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Dal paesaggio quotidiano emergono i resti del fronte: trincee e manufatti della Grande Guerra fra Ala e Avio

Il cippo di Serravalle all’Adige e la trincea di Marani di Ala rappresentano due dei tanti manufatti a testimonianza del passaggio della Prima guerra mondiale in Vallagarina. In alcuni casi sono stati recuperati e valorizzati, mentre in molti altri la natura e la quotidianità se ne sono impossessati. Continua la rubrica “Camminando nella Grande Guerra”, in collaborazione con il Museo della Guerra di Rovereto

Di Davide Leveghi - 11 febbraio 2022 - 12:39

ALA. Località la Villetta, Marani, Serravalle. Sono questi alcuni dei toponimi che portano con sé storie e manufatti della Grande Guerra in Vallagarina. Scoppiata la guerra fra Regno d’Italia e Impero austro-ungarico, questo territorio attraversato dal fiume Adige si trasformò infatti in uno dei più sanguinosi fronti della Grande Guerra in Trentino. Passata la località di Borghetto d’Avio, confine storico dal 1866, l’esercito regio ebbe gioco facile nell’avanzare attraverso i lembi meridionali dell’Impero, abbandonati dal nemico a favore di una linea difensiva più sicura, la Tiroler Widerstandlinie. Qui, invece, sbatterà duramente contro la resistenza imperiale, consumandosi in anni di attacchi e contrattacchi, molto spesso inutili ma umanamente costosi.

 

 

Ala e Avio, i più grandi Comuni prima del confine, passarono intanto sotto il controllo italiano. Nella sera del 27 maggio 1915, i soldati italiani mettevano piede dapprima a Pilcante e poi, passato il fiume, ad Ala – tanto che nel dopoguerra, questa verrà presentata, secondo la logica nazionale italiana, come la “prima città redenta”. La città ricevette in quell’occasione una bandiera tricolore dal generale Antonio Cantore, la stessa che poi sventolerà, il 3 novembre 1918, sul castello del Buonconsiglio a Trento. Nel mentre, Ala venne sconvolta: la popolazione in gran parte deportata a sud, la città trasformata dalla massiccia presenza militare e sventrata dalle bombe (QUI l’articolo).

 

 

Camminare per la Bassa Vallagarina, pertanto, permette di “inciamparsi” nei resti del passaggio del conflitto. Il territorio lascia infatti intravedere costruzioni e manufatti costruiti nel corso del guerra, celandoli in molti casi agli occhi di un distratto passante. C’è qualcosa di affascinante, se vogliamo, nel modo in cui la vita si è riappropriata degli spazi. Nel modo in cui ogni resto di quel mortifero e terribile fenomeno che è la guerra sia stato ripreso, riutilizzato, trasformato dal ritorno della normalità, dalla pace.

 

Circa un anno fa, in un orto di Pilcante di Ala una zappa restituiva alla luce dei cippi funerari di soldati italiani (QUI l’articolo), dando via ad un’incredibile ricerca in cui soggetti disparati, dall’archivio del Museo della Guerra di Rovereto a normali cittadini, fino al Ministero della Difesa, ci aiutavano a ricostruire traiettorie di vita, delle lapidi come dei soldati i cui nomi vi erano impressi (QUI e QUI gli articoli). Si trattava, in quel caso, di cippi dismessi dal cimitero civile, in cui erano stati sepolti dei militari italiani caduti in diverse fasi del conflitto. Ma perché, a poco meno di cent’anni dall’esumazione dei cadaveri e dalla loro traslazione nel Sacrario di Castel Dante a Rovereto, si trovavano in un orto, a pochi chilometri di distanza? Proprio per il motivo suddetto: ogni manufatto della guerra, una volta conclusa, ha trovato “nuova vita”. Dismessa la propria funzione originaria, ne ha assunta una nuova, trasformandosi.

 

La stessa sorte, in molti casi, l’hanno vissuta le componenti dei forti, enormi costruzioni che per fini strategici e bellici hanno trasformato il paesaggio (QUI un approfondimento). Solo recentemente, ed in particolare dagli anni ’90, la sensibilità verso i reperti è cambiata, garantendo tutele che li sottraggono ad appropriazioni private.

 

 

In questa puntata di “Camminando nella Grande Guerra”, rubrica de il Dolomiti, in collaborazione con il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, sulle tracce del primo conflitto mondiale in Trentino, non daremo dunque alcuna indicazione tecnica per un possibile itinerario nelle nostre valli o montagne. Presentiamo, invece, alcuni spunti di interesse presenti in un determinato territorio, quello appunto della Bassa Lagarina.

 

Tanti sono, in zona, i luoghi più o meno significativi della Grande Guerra. Da villa Pellegrini Malfatti ad Avio a villa Guerrieri Gonzaga a Borghetto (punti di passaggio della delegazione imperiale diretta a Villa Giusti per firmare l’armistizio nel novembre del ’18), passando per i resti delle trincee della Villetta di Chizzola, due sono quelli che presentiamo in forma più approfondita. Il primo caso, appunto, si lega alle trattative di pace.

