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Una “regione fortezza”: fra difesa e attacco, la guerra dei forti in Trentino. Fontana: “La maggior parte, a conflitto cominciato, erano già superati”

Nel nuovo approfondimento della rubrica “Camminando nella Grande Guerra”, tenuta dal Dolomiti in collaborazione con il Museo della Guerra di Rovereto, lo storico Nicola Fontana ci accompagna alla scoperta delle opere fortificate e della guerra dei forti in Trentino. “Il progetto di fortificazione del Tirolo nacque già in epoca napoleonica e fu al centro di continui lavori. Il territorio fu così trasformato”

Credits to Museo della Guerra
Di Davide Leveghi - 28 gennaio 2022 - 10:23

TRENTO. Al centro di progetti vecchi quasi un secolo, all’alba della Grande Guerra il territorio tirolese era difeso da una delle cinture fortificate più imponenti d’Europa. Il conflitto, nondimeno, finì per rilevarne le problematicità: se alcuni forti, infatti, si dimostrarono efficaci non solo nella difesa ma anche nell’attacco condotto dalle truppe austro-ungariche contro quelle regie, dall’altra ve ne furono alcuni chiaramente inadatti a quel nuovo tipo di scontro.

 

Nel maggio 1915, allo scoppio del conflitto italo-austriaco, il fronte trentino era caratterizzato dalla presenza di 99 “opere permanenti”, equamente distribuite fra i due contendenti (Diego Leoni, La guerra verticale). Tutto ciò non era che il frutto di un alacre lavoro, cominciato ben prima della definitiva rottura della Triplice Alleanza. “L’idea di trasformare il Tirolo in una ‘regione fortezza’ a difesa dei confini dell’Impero nacque già in epoca napoleonica, fra il 1801 e il 1805”, spiega Nicola Fontana, storico e archivista del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto e autore del volume La regione fortezza. Il sistema fortificato del Tirolo: pianificazione, cantieri e militarizzazione del territorio da Francesco I alla Grande Guerra.

 

“Il sistema di fortificazioni sarebbe dovuto partire dal lago di Costanza e arrivare proprio al Tirolo, facendo di Trento e Bressanone due piazze di deposito in seconda linea per radunare truppe, materiale e rifornimenti. Ripreso in misura minore dall’arciduca Giovanni, il progetto prese in realtà forma solamente con la costruzione di una di queste due piazze. Vicino a Bressanone venne così costruito il forte di Franzenfeste/Fortezza, pensato per difendere il territorio da eventuali invasioni da nord. Il resto del progetto, invece, fu abbandonato con la morte di Francesco I nel 1835”.

 

A determinare una ripresa dei lavori di fortificazione, tuttavia, furono i difficili rapporti con il movimento nazionale italiano. “A rivitalizzare i progetti ci pensò la stagione risorgimentale ed in particolare le spedizioni dei corpi franchi nella Giudicarie (1848, ndr) e la perdita della Lombardia. A quel punto vennero costruiti uno sbarramento dallo Stelvio fino al Garda e delle tagliate stradali a difesa della Val d’Adige. Un’ulteriore fase di fortificazione prese avvio, poi, con la perdita del Veneto, nel 1866”.

 

Nel primo ‘900, dunque, la regione fortezza poteva contare su un sistema difensivo contro possibili invasioni italiane sia da Ovest che da Est, con diverse linee di difesa ed un punto nodale a Trento – prosegue Fontana – in caso di guerra con l’Italia, infatti, si pensava già che il fronte principale non sarebbe stato il Trentino bensì l’Isonzo. Ci pensò il capo di Stato maggiore dell’esercito Conrad von Hötzendorf a cambiare le carte in tavola, mutando il piano: considerato il timore dei comandi imperiali di un’eventuale altra guerra su due fronti, come avvenuto nel 1866, necessario sarebbe stato eliminare il prima possibile il nemico più debole. Fra Russia e Italia, probabili nemici in questo conflitto su due fronti, l’Impero avrebbe dovuto poter attaccare quest’ultima, guidando l’offensiva dai forti e penetrando nella pianura veneta”.

 

Anche in questo caso, però, il dilatarsi dei tempi e le difficoltà sorte sui territori portarono ad una realizzazione solamente parziale. “Il piano fu realizzato solo in parte, sugli altipiani e nei forti occidentali. Il resto, specialmente in Vallagarina, rimase sulla carta, soprattutto per ragioni finanziarie”. Fu così, allora, che allo scoppio della guerra la linea di difesa austro-ungarica nel Trentino meridionale fu spostata di diversi chilometri, stabilendosi alla cosiddetta Tiroler Widerstandslinie. Nelle prime settimane di conflitto, le truppe italiane poterono così avanzare, giungendo fino a quello che per 3 anni e mezzo sarebbe stato – senza grandi mutamenti - il fronte trentino-tirolese.

 

La maggior parte dei forti in Trentino, a guerra cominciata, erano ottocenteschi e per questo superati – spiega l’archivista del museo lagarino – non a caso, molti di questi vennero disarmati e l’artiglieria spostata poco lontano, in caverna. Le fortezze sugli altipiani, invece, svolsero la funzione per cui erano stati concepiti, assicurando una base per l’Offensiva di primavera del 1916 (QUI un approfondimento). Anche se in parte tecnicamente obsoleti, riuscirono comunque a funzionare”.

