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| 11 mar 2022 | 15:15

Una città della memoria: fra lapidi, proiettili inesplosi e “leoni di San Marco”, ecco un percorso nella Rovereto del primo dopoguerra

Ancor più di Trento, Rovereto accoglie fra le sue strade e piazze un’ingombrante memoria del primo conflitto mondiale. Lapidi, bombe inesplose, busti ai “martiri dell’irredentismo”, perfino “leoni di San Marco” in ricordo della breve dominazione veneziana, testimoniano l’alacre lavoro svolto, soprattutto nel primo dopoguerra, per rimarcare l’italianità della città. Prosegue con un percorso cittadino la rubrica “Camminando nella Grande Guerra”, in collaborazione con il Museo Storico Italiano della Guerra

Credits to Museo della Guerra
di Davide Leveghi

ROVERETO. Passeggiando per la “Città della Quercia”, è impossibile non imbattersi nella memoria della Grande Guerra. L’odonomastica, le tante targhe affisse sui palazzi del centro, la grande campana che domina la città, tutto sta a ricordare non solo il sacrificio compiuto da Rovereto nel dramma del primo conflitto mondiale, ma anche l’impronta data nel corso del regime – e non solo – alla memoria di quanto vissuto dal territorio trentino.

 

Più di ogni altra città del Trentino, Rovereto rispecchia l’esperienza totale e devastante della Grande Guerra; e, ancor più, l’asimmetria fra la memoria ufficiale di una terra “redenta e liberata” – a detta di chi ne sosteneva l’italianità - e quella privata, marginalizzata e nascosta di una popolazione trovatasi – in divisa o da civili, comunque in grande maggioranza – dalla parte degli sconfitti. Il contesto politico, del primo dopoguerra liberale e soprattutto del regime fascista, determinò così le forme e le modalità del ricordo.

 

 

Rovereto fu, fra il maggio del ‘15 e il novembre del ’18, territorio del fronte. La popolazione sfollata verso l’Impero, nei villaggi di Boemia e Moravia o nelle “città di legno” in Austria, in condizione abitative e sanitarie disastrose (QUI un approfondimento). A partire, soprattutto anziani, bambini e donne, custodi, quest’ultime, delle fratture e dei traumi di intere comunità (QUI un approfondimento).

 

I combattimenti quindi non risparmiarono affatto la città. Occupata dai militari come immediata retrovia, Rovereto fu devastata dall’artiglieria. E così gli abitati di Lizzana, di Marco, di Lizzanella, di Sacco, di Noriglio. Alla distruzione della guerra, nel periodo successivo non poté così che seguire una florida politica memoriale, ricchissima di iniziative. Iniziative, chiaramente, marcate dalla nuova religione politica e nazionale italiana – e ricostruite attraverso le ricerche di storici come Fabrizio Rasera e le iniziative promosse dal Museo della Guerra.

 

Quello che proponiamo in questo nuovo episodio di “Camminando nella Grande Guerra”, rubrica de il Dolomiti in collaborazione con il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, alla scoperta degli itinerari del primo conflitto mondiale in Trentino, sarà quindi – prima di risalire in quota nelle prossime settimane – un percorso insolito, tra le vie di una città, la città per eccellenza, nel territorio provinciale, in cui si respira camminando la problematica memoria della guerra, così come l’uso strumentale fattone dai governi, nazionali e cittadini.

 

Non si può non citare, in primis, lo stesso Museo della Guerra (QUI un articolo sul centenario appena compiuto). Inaugurato il 12 ottobre 1921 alla presenza del re d’Italia Vittorio Emanuele III, l’ente museale trovò sede nel castello medievale, poi ristrutturato e giunto alle forme attuali durante la dominazione veneziana (1416-1509). Nato come esposizione permanente sul primo conflitto mondiale, attualmente è riconosciuto come uno dei più importanti ed autorevoli musei italiani ed europei sulla guerra.

 

Sui colli dominanti la città, si trovano invece alcuni dei monumenti più simbolici. Sul colle di Miravalle sorge la Campana dei Caduti, ideata da don Antonio Rossaro e realizzata nel 1924 col bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti al conflitto. Inaugurata nell’ottobre ’25, fino agli anni '50 fu sul torrione Malipiero del Castello di Rovereto. Oggi è un simbolo internazionale di pace, che ogni sera diffonde cento rintocchi a memoria dei caduti di tutte le guerre.

 

Sulla collina di Casteldante, poi, dagli anni Venti vennero raccolte le spoglie di migliaia di soldati morti sul fronte lagarino. Qui sono presenti, ad esempio, i resti dei soldati protagonisti dell’incredibile vicenda dei cippi di Pilcante, che noi de il Dolomiti abbiamo ricostruito sin dal ritrovamento, in un orto della piccola frazione di Ala (QUI, QUI e QUI gli articoli). Come avvenuto in diversi luoghi del fronte italo-austriaco, negli anni Venti e Trenta si provvide infatti a dismettere i piccoli cimiteri sorti per raccogliere le salme dei caduti – italiani come austro-ungarici – in grandi sacrari militari. Quello monumentale di Casteldante ospita più di 12mila caduti del Regio esercito, tra i quali figurano i più illustri nomi dei due irredentisti roveretani Fabio Filzi e Damiano Chiesa, e di circa 8000 imperiali. Ai piedi del Sacrario, inoltre, sono visibili dei resti di trincea, costruita dagli italiani nell’inverno del 1915.

