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| 08 gennaio | 18:58

“In Iran sempre più giovani chiedono la caduta del regime e il ritorno del figlio dello scià”. Proteste e scenari, Toninelli (Ispi): “La possibilità di attacco Usa o Israele c'è”

L'analisi di Luigi Toninelli, ricercatore Ispi: "La protesta in Iran si muove su diverse direttive. E' partita per le difficoltà sul fronte economico, ma presto giovani e studenti universitari sono scesi in piazza. Proprio tra i più giovani sembra crescere il sostegno per un ritorno del figlio dello scià"

TRENTO. Il punto di rottura, dopo un lungo periodo di crescenti difficoltà economiche, è arrivato alla fine dello scorso anno, quando l'ennesimo deprezzamento del rial ha spinto molti commercianti in diverse parti del Paese – 17 su 31 regioni in totale, dal Kurdistan nel nord-ovest a province nelle quali il supporto alla Repubblica islamica è più radicato come Qom, nell'Iran centrale e Mashad, nel nord-est – a chiudere i loro negozi e a scendere in piazza per manifestare contro l'aumento dei prezzi.

 

Da allora però la nuova ondata di proteste della popolazione iraniana contro il regime di Teheran si è allargata – pur non raggiungendo, ad oggi, le dimensioni del movimento “Donna, vita, libertà”, seguito all'uccisione di Mahsa Amini – includendo in particolare giovani e studenti universitari, molti dei quali oggi manifestano non solo per la caduta della Repubblica islamica ma addirittura per un ritorno in patria del figlio dello scià – il sovrano che, prima della Rivoluzione islamica del 1979, regnava in Iran.

 

In altre parole, nel guardare le immagini delle proteste, e degli scontri, che ogni giorno arrivano da molte città iraniane – e che ad oggi hanno causato 36 vittime e migliaia di arresti – è necessario distinguere le diverse anime che muovono le manifestazioni e che, insieme, restituiscono la profondità e la pervasività della crisi che colpisce il regime di Teheran. Una crisi i cui risvolti, spiega a il Dolomiti Luigi Toninelli – ricercatore Ispi specializzato proprio nel contesto iraniano – rimangono ad oggi imprevedibili. Ma procediamo con ordine.

 

La crisi economica: “Tra inflazione, sanzioni Usa e attacco israeliano”

 

“In Iran oggi si protesta per molte ragioni – ribadisce l'esperto – ma tutto è cominciato con l'ennesimo aggravamento delle condizioni economiche del Paese. Negli ultimi mesi l'inflazione è rimasta stabilmente attorno al 40%, i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 72%, quelli dei medicinali del 50. Si tratta di una difficile congiuntura economica che ha spinto innanzitutto i commercianti a scendere in piazza e manifestare”. Le difficoltà iraniane sul fronte economico, però, hanno radici profonde.

 

“Non è stato un singolo evento, una singola decisione a dare il via alle proteste – continua infatti il ricercatore –: l'economia iraniana è in costante peggioramento da anni, almeno da quanto gli Stati Uniti hanno imposto nuovamente dure sanzioni economiche al Paese nel 2018. D'altra parte le autorità della Repubblica islamica non hanno mai fatto i conti con la situazione predisponendo misure che andassero al di là di semplici sussidi”.

 

Un paragone, dice Toninelli, rende chiaramente l'idea dell'impatto sui cittadini e sul loro potere d'acquisto: “Se nel 2015 servivano 32mila rial per scambiare 1 dollaro americano, oggi ce ne vogliono quasi 1 milione e mezzo, una svalutazione il cui tasso è cresciuto velocemente dopo la guerra con Israele nello scorso giugno”.

 

Le tre anime della protesta (e il ruolo dei curdi)

 

Come anticipato però, le preoccupazioni sul fronte economico non sono l'unico fattore dietro alle proteste di questi giorni: “Presto – continua infatti l'esperto – alle proteste dei commercianti e del mondo economico iraniano si sono uniti i giovani e, in particolare, gli studenti universitari. Le rivendicazioni della piazza a quel punto si sono ampliate, con componenti delle manifestazioni che hanno iniziato a chiedere la caduta della Repubblica islamica e addirittura il ritorno a Teheran del figlio dello scià e quindi della monarchia”.

 

Il riferimento è a Reza Pahlavi, figlio in esilio dell'ultimo scià, rovesciato nel '79 nel corso della Rivoluzione islamica guidata dall'ayatollah Khomeini. Negli ultimi giorni, mentre le difficoltà per il regime di Teheran si intensificavano, il principe 65enne si è fatto sentire sui social, arrivando a invitare la popolazione a scendere in piazza.

 

“Proprio tra questa sera e domani – dice Toninelli – si terranno le manifestazioni supportate da Pahlavi. A sostenerlo maggiormente sembrano essere oggi i più giovani, che non possono ricordare l'epoca di repressione e riforme economiche scellerate che ha caratterizzato il regno dello scià. Si tratta di un elettorato progressista, che all'ultima tornata elettorale aveva votato per il candidato più moderato, Pezeshkian, nella speranza di riuscire a riformare la Repubblica islamica dall'interno: in molti, probabilmente prendendo atto dell'impossibilità di riformare il regime, cercano oggi una rottura completa con il sistema esistente. L'effettiva partecipazione alle proteste di questi giorni sarà quindi un importante termometro per interpretare quale sia l'effettivo appoggio di cui gode Pahlavi nel Paese”.