 


Forte Verle sottoposto al bombardamento italiano (Credits to Museo della Guerra di Rovereto)
Forte Verle sottoposto al bombardamento italiano (Credits to Museo della Guerra di Rovereto)

 

Diversa fu dunque l’efficacia garantita all’Impero dai tanti forti costruiti nel lembo più meridionale del Tirolo. “Nella parte occidentale – aggiunge – i forti garantirono un appoggio per la difesa delle valli, ma per un breve periodo. Vennero infatti messi rapidamente fuori uso nei primi mesi di guerra”.

 

Spesso molto grandi e ingombranti, i forti incisero non poco sull’ambiente circostante. La loro costruzione ed il loro funzionamento necessitavano infatti di un gran numero di uomini, ponendo problemi logistici non indifferenti. “In piena funzione i forti arrivavano a ospitare circa 200 soldati, appartenenti ai corpi di fanteria, artiglieria, genio, ai telegrafisti e ai medici. In tempo di pace questo numero era decisamente più basso. Sulla vita quotidiana, durante la guerra, alcune testimonianze, come quella di Fritz Weber in Tappe della disfatta, aiutano a comprenderne le difficoltà. Nonostante il libro possieda dei tratti romanzati, infatti, rappresenta comunque una testimonianza viva”.

 

La vita, lì dentro, era tanto difficile da essere paragonata a quella di una nave da guerra – seguita Fontana – non c’era l’impressione di essere sempre al sicuro, i proiettili italiani più volte sfondarono le copertura in calcestruzzo provocando perdite e uno stato di stress psicologico. A dimostrarlo vi furono gli episodi della tentata resa del forte Luserna ed il parziale abbandono di Forte Verle. La vita fu tanto difficile che i soldati finirono per costruire altre gallerie in profondità, ovviando così alle distruzioni delle vecchie strutture ottocentesche, già in parte superate”.

 


Forte di Nago (Credits to Museo della Guerra di Rovereto)
Forte di Nago (Credits to Museo della Guerra di Rovereto)

 

La costruzione dei forti, inoltre, impose significativi cambiamenti al paesaggio. Nell’altopiano di Folgaria, incisero sul nascente turismo, sull’agricoltura e la pastorizia. I territori venivano infatti stravolti dai grandi cantieri, ponendo non pochi problemi alla popolazione, che con diversi gradi rispetto ai luoghi, fu più o meno favorevole ai lavori, ad esempio di disboscamento. Ogni comunità reagì diversamente. La guerra, poi, non fece che amplificare il depauperamento di economia e paesaggio”.

 

Il territorio, sconvolto dal passaggio delle truppe, dalla costruzione delle trincee e dalla distruzione provocata dai bombardamenti, ne uscì radicalmente trasformato. Nondimeno, le infrastrutture militari finirono nel dopoguerra per gettare le basi di servizi a favore della cittadinanza. Strade e teleferiche, ad esempio, garantirono sviluppi nei campi delle comunicazioni e del turismo. In un territorio passato dall’Austria-Ungheria, cancellata dalla mappa del mondo, al Regno d’Italia, di quelle grandi costruzioni che erano i forti, invece, cosa se ne fece?

 

“Dopo la Grande Guerra i forti erano diventati proprietà dell’esercito italiano – spiega Fontana – gran parte di questi furono dismessi, gli altri sottoposti alla gestione dell’intendenza di finanza, che cercò di trarne ricavo accordandosi coi Comuni. Le amministrazioni di Folgaria e Luserna chiesero ad esempio di sfruttarli dal punto di vista turistico, ma senza successo. L’intendenza di finanza di Trento, infatti, preferì già alla fine degli anni ’20 ricavarne fondi vendendo materiale ferroso. Cominciò così l’opera di demolizione da parte di alcune imprese. Primo fra tutti fu il forte Carriola, in valle del Chiese. L’ultimo infine fu smantellato nel 1935. A poco servirono gli appelli per la conservazione, fatti a metà anni ’30 soprattutto per forte Luserna. Solo il Belvedere fu effettivamente salvato”.

 


Forte Tombio (Credits to Museo della Guerra di Rovereto)
Forte Tombio (Credits to Museo della Guerra di Rovereto)

 

Passata la guerra, i forti vennero quindi per lo più smantellati. Solo di recente, infine, sono stati al centro di progetti di recupero. “Il loro impiego nella Seconda guerra mondiale fu minimo, con l’unica eccezione di forte Corno nelle Giudicarie, al centro di lavori dell’organizzazione Todt – conclude – il forte San Rocco e quello di Mattarello rimasero in possesso del demanio italiano fino agli anni ’70. Dal 1992, in conclusione, il vincolo provinciale sulla conservazione e la tutela permise di avviarne la fase di studio e poi di recupero. Non senza difficoltà, visto che spesso si tratta di strutture fuori mano, si è così proceduto al restauro, dal Bus de Vela al forte Corno, dal Verla al Colle delle Benne”.

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