 

 

Dal Sacrario parte ancora una strada divenuta nota come Strada degli Artiglieri. Lungo il suo percorso, che si snoda sul monte Zugna, si trovano numerose targhe commemorative dedicate a soldati decorati con Medaglie d’oro al valor militare, dalle guerre risorgimentali alla Seconda guerra mondiale. La strada – lungo cui si può accedere anche al percorso dei dinosauri, con orme risalenti a 200 milioni di anni fa – conduce infine alla Caverna di Damiano Chiesa, dove è custodito un cannone da 149 millimetri. In questa zona, nel maggio 1916, l’irredentista roveretano fu catturato dagli austriaci.

 

Al di là di questi monumenti, decisamente più noti, sono molti altri – più piccoli ma non meno significativi – a dar conto dell’affollamento di segni lasciati nel capoluogo lagarino dalle politiche memoriali del primo dopoguerra. Tutto cominciò già nei primi momenti successivi alla fine del conflitto, in cui la priorità, più che la celebrazione, era la ricostruzione. Il 19 maggio 1919, in piazza San Marco, venne posta la prima targa, dedicata a Damiano Chiesa. Sulla sua casa natale, si poteva e si può così leggere: “Qui nacque nel 1894 Damiano Chiesa, volontario nella crociata del 1915. Guardò la sua terra, contro l’eterno barbaro. Fucilato dall’Austria, il 19 maggio 1916, consacrò se alla gloria. Il nome della spia all’infamia”. E’ del 12 luglio 1919, terzo anniversario dell’impiccagione nella Fossa del Buonconsiglio a Trento, la targa dedicata in Santa Maria a Fabio Filzi, altro celebre rappresentante dell’irredentismo locale.

 

 

Inaugurata il 5 novembre 1921, in occasione delle celebrazioni per l’inumazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria (QUI un approfondimento), la lapide ai volontari roveretani “morti nella guerra di redenzione” fu posta in piazza del Podestà e celebrata in pompa magna. Fu anch’essa sostituita, però, con un monumento molto più scarno e dall’iconografia chiaramente fascista nel 1933. Ciò testimonia, se vogliamo, la continua rielaborazione della monumentalistica sulla Grande Guerra a Rovereto, con trasformazioni a seconda delle esigenze politiche e memoriali del momento.

 

 

Fra gli aspetti più interessanti v’è sicuramente la rivendicazione della “venezianità” della città. Come detto, l’esperienza roveretana sotto il dominio della Serenissima non raggiunse nemmeno un secolo di vita, ciononostante sin dal periodo prebellico tante furono le iniziative per celebrarlo. Il giorno di San Marco, quando ancora Rovereto era parte dell’Impero, fu dichiarato festa civile della città. Non è cosa inconsueta, pertanto, imbattersi per le vie del centro in leoni di San Marco dipinti sui palazzi o, come nel caso del castello, scolpiti nella roccia – a discapito dell’aquila tirolese.

 

 

Su Casa Lorenzi, fra Rialto e Valbusa, si trova una lapide in ricordo del “martirio di Rovereto”. Inaugurata nel giugno del ’30, ricorda con parole enfatiche la distruzione della città e del suo patrimonio, nonché lo sfollamento di “tutto il popolo profugo e ramingo captivo”. Casa Lorenzi fu infatti la “ultima ridonata al pristino stato”.

 

 

A pochi metri, infine, è possibile incontrare un proiettile inesploso e monumentalizzato. Con epigrafe ancora una volta di don Rossaro, e inaugurato nel 1933. Recita: “Questo ordigno di strage e di morte, dall’esercito liberatore catturato, in questo rione di vecchie case, dall’ira nemica distrutte, documenti gli orrori della guerra, canti la felicità della vittoria”. In questo caso, come in molti altri, urge sottolineare come le distruzioni operate sulla città di Rovereto, in quanto retrovia del fronte difeso dagli austriaci, furono in gran parte opera proprio dei “liberatori” italiani. Memoria e Storia, qui come in molti altri casi, non coincidono affatto.

 

Un’ultima menzione meritano in conclusione i monumenti ai caduti austro-ungarici. Dei casi esemplari possono essere chiamati ad illustrare quale sorte fosse toccata alla memoria dei tanti – i più – che combatterono per l’Impero o subirono le conseguenze della guerra all’interno dei confini dell’Austria-Ungheria. Furono le piccole comunità, ora inglobate nel municipio roveretano, a ricordare ancor più della città le dolorose vicende dei propri cittadini, incontrando tra l’altro non pochi ostacoli. Solo recentemente (2014), infine, anche Rovereto ha inaugurato in una propria strada, via Tartarotti, un monumento dedicato ai caduti in divisa austro-ungarica.  

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