwachtje - 07 aprile 2024 - 14:47

TRENTO. Un commando di uomini armati che s'introduce al Crocus City Hall, teatro a nord-ovest del centro di Mosca, sparando sulla folla e causando oltre 140 vittime per poi appiccare un incendio che ha portato al collasso del tetto dell'edificio. Sono queste le immagini arrivate il 22 marzo scorso dalla capitale russa, dove un gruppo di terroristi dello Stato islamico del Khorasan (affiliato all'Isis e attivo principalmente in Afghanistan, Pakistan e Tagikistan, quest'ultimo luogo d'origine dei quattro uomini fermati dalle autorità russe) ha portato avanti il più sanguinoso attacco terroristico nel Paese dalla strage di Beslan, nel 2004. Nonostante la rivendicazione da parte dell'Isis-K, sui social (e non solo) sono circolate fin dai momenti subito successivi all'attentato le più varie ricostruzioni dell'accaduto, da chi ha rilanciato l'ipotesi di un attacco 'false flag' fino allo sforzo (per la verità ancora in atto) da parte del Cremlino di legare quanto accaduto a un presunto ruolo giocato dall'Ucraina (ricostruzione puntualmente smentita da Kyiv e dai suoi alleati). Al di là delle ipotesi però, è indubbio che l'attacco si inserisca in una cornice di estrema tensione per la Federazione russa, uscita da una tornata elettorale che ha confermato al potere con una maggioranza schiacciante un Putin sempre più investito, all'esterno, nella guerra in Ucraina e, all'interno, nel rafforzamento verticistico del potere del suo regime. Come interpretare dunque, in questa cornice, l'attacco avvenuto a Mosca? Chi sono i responsabili? E perché hanno agito ora? Per approfondire queste (e altre) questioni, il Dolomiti ha contattato Alessandra Russo, docente alla Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento ed esperta dell'area. Tra i (molti) precedenti sul fronte degli attacchi sul territorio russo ed il rischio radicalizzazione insito nel contesto sociale ed economico dei migranti centro-asiatici nel Paese, ecco le sue parole.

 

Professoressa, lei da anni si occupa di politica e sicurezza nell'area post-sovietica, da dove partire per inquadrare quanto accaduto a Mosca il 22 marzo scorso?

 

A mio avviso sono due i binari sui quali muoversi: da una parte è utile ragionare, a livello storico, sugli attacchi precedenti subiti dai cittadini russi da parte di gruppi legati all'estremismo violento, anche per interpretare le reazioni del potere russo di fronte a questa tragedia; dall'altra invece dobbiamo guardare alle condizioni dei migranti centro-asiatici in Russia per trovare un contesto sociale ed economico che può costituire un terreno fertile per dinamiche di radicalizzazione. Si tratta, tra l'altro, dei due elementi che in primis sono stati discussi dagli specialisti d'area dopo l'attacco al Crocus City Hall.

 

Partiamo dal primo punto

 

Come ribadito in diverse occasioni ultimamente, l'attacco a Mosca è stato il più sanguinoso in Russia dal 2004, dalla strage di Beslan (nella quale hanno perso la vita in tutto 334 persone): la Federazione russa ha però una lunga storia di esposizione ad attacchi di matrice jihadista, una storia che alla fine degli anni '90 s'intreccia strettamente con la presa del potere di Vladimir Putin. La sua ascesa elettorale e la successiva presa di potere sono infatti in qualche modo intrecciate alla guerra al terrorismo in Russia. La sua elezione a presidente avviene solo pochi mesi dopo una serie di attacchi terroristici che scuotono il paese, tra l'agosto ed il settembre del 1999 (poi rivendicati dalle milizie daghestane); ed avviene in un clima di tensione e paura, soprattutto in relazione al fronte nord-caucasico. Una dinamica che, successivamente, si è tradotta nel consolidamento di quel potere seguito a ulteriori attacchi. Per diversi anni il terrorismo in Russia è stato strettamente associato al Caucaso del Nord: io stessa, subito dopo l'attacco, ho pensato inizialmente ad una “pista cecena”, anche considerando una recente “operazione speciale” delle forze di sicurezza russe in Inguscezia, e più ampiamente il coinvolgimento di unità cecene in Ucraina, schierate contro l’esercito russo. La “pista centro-asiatica” non è stata insomma immediata.

 

Il momento dell'attacco, arrivato poco dopo le elezioni russe (che, prevedibilmente, hanno visto una schiacciante vittoria di Putin), è particolarmente significativo?

 

