"I grandi carnivori? Non sono responsabili dello spopolamento in quota. I piccoli allevatori stanno scomparendo schiacciati dalla burocrazia"
Il racconto dell'allevatore Francesco Maino all'associazione Bearsandothers: "La presenza dei grandi carnivori fa parte dei rischi di impresa, da accettare e gestire. Il problema più grande per i piccoli contadini di montagna è la burocrazia, che costringe ai grandi numeri o a gettare la spugna. Così, le terre alte stanno perdendo la loro anima"

TRENTO. "Io penso che l'orso l'ho avuto vicino, molto vicino, due o tre volte nella vita". È il racconto dell'esperienza di convivenza con i grandi carnivori fatta dall'allevatore Francesco Maino a Marco Ianes e Ornella Dorigatti dell'associazione Bearsandothers (QUI VIDEO), che lo hanno incontrato. Un uomo di montagna e pastore "che vive a cavallo dell'altopiano di Folgaria e degli altipiani vicentini", abituato da sempre e quindi profondo conoscitore della vita in quota.
"Francesco convive con la presenza dei grandi carnivori - viene raccontato dall'associazione a Il Dolomiti - prendendo la loro presenza come un fattore imprescindibile della vita naturale di montagna, tanto che ci ha raccontato che la presenza del lupo, in particolare, la vede come un equilibrio della natura stessa, e per quanto lo riguarda come uno dei rischi di impresa da accettare e gestire".
Insieme a Maino, Ianes e Dorigatti hanno dato vita a una descrizione che rivela "cosa significhi essere allevatore e pastore di montagna in questi anni, a partire dalle scelte della comunità europea, che costringe ai grandi numeri anziché investire sulla qualità, che viene invece da numeri di capi contenuti, che rappresenterebbero la via di sopravvivenza dell'allevamento in quota", viene fatto notare. Le categorie di settore sostengono invece "che se non ci sono i grandi numeri, la montagna si spopola".
Sull’argomento 'associazioni di categoria', durante l’intervista, l'allevatore ha tenuto a dire la sua: "Gli agricoltori hanno una serie di provvidenze come richieste contributi – premette -. Le associazioni di categoria insegnano a tenere l'anagrafe bovina, con il computer, così si possono registrare marche varie. Poi, quando c’è necessità di chiedere contributi, spariscono nell'assistenza ai contadini stessi". In assenza di organizzazioni sindacali per la tutela delle categorie, i piccoli allevatori si ritrovano soli.
"Quando la Pat decide di destinare ad esempio 50 milioni di euro per il settore zootecnico, sarebbe interessante andare a vedere quanti di quei soldi finiscono veramente ai contadini e quanti invece rimangono nei meandri organizzativi delle categorie – dichiara Maino -. Poi dicono che sono i grandi carnivori che spopolano la montagna, invece che analizzare realmente come stanno le cose". Secondo l'allevatore, infatti, il problema più grande dei 'contadini di montagna' non starebbe nella 'minaccia' data dalla presenza dei grandi carnivori ma nella politica e negli scogli della burocrazia, che penalizza in particolare "i piccoli numeri".
"Se vuoi avere tre pecore, devi avere un numero stalla e per averlo devi avere pure determinati requisiti. Si è perso il concetto del piccolo allevatore di montagna, che era quello che poi teneva davvero viva la montagna, con la sua presenza reale, non come ora che in quota salgono le grandi imprese, che puntano solo ai grandi numeri. Qui si parla di devastazione pura. Il piccolo contadino è oppresso dalla burocrazia, dall'informatica, quindi rinuncia a tutto questo e vende le sue bestie. E la montagna si spopola da chi l'ha sempre vissuta veramente".
Se da un lato stanno gli allevatori dall'altra stanno invece, ancora una volta, 'le categorie', che probabilmente giustificherebbero la 'richiesta dei grandi numeri' sostenendo che il mondo si sta evolvendo. "Il mondo si evolve? - prosegue Maino intervistato da Bearsandothers -. Ammazziamo lupi, orsi, facciamo le guerre, mandiamo le armi, me lo chiamate evolversi? Stiamo perdendo tutto, stiamo sbagliando tutto. Prima delle quote latte, ad esempio, in montagna ogni duecento metri c'era una stalla con numeri piccoli, al massimo trenta o cinquanta vacche, e tutti hanno avuto la possibilità di farsi la propria attività, fare casa, anche ai figli. Ora, dopo che tutto è cambiato ci sono i grandi industriali che prendono in mano malghe, gestiscono i grandi numeri e tutti i contributi che ci ruotano intorno, distruggendo le piccole realtà".
L'abbandono del territorio non sarebbe quindi, secondo l'allevatore, dato dalla presenza di orsi e lupi: "Macché grandi carnivori: portano i capi in montagna per prendere i contributi dati da ogni Uba (unità bovina adulta ndr) e qui c'è dietro un mondo di scambi di animali per far crescere i numeri e acquisire più soldi ma non hanno alcun interesse nel mettere operai pagati a vigilare sull'incolumità del bestiame".
"Parlando con un operatore di montagna - concludono Ianes e Dorigatti - abbiamo scoperto tante cose. Abbiamo capito che si preferisce gettare fumo negli occhi della gente per far credere che la montagna si spopoli a causa della presenza del lupo e dell'orso, ma la verità è che si sta portando la montagna a voler diventare terra di grandi allevamenti e questo fa morire il vero senso di vita della montagna stessa".












