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| 14 mar 2025 | 19:32

Trump minaccia i 'super dazi' (+200%) su vino e alcolici europei: “Così si rischiano di cancellare le esportazioni negli Usa. Con tariffe del 25% già danni per 1 miliardo”

Dopo i dazi di risposta dell'Ue, che hanno colpito anche il whisky americano, il presidente americano ha minacciato dazi "del 200%" su vino e prodotti alcolici europei (che finirebbero, in pratica, per sparire dal mercato statunitense): le analisi di Marco Scartezzini e Matteo Lunelli

TRENTO. Giorno dopo giorno, le dichiarazioni dell'erratica seconda amministrazione Trump e i fatti che – non sempre, per fortuna – ne seguono, prendono di mira con più insistenza quelli che fino a pochi mesi fa erano considerati i tradizionali partner degli Stati Uniti: Canada ed Europa in primis. Nella sua ultima 'sparata' il tycoon è arrivato a promettere, in risposta alle tariffe Ue seguite all'imposizione dei dazi americani voluti dallo stesso Trump, una tariffa del 200% sui vini e i prodotti alcolici del Vecchio continente. Dei 'super dazi' che rischierebbero di cancellare, di fatto, le esportazioni europee del settore negli Stati Uniti, dove i prezzi di una bottiglia di Prosecco o Lambrusco al supermercato finirebbero per raggiungere quelli degli champagne più costosi. Al di là però dei (devastanti) effetti che una mossa del genere avrebbe per tutto il mondo vinicolo italiano – una questione che il Dolomiti ha affrontato insieme due importanti protagonisti del settore: Marco Scartezzini, presidente di Liber Group, e Matteo Lunelli, Ad dell'omonimo gruppo e di Ferrari Trento – a colpire, ancora una volta, è la veemenza con cui il nuovo presidente americano si è scagliato contro l'Unione Europea, accusata di essere “una delle autorità fiscali e doganali più ostili e abusive al mondo” e formata “per approfittare degli Stati Uniti”. E proprio di fronte alla svolta unilaterale e autoritaria impressa da Trump negli Stati Uniti, alla sempre crescente aggressività russa e alle sfide geopolitiche che attendono l'Europa, il Dolomiti ha lanciato per domani, alle 15, una manifestazione a Trento, in Piazza Lodron: “Un'altra piazza per l'Europa”, per chiedere un'Europa più forte, unita e vicina.

 

Ma veniamo al mondo del vino.

 

I super dazi sui prodotti alcolici europei sono come detto stati minacciati dal presidente americano come rappresaglia dopo l'inserimento, da parte dell'Ue, del whisky americano tra i prodotti colpiti dalle tariffe europee – una risposta commisurata ai dazi precedentemente imposti dallo stesso Trump. Tra gli addetti ai lavori è però chiaro come, in questa situazione: “A perderci sarebbero tutti”. Come spiega Lunelli infatti: “E' evidente che gli Stati Uniti siano un mercato estremamente importante per il vino italiano, ma nel complesso i dazi andranno a colpire anche i consumatori americani, con un importante aumento dei prezzi”. E guardando in particolare alle bollicine: “La produzione americana oggi è ridotta – continua l'Ad del Gruppo Lunelli – e non sarebbe in grado, da sola, di sostituire le importazioni di Prosecco, Trento Doc o Champagne dall'Europa. E, a differenza di altri settori, quello del vino non permette di aumentare le capacità produttive rapidamente, nel breve periodo. La speranza, in ogni caso, è che prevalga il buon senso: questo trend di protezionismo rischia di incrinare ancora di più la stabilità del sistema economico mondiale ed il rapporto tra i Paesi. Al di là del particolare settore del vino, l'elemento più preoccupante è questo: dispiace vedere che alleati come Canada e Unione Europea si trovino a confrontarsi con gli Usa in un modo così drastico”.

 