 

A complicare il quadro c'è però il ruolo che riveste la popolazione curda – un gruppo etnico che vive nell'area del Kurdistan, a cavallo tra Turchia, Siria, Iraq e Iran – storicamente caratterizzata da forti istanze autonomiste e da una conflittualità ricorrente con il potere centrale. I rapporti con il governo di Teheran sono precipitati in particolare nel 2022, quando la morte della giovane di etnia curda Mahsa Amini aveva scatenato un'enorme ondata di proteste partite proprio dalla zona nord-occidentale del Paese.

 

Oggi – spiega il ricercatore Ispi – la matrice curda nelle proteste è ben presente anche se la popolazione dell'area, storicamente la più propensa a scendere in piazza contro il potere centrale, per paura della repressione del governo non ha organizzato azioni di protesta particolarmente estese. Sembra in altre parole che i curdi si stiano tenendo per il momento in disparte, forse anche per non rischiare di essere cooptati dallo scià come propri sostenitori per un'eventuale partecipazione ai movimenti di piazza attesi per oggi e per domani”.

 

La risposta del regime

 

Come anticipato, i movimenti di protesta sono ad ora relativamente più ristretti rispetto ad analoghe ondate passate – in particolare a quelle del 2022 e del 2019 – ma ad essere minore è per ora anche la risposta delle autorità: “Il governo sta portando avanti un tentativo di dialogo con la piazza – dice Toninelli – o perlomeno con la componente della piazza che protesta per motivazioni economiche. La repressione è operata principalmente sulla popolazione curda, su chi invoca la caduta della Repubblica o su chi compie atti violenti”.

 

Allo stesso tempo, da un punto di vista economico il governo ha varato una serie di misure per migliorare le condizioni economiche dei ceti più bassi, redistribuendo i sussidi per favorire in particolare le famiglie. “La strategia di Pezeshkian, lasciar sfogare la protesta controllandone al contempo le frange più estreme, potrebbe risultare vincente rispetto a un uso più intenso della repressione. Se le manifestazioni dovessero però continuare e allargarsi, è probabile che Teheran tornerà a forzare la mano”.

 

Il contesto internazionale e gli scenari futuri

 

Nel frattempo, sia Tel Aviv che Washington guardano con attenzione all'evoluzione della situazione in Iran. “Nethanyahu da mesi chiede il via libera a Trump per attaccare il programma missilistico iraniano – dice il ricercatore – e sembra che l'amministrazione americana sia in questa fase d'accordo su un nuovo intervento militare israeliano. Per il momento però, tutto è in stand by proprio per le proteste che stanno interessando il Paese”. In altre parole, i grandi avversari strategici di Teheran aspettano di comprendere fino a che punto si spingerà la crisi di legittimità del regime.

 

“Dopo quanto avvenuto in Venezuela comunque – continua Toninelli – il governo iraniano non è rimasto immobile. Percependo il rischio, il Consiglio nazionale di difesa di Teheran ha rilasciato un comunicato nel quale non si esclude la possibilità di lanciare attacchi preventivi. Ovviamente parliamo di una situazione nella quale il rischio di errori che inneschino una escalation, in particolare con Israele, è molto alto”.

 

In ogni caso, conclude l'esperto, la crisi del regime iraniano poggia le sue basi su problematiche strutturali con le quali, prima o poi, la Repubblica islamica dovrà fare i conti: “Anche ponendo come realistica l'opzione di un regime change, che sia cercato da potenze estere o innescato da un allargarsi delle proteste, rimane aperta la questione su quale sarà l'Iran di domani. Innanzitutto, nella Repubblica islamica i militari, e in particolare i pasdaràn, hanno un peso determinante anche dal punto di vista politico ed economico, quindi escluderli sarebbe impossibile. Dall'altra lo scià non gode di un'estesa base politica nel Paese, non ha un suo partito né un suo elettorato. Il cambiamento più naturale è un'evoluzione della Repubblica dopo la morte della guida suprema, Alì Khamenei, ma come anticipato non è escluso che potenze esterne decidano di forzare la mano”.

 

Proprio i timori di un futuro Iran post-Repubblica islamica potrebbero però essere ciò che frena un potenziale attacco americano o israeliano: “Ian Bremmer, un noto ricercatore americano, ha detto che per quanto riguarda l'Iran sarebbe più giusto parlare di 'regime roulette' più che di 'regime change'. Le incognite sono moltissime come molti sono gli scenari possibili, da un regime militare a una nuova Repubblica islamica, dal ritorno dello scià alla presa di potere di un leader populista: sarebbe sostanzialmente come giocare d'azzardo. Quel che è certo è che al momento le proteste non sembrano in grado di minacciare concretamente il regime. Allo stesso tempo però sono il sintomo di una serie di problematiche che il regime deve affrontare seriamente.

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