 

Provenendo da Rovereto, lungo la statale 12, non è immediato imbattersi in un monumento, recentemente sistemato, alquanto significativo: il cippo di Serravalle all’Adige. Fra la strada e la ferrovia, un grande pilone, proprio alle porte del paese, permette di orientarsi. È qui che si trova infatti il monumento che commemora un momento tanto importante per il passaggio del Trentino all’Italia. Era il 29 ottobre 1918, quando la delegazione austriaca avvicinò per la prima volta gli italiani per chiedere di sospendere i combattimenti.

 

 

Mentre la linea austriaca sul Piave veniva spezzata dal Regio esercito, allo sbarramento di Serravalle, dove si trovava il comando del XXIX corpo d’armata, giunse la notizia dell’imminente arrivo via treno di un gruppo di parlamentare austriaci. Il loro obiettivo? Alzare bandiera bianca e porre fine alla guerra. Tra di loro c’è il capitano di Stato maggiore Camillo Ruggera, originario di Predazzo, in Val di Fiemme.

 

Ciononostante, alla notizia confortante non seguirà alcuna accoglienza benevola. Una volta arrivata, la delegazione imperiale fu accolta da una selva di proiettili delle mitragliatrici italiane. Uno dei parlamentari rimase perfino ferito. Ma il contatto avvenne lo stesso: Ruggera, accompagnato da due trombettieri con bandiera bianca, incontrava il colonnello Giuseppe Battistoni. Fatti passare, giunsero al comando di Avio, dove consegnarono un plico di carte del generale Viktor Weber von Webenau, a capo di una commissione istituita a Trento da inizio mese per avviare future trattative.

 

I comandi italiani volevano però trattare direttamente con lui e Ruggera si trovò costretto a ripassare il fronte per comunicare il messaggio. Era il 30 ottobre quando Weber, in compagnia del tenente colonnello Viktor Seiller, del colonnello Karl Schneller e di un trombettiere, si presentava a Serravalle, da cui poi prenderà la strada di Villa Giusti, a Padova. È qui, il 3 novembre, che delegazioni dei due eserciti in guerra firmano l’armistizio, la cui entrata in vigore è prevista per le 15 del giorno successivo. Nonostante questo, le truppe italiane avanzano, arrivando anche a superare i nemici in ritirata. Lo stesso 3 novembre, Trento, la “città irredenta”, assistette all’entrata del Regio esercito (QUI l'articolo).

 

Il cippo di Serravalle, pertanto, fotografa con poche parole l’importanza dell’evento: “Qui – si legge – il 29 ottobre 1918 l’esercito austro-ungarico domandò l’armistizio alle armate italiane”. Realizzato in marmo di Lasa dalla ditta Scanagatta di Rovereto, il monumento, disegnato da Piero Coelli, fu inaugurato nel quarantennale della fine della guerra (1958) per iniziativa dell’allora Museo del Risorgimento e della lotta per la libertà di Trento (oggi Fondazione Museo storico del Trentino) e del Museo della Guerra di Rovereto.

 

 

L’altro luogo, invece, testimonia non la fine ma lo svolgimento dei combattimenti. A pochi metri dal campo sportivo di Marani di Ala, lungo una stradina che attraversa il rio San Valentino, un tratto di trincea coperta sbuca dai campi e si infila tra le case. Sistemata dal Comune di Ala e dal Museo della Guerra, racconta degli sviluppi del conflitto ed in particolare di un momento chiave, l’estate del 1916.

 

 

Marani di Ala, così come Serravalle e Chizzola, venne occupata dagli italiani già il 4 giugno 1915, a pochi giorni dall’occupazione di Ala. È fra Villetta di Chizzola e Serravalle, più a nord, che il Regio esercito diede avvio ai lavori di trinceramento. Si costruiscono opere di difesa, si appronta la linea del fronte al di là della quale stanno i nemici, a Marco di Rovereto. Nell’estate si costruiscono trincee in cemento armato e in rilevato su entrambe le sponde del fiume Adige. La prudenza non è mai troppa, però, e si decise di costruire un trincerone arretrato in cemento proprio a Marani.

 

La grande trincea si appoggiava verso Est ai roccioni che dominano il basso corso del rio San Valentino. Qui venne scavata una postazione di mitragliatrice. La linea di difesa, poi, correva fino alla foce del rio, passando l’Adige con uno sbarramento a rete, e proseguendo poi fino alle prime balze del Baldo, massiccio occupato proprio agli albori del conflitto e testimone non a caso di numerosi manufatti della Grande Guerra (QUI l’articolo sul Monte Vignola, QUI quello sull’Altissimo e QUI quello sul Monte Giovo).

 

 

A difendere gli sbarramenti, di Serravalle come di Marani, vennero piazzati in posizione arretrata dei cannoni da campagna. Entrambi, però, vennero duramente provati dall’Offensiva di primavera (QUI un approfondimento), lanciata dai comandi austro-ungarici nel maggio del 1916. I soldati del Regio esercito, avanzati nell’autunno dell’anno precedente fino a Marco, Costa Violina e Castel Dante, dovettero ritirarsi alla stretta di Serravalle. Qui riuscirono strenuamente a resistere, mentre Marani rappresentava la linea di difesa arretrata. Fino alla fine della guerra, nondimeno, quest’ultima ospitò le truppe di rincalzo, pronte a dare il cambio ai commilitoni in prima linea.  

 

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