Un confronto che, nel caso del vino, rischia come detto di precipitare con conseguenze pesanti, ovviamente, anche sui produttori europei: “Speriamo sia una provocazione – dice Scartezzini, che con Liber Group da anni lavora nella vendita e distribuzione, anche negli States, delle marche più prestigiose di vini, distillati, birre artigianali e champagne – perché una tariffa del 200% andrebbe a cancellare sostanzialmente l'importazione di vino e alcolici italiani ed europei negli Usa”. Per quanto riguarda il vino, a livello europeo i tre maggiori produttori, gli Stati quindi che rischierebbero le conseguenze maggiori, sono Francia, Italia e Spagna: “L'anno scorso – continua Scartezzini – nonostante l'inflazione e il calo dei consumi il mondo del vino italiano ha registrato un export molto importante, superando la soglia degli 8 miliardi di euro con una crescita del 5,5% rispetto all'anno precedente. Sono cresciuti anche i volumi totali di vino esportato: si parla di ben 2,18 miliardi di litri a livello mondiale, +3,2%”. Ma tra i vari mercati, quello in assoluto più importante, al di fuori dell'Europa, rimane proprio quello statunitense: “Gli Usa rappresentano un totale di quasi 2 miliardi di euro in esportazioni, con una crescita lo scorso anno del 10%. Non stupisce quindi che oggi nel settore non si parli d'altro che dei dazi minacciati da Trump. L'Europa deve riuscire a rispondere con una voce sola, nonostante le molte sfumature al suo interno”.

 

Ancora una volta, la speranza tanto dei produttori quanto di chi esporta e poi vende i prodotti negli Stati Uniti è che si abbassino i toni, anche perché le prospettive, in caso di applicazione dei 'super dazi', sarebbero come anticipato disastrose: “Attualmente – dice Scartezzini – stiamo simulando gli effetti sul settore dell'applicazione di dazi al 25%, la stessa tariffa già applicata dagli Stati Uniti ad altre categorie di beni e prodotti europei. Tra effetti indiretti e diretti il danno stimato sulle esportazioni sarebbe di circa 1 miliardo di euro. Pensiamo a cosa potrebbe succedere con una tariffa del 200%. Già con l'applicazione di dazi al 25% i prodotti italiani che, in termini di volume, vanno per la maggiore negli Usa (Pinot, Prosecco e Lambrusco) subirebbero aumenti importanti, arrivando a costare fino a 30 dollari a bottiglia sugli scaffali dei supermercati e classificandosi quindi da una linea di prodotti 'basic' a una 'premium'”. In ogni caso, assicura il presidente di Liber Group, a muoversi per evitare una situazione del genere sono anche vari gruppi di interesse americani, da chi lavora per la distribuzione e la vendita fino al settore della ristorazione: “E' già successo – sottolinea – durante la prima presidenza Trump, quando misure del genere erano state minacciate”. Rispetto ad allora però, il contesto politico statunitense è oggi cambiamento radicalmente e per l'autoproclamato “tariff man” la guerra commerciale con l'Ue pare essere, di fatto, una priorità. Con tutte le conseguenze del caso su entrambe le sponde dell'Atlantico.

 

“Guardando al settore vinicolo americano – dice infatti Lunelli – in caso di aumento vertiginoso dei prezzi i consumatori di prodotti come, per esempio, le bollicine, non troveranno sul mercato alternative ai prodotti europei e per i produttori americani ci vorranno anni prima di costruire un'offerta adeguata. Nei vini fermi la competizione sarà certamente più importante, con un effetto di sostituzione maggiore, ma una politica dei dazi come quella annunciata da Trump è miope da tanti altri punti di vista: il fatto che un'azienda punti su un determinato mercato straniero porta in quel Paese molto più che un prodotto. Porta investimenti, posti di lavoro, prospettive, sviluppo. Come Ferrari noi abbiamo venditori, ambassador sul territorio americano: facciamo attività di promozione e abbiamo portato avanti investimenti importanti anche negli Stati Uniti per la crescita del brand. Gli Stati Uniti per noi sono il secondo mercato dopo quello italiano e l'imposizione di dazi comprometterebbe, ovviamente, questi piani di sviluppo. Personalmente credo che il governo Usa stia sottovalutando gli impatti di decisioni del genere sull'economia americana”.

 

La questione, a questo punto, è se i produttori europei possano guardare al di là del mercato americano, trovando sbocchi alternativi sul fronte dell'export. Quando si parla di vino però, conclude Scartezzini, il passo non è semplice: “Il mercato del vino – dice – ha bisogno di una caratteristica: una particolare sensibilità culturale al prodotto. Il vino non è una merce qualsiasi, che può essere venduta ovunque: necessita di consumatori che si siano avvicinati al suo consumo attraverso una sensibilizzazione culturale, portata avanti dai produttori e dalle autorità per creare un ambiente positivo nel quale andare ad investire. Al di fuori dell'Ue, il mercato per eccellenza è quello Usa. Il vino italiano viene venduto in tutto il mondo, ma in quantità risibili rispetto a quelle che ogni anno vengono acquistate negli Stati Uniti. L'unico altro Paese con un grande mercato di riferimento è il Giappone, dove negli anni quel processo di sensibilizzazione sul prodotto e di attività culturale è stato portato avanti con successo”.

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