Dalle panchine giganti ai ponti tibetani passando per i mega eventi in quota (come le Olimpiadi): se si insegue l'effetto ''wow'' e si trasforma la natura in fattore produttivo
Pubblichiamo l'intervento di Dante Schiavon che si aggancia alla riflessione di Luca Rota il quale su il Dolomiti aveva affrontato il tema del ponte tibetano di Vezza d'Oglio e dell'effetto ''wow'' che l'amministrazione locale cercava per attirare turisti: ''La dimensione del consumismo si è impadronita anche del bisogno di natura e si creano due classi merceologiche: il prodotto urbanistico wow e il prodotto localizzato wow''. Ecco in cosa consistono e perché sarebbe importante, per combattere lo spopolamento, andare in tutt'altra direzione

VEZZA D'OGLIO. ''Anche in Veneto la ricerca dell'effetto 'wow' sembra essere l'unico obiettivo che gli amministratori locali perseguono. Il territorio veneto è diventato così come un 'enorme capannone territoriale a cielo aperto' dove si confezionano prodotti turistici che abbagliano che fanno, appunto, esclamare 'wow'. La natura diventa in questa visione il 'fattore produttivo' di questo enorme capannone territoriale a cielo aperto perdendo le sue caratteristiche principali''. A parlare è Dante Schiavon, che si definisce ambientalista e che è associato a Sequs (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), ''un movimento politico, ecologista, culturale - spiega - che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra''.
Schiavon si innesta così nella discussione aperta da Luca Rota su il Dolomiti quando era intervenuto sulla vicenda del ponte tibetano di Vezza d'Oglio in Val Camonica. L'ennesima struttura buona solo ad attirare turisti da selfie, mordi e fuggi, e che ha avuto il via libera anche da un referendum che è stato fatto nel comune dove verrà realizzata visto che pur essendosi espressi quasi tutti per il ''no'' all'opera non si era raggiunto il quorum per validarne l'esito. Un ponte dal costo di 2 milioni di euro che gli amministratori locali avrebbero sdoganato proprio spiegando che sarà quel qualcosa in più per creare l'effetto ''wow'' che attirerà frotte di turisti (come se ormai i ponti tibetani non fossero praticamente dappertutto).
Schiavon sposta l'attenzione sul suo Veneto che vive delle stesse contraddizioni di tanti altri luoghi bellissimi del nostro Paese. ''La dimensione del consumismo si è così impadronita anche del “bisogno di natura” - spiega Schiavon - e viene usata in funzione del Pil. La “natura” diventa, in questa visione, il “fattore produttivo” di questo “enorme capannone territoriale a cielo aperto” perdendo le sue due caratteristiche principali: essere un bene di cui godere e fruire in modalità che non le facciano perdere la sua anima ed essere un bene da proteggere per il suo “apporto ecosistemico” e paesaggistico senza intermediazioni tecnologiche e logistiche. Tale attività produttiva presenta due classi merceologiche: il “prodotto urbanistico wow” e il “prodotto localizzato wow”''.
''Il primo - spiega Schiavon - confezionato con nastrini e ciocche green, ha una dimensione macro nei suoi effetti, diciamo di “area vasta”: si va dall’organizzazione di grandi eventi dagli effetti mortali per gli ecosistemi alpini come le Olimpiadi Invernali 2026 in un sito Patrimonio dell'Umanità, passando per la legge regionale n. 29 del 25 luglio 2019 che consente in zona agricola (in un sito con le bollicine Unesco) di trasformare in strutture ricettive le vecchie casere con possibilità di ampliamento fino a 120 metri cubi, per finire alla modifica dell’art. 27 ter “Strutture ricettive in ambienti naturali” della legge regionale 14 giugno 2013 numero 11, che prevede “l’arrivo in quota delle “stanze panoramiche” e la possibilità di realizzare strutture ricettive, alla pari di malghe, rifugi e bivacchi alpini, anche sopra il limite, posto dall’attuale normativa urbanistica regionale di 1600 metri. La cecità che condiziona tali amministratori è pari al consenso e all’indifferenza che la maggioranza dei veneti riversa copiosamente verso questo graduale e diffuso deturpamento del bel paesaggio veneto di un tempo''.