Normalmente attacchi di questo tipo si strutturano anche su basi opportunistiche: queste cellule spesso si trovano ad agire “lungo le linee di minor resistenza”, se vogliamo prendere in prestito un vocabolario dagli studi strategici. Diciamo che gli eventi che hanno caratterizzato il recentissimo passato russo, dall'ammutinamento Wagner al caso Navalny fino al clima pre e post elettorale, il tutto sullo sfondo ovviamente dell'invasione dell'Ucraina, aiutano a leggere in un contesto più ampio gli eventi di fine marzo. In questo momento in particolare le forze di sicurezza russe sono concentrate, ovviamente, sul fronte ucraino, soprattutto dopo gli attacchi nelle regioni di Belgorod e Kursk e la minaccia rappresentata dal corpo dei volontari russi, unità paramilitari filo-ucraine composte anche da cittadini russi. Tutto questo non impedisce ovviamente a Putin di utilizzare quest'ultimo attacco per un ulteriore rafforzamento del regime, riaffermando la necessità dello sforzo bellico dopo aver esitato a lungo, fino alle elezioni, a parlare di una nuova mobilitazione dopo quella parziale del 2022 (che aveva visto l'esodo di centinaia di migliaia di cittadini russi per sfuggire alla coscrizione). Guardando alla storia recente, dopo gli attacchi che hanno accompagno la presa al potere di Putin, questa dinamica di riaffermazione dell'autorità centrale e di repressione dei dissidenti da parte del presidente russo in situazioni di crisi si registra dopo l'attentato al teatro Dubrocka del 2002, dopo gli attacchi alla metro di Mosca del 2004 e del 2010 e all'aeroporto Domodedovo del 2011 fino all'attacco alla metro di San Pietroburgo nel 2017, forse il primo in cui sia stato accusato un attentatore di origini centro-asiatiche.

 

Anche in questo caso tutte e quattro le persone fermate dalle autorità russe provengono dall'Asia Centrale, in particolare dal Tagikistan. Qual è il contesto di riferimento nel quale agisce lo Stato Islamico del Khorasan?

 

Innanzitutto l'apparizione davanti alla corte dei quattro tagiki arrestati in Russia non è certo passata inosservata. Partiamo dalle condizioni disumane nelle quali i quattro uomini fermati sono stati 'mostrati' durante l'udienza per la custodia cautelare, condizioni che hanno spinto i giornalisti presenti a chiedere spiegazioni alle autorità. Premesso che la tortura nell'ambito delle indagini che seguono ad attacchi terroristici non è, purtroppo, una prerogativa esclusiva della Federazione russa, la non risposta del portavoce del Cremlino, Peskov, a queste domande non può nascondere il forte significato di quanto comunicato dal regime. Si è trattato di una dimostrazione di potere di fronte ad un attacco, in pieno clima post elettorale, alle fondamenta della verticale del potere putiniano. Chi sfida il potere, in un modo o nell’altro, non è lasciato impunito. Le parole dello stesso Putin dopo l'attacco tradiscono un chiaro orientamento nella futura gestione di minacce di questo genere: la scarsa attenzione alla componente non securitaria dell'estremismo, in altre parole al contesto sociale di razzismo e xenofobia estremamente diffusi nei confronti dei migranti centro-asiatici nel Paese. Estremismo che, negli anni, ha poi assunto diverse forme. Questo attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico del Khorasan, gruppo che nasce nel 2015 con l'intento di creare una 'costola' dello Stato Islamico nell'Asia Meridionale e Centrale (in particolare in Afghanistan, Pakistan e Tagikistan) e che ha ricevuto una eclatante esposizione mediatica soprattutto durante l'evacuazione di Kabul dopo il ritiro delle truppe statunitensi. Se guardiamo in particolare al Tagikistan, dobbiamo ricordare che stiamo parlando dello stato più povero della regione; secondo le cifre ufficiali più di un milione di cittadini tagiki vivrebbero in Russia oggi; ma altre stime arrivano a contare circa 3 milioni di tagiki che si trovano attualmente nel territorio della Federazione russa e ogni anno sono diverse centinaia di migliaia i migranti che lasciano il Paese (dove abitano in tutto circa 10 milioni di persone). Almeno il 40% del Pil del Tagikistan è legato alle rimesse dall'estero (la maggior parte delle quali arrivano proprio dalla Russia) e dalla metà degli anni '90 il Paese vive sotto il regime del presidente Emomalī Rahmon, che ha adottato parecchie misure per sopprimere la libertà religiosa nel Paese (chiudendo molte moschee ed arrivando addirittura ad imporre il taglio della barba agli uomini). Le comunità tagike vivono continue ingiustizie e soprusi da parte delle autorità sia in patria che in Russia.

 

Il baricentro critico, per così dire, si è quindi spostato dal Nord Caucaso?

 

Possiamo dire che si è allargato. Per dare una spiegazione a questo ultimo attacco possiamo fare delle ipotesi guardando alla storia passata della contrapposizione tra autorità russe e diversi gruppi terroristici; una contrapposizione che ha radici profonde e che si è manifestata non solo sul territorio russo ma anche in Afghanistan, in Siria. Se guardiamo alla Russia, poi, non si può non tenere in considerazione il limitato spazio di espressione che trovano non solo oppositori e dissidenti politici, ma anche minoranze etnico-religiose. Sono pochissime le moschee autorizzate a Mosca, per esempio, dove invece si sono moltiplicati luoghi di preghiera informali (diventati poi il target di operazioni anche violente delle forze dell’ordine: fermi, detenzioni, casi di coscrizione forzata e deportazione in campi di addestramento prima dell’invio al fronte ucraino). Non va poi sottovalutato l'aspetto economico: parliamo di comunità che vivono in condizioni di marginalità in Russia (molti di loro sono stati sistematicamente avvicinati lo scorso anno dalle autorità russe per combattere in Ucraina, con la promessa dell'ottenimento della cittadinanza e di salari più generosi) e a quanto pare gli stessi attentatori potrebbero essere stati irretiti dall'offerta di denaro per portare avanti la carneficina. E' insomma probabile che l'Isis-K abbia trovato una base di reclutamento in questo contesto.

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