Accanto al “prodotto urbanistico wow”, per Schiavon vi è il “prodotto localizzato wow”: ''E' più delimitato come spazio, ma diffuso all’interno del “capannone territoriale veneto a cielo aperto”. Vediamo alcuni esempi. Si va dal consentire (da decenni purtroppo) il parcheggio a pagamento a migliaia di auto ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo (e i “schei” vanno al fortunato comune che ospita un tesoro unico naturale di cui non ha alcun merito) alle “big bench”, panchine giganti (confidando, ingenuamente, che chi le ha installate le tolga quando si arrugginirà il loro fascino e il metallo di cui sono fatte), per finire ai “ponti tibetani” (mentre magari si lasciano andare in rovina muretti a secco e sentieri di quel territorio non manutenendoli e lasciandoli avvolgere da rovi, acacie e ortiche fino a renderli impenetrabili)''.
Si entra così ancor più nello specifico: ''Davanti al progetto di uno di questi “prodotti localizzati wow”, che prevede l’allestimento in un laghetto (lago di Lago) di appena 0,5 chilometri quadrati di una piattaforma galleggiante di 1000 metri quadri di cui 600 metri quadri calpestabili atta ad ospitare eventi e attività culturali e una passerella lungo lago che per 600 metri lineari correrebbe sull’acqua parallela alla riva e a un prezioso canneto, un gruppo di cittadini della comunità dei laghi di Revine/Tarzo ha risposto: “no, grazie!”. Per un attimo mi sono unito a questa “wowmania” e mi son detto: wow, meno male che c’è qualcuno che si oppone a questa degenerazione del turismo. Allo sfruttamento commerciale della natura, anche in questo esempio di “prodotto localizzato wow”, si vuole, ovviamente, dopo aver dato una “patina green”, offrire una “giustificazione filosofica” secondo la quale gli interventi sono finalizzati a ripopolare i borghi di collina e di montagna. Ma la strada che si sceglie va nella direzione opposta: non fermano lo spopolamento e lasciano rovine e scempi irreversibili''.
Quindi la conclusione:
''Per rivitalizzare i paesi e i borghi bisogna partire dalla loro storia: una storia da leggere attraverso i vecchi muri scrostati delle abitazioni vuote dietro i quali si celano identità e umanità perdute. Bisogna andare incontro al vissuto storico, antropologico, alle tradizioni, agli usi e costumi dei paesi e dei borghi che si stanno spopolando. Per rivitalizzare i paesi e i borghi bisogna partire dalla loro geografia: percorrendo i sentieri fiancheggiati dai vecchi muretti a secco in rovina o le stradine silenziose un tempo piene di vita vissuta. Recuperare il sentimento dei luoghi è un modo per recuperare “vecchie soggettività” e gettare un ponte tra queste e nuove soggettività giovanili. Solo costruendo questo “ponte intergenerazionale” i paesi e i borghi possono riprendere una nuova vita nella “ricerca” di una “strada alternativa” nell’epoca odierna “digital-tecnocratica”, ove domina un consumismo di massa, spersonalizzante, drogato da una sovrapproduzione di immagini improntate a un edonismo che nasconde nuove solitudini. Per un giovane scorgere l’anima di un luogo può essere un modo per scoprire anche la propria anima, la propria soggettività e trovare il modo di esprimersi dando vita a luoghi in abbandono. I vecchi borghi e i vecchi paesi che si stanno spopolando hanno bisogno di intercettare le aspirazioni e le inquietudini dei giovani, di proporre loro un nuovo modo di fare comunità, condividendo delle rievocazioni che sappiano unire il passato al presente e rispondere al bisogno di “sentimento” e di “socialità” non solo virtuali delle nuove generazioni. C’è bisogno che i soldi che si spendono per i “prodotti turistici wow” vengano investiti nella incentivazione a giovani coppie per la ristrutturazione a scopo residenziale di vecchie abitazioni, nel favorire forme di “cohousing” che ben si sposerebbero con l’atmosfera dei borghi, nei servizi alle famiglie, nella frequenza delle corse dei mezzi pubblici, nel supporto ai negozi di prossimità, insomma: una serie di misure che aumentino la qualità della vita e l'aggregazione di comunità da far rinascere''.












