Elezioni Sat, Giacomelli con 36 anni (e da 35 socio della società alpinistica) è il candidato più giovane: "I rifugi devono essere sobri e ridurre l'impatto sulle montagne"
Dal turismo alla rappresentanza giovanile e femminile, dai rifugi alla crisi climatica, dai grandi carnivori al futuro della montagna, Riccardo Giacomelli è il candidato più giovane che corre per il Consiglio centrale della Sat

TRENTO. "Penso a rifugi sobri e reversibili che nel tempo riducano il loro impatto sulle montagne, nei quali l’architettura si ponga come un accento capace di valorizzare l’anima dei nuclei originari". A dirlo Riccardo Giacomelli, il più giovane candidato al Consiglio centrale della Società alpinistica tridentina. "Inoltre, credo che il Trentino sia chiamato a interrogarsi sul futuro del turismo in ottica sostenibile. E in questa partita la Sat deve tornare a essere una voce autorevole capace di stimolare dibattito e azioni".

La società alpinistica tridentina è pronta, con l'assemblea dei delegati, a una nuova fase. La carica dei 32 candidati a fronte di 19 posti nel Consiglio centrale (Qui articolo e candidati - qui le schede di presentazione di tutti i candidati) andrà a delineare la nuova governance del prossimo triennio.

Socio da 35 anni della Sat, Giacomelli è entrato a far parte del Consiglio direttivo nel 2008 mentre dal 2014 al 2018 è stato presidente a Caldonazzo, sezione fondata dal nonno paterno Giambatta. Nel corso del suo mandato è stato sostituito il bivacco GB Giacomelli alla Vigolana.

E' stato anche attivo a livello centrale: dal 2014 al 2018 membro della Commissione Rifugi, ma anche coordinatore dei Club alpini di Area dolomitica in materia di rifugi in relazione ai rapporti con Dolomiti Unesco, dal 2017 delegato per l'Assemblea dei delegati del Cai. Inoltre è membro “Gruppo dei Saggi”, vice presidente prima e attuale presidente della Commissione centrale rifugi e opere alpine, presidente Soroa - Struttura operativa rifugi e opere alpine e membro Commissione rifugi e sentieri del Club Arc Alpin.
"I grandi carnivori sono una componente della montagna che presenta al contempo fascino e pericolo quale può essere un passaggio chiave in parete", aggiunge Giacomelli. "Dobbiamo cercare di farci trovare il più preparati possibile, attraverso formazione e informazione ma senza generare allarmismi e senza rinunciare alla frequentazione consapevole della montagna. Sappiamo che è importante poter intervenire sugli esemplari “problematici” e in questo senso condivido quanto già espresso dalla Sat che ne ammette anche l’abbattimento in extrema ratio".

Un tema dibattuto è quello dell'architettura dei nuovi rifugi in quota, sempre più spesso lontani da una concezione tradizionale e, per certi aspetti, rassicurante. Quanto ci si può allontanare dai canoni a cui molti frequentatori delle terre alte si sono abituati nel corso del decenni? Un altro argomento divisivo è quello dell'offerta di un rifugio. Non mancano gli esempi di una proposta quasi da resort con saune in quota e piatti gourmet.
Ritengo che non ci possano essere risposte univoche e certe capaci di risolvere e accomunare tutti i rifugi. Non c’è una formula magica, benché i rifugi siano magici perché unici. Tuttavia i rifugi fanno parte dell’immagine della nostra montagna ma non sono sempre stati così come li vediamo oggi, nel tempo hanno avuto notevoli evoluzioni nella diffusione sul territorio, nella funzione che svolgono e nelle dimensioni che hanno raggiunto.
Nelle Alpi latine ha sempre prevalso un approccio attento alla conservazione e all’eventuale ampliamento della preesistenza, diversamente dalle Alpi francesi e germanofone dove spesso ha prevalso un approccio legato alla demolizione e la nuova costruzione. Il limite va forse cercato in questo diverso approccio culturale, noi abbiamo un innato amore per la storia e la conservazione che si traduce nella volontà di recuperare la preesistenza. Spingendoci oltre subentra il rapporto di proporzione fra quanto abbiamo ereditato e quanto dobbiamo aggiungere come ampliamento: nuovi corpi o volumi, anche tecnici, che modificano il corpo originario.

Questi ultimi non possono essere concepiti dai progettisti come dei falsi storici, e quindi probabilmente assumeranno i connotati del linguaggio dell’architettura contemporanea. Dunque, in linea del tutto teorica, tanto più grande sarà l’ampliamento tanto più ci avvicineremo al modello francese della sostituzione edilizia, più contenuto sarà l’ampliamento più il rifugio conserverà la sua identità originaria. Per la realtà dei rifugi della Sat, siamo sicuramente nel secondo filone di cui parlavo prima, cioè della conservazione della preesistenza, perché le strutture hanno già dimensioni importanti e, al netto di deroghe dell’assemblea dei delegati, non possono incrementare la propria ricettività. Quello che io vedo quindi come più probabile declinazione dei prossimi interventi sui rifugi della Sat sono “accenti” di architettura contemporanea capaci di valorizzare l’identità dei nuclei storici dei rifugi.
Andando oltre l’aspetto meramente estetico delle strutture credo sia importante tracciare quali siano i requisiti etici e tecnici dei prossimi interventi sui rifugi. Partiamo dalla riduzione degli impatti delle strutture sull’ambiente montano fino al vasto impiego delle tecnologie costruttive a secco entro la cornice degli importanti cambiamenti climatici in atto.
Nello scorso novembre ho presentato al 101esimo Congresso del Cai a Roma il prototipo del Nuovo Bivacco Cai, un edificio realizzato al 100% da materiali riciclati a loro volta riciclabili, che può essere installato in montagna senza scavi, senza cemento e senza la necessità di alterare in maniera permanente lo stato dei luoghi. Un oggetto leggero ed effimero che reinterpreta con un linguaggio contemporaneo i bivacchi del passato e che può essere rimosso senza lasciare un “impronta permanente” sulla montagna. Un edificio con un impatto neutro rispetto a Life cycle assesment e antropocene, che ho definito come “manifesto materiale per i rifugi del domani” e ai cui principi vorrei si ispirassero i prossimi interventi della Sat.
Sicuramente in questo panorama il comune denominatore resta la sobrietà della ricettività dei rifugi, che forse dovremmo tutelare anche riconoscendo il fatto che alcune strutture che oggi chiamiamo per tradizione rifugio possano essere appellate con altri termini, come rifugi albergo o rifugi resort o non più rifugio. In questo caso entra in campo anche il ruolo dei gestori dei rifugi e per quanto riguarda quelli della Sat possiamo stare tranquilli perché sono persone che condividono i nostri ideali amano le nostre strutture e la montagna. Spesso anche più di loro stessi.
Orsi e lupi, come migliorare la convivenza uomo-grandi carnivori?
Posso darti una risposta da socio semplice perché non mi sono mai occupato direttamente di questa tematica che credo vada approfondita sotto il profilo tecnico-scientifico dagli esperti in materia, quali la Tam, la Pat e Ispra. Come alpinista vedo i grandi carnivori come una componente della montagna che presenta al contempo fascino e pericolo quale può essere un passaggio chiave in parete.
Sappiamo che è un fattore che può potenzialmente metterci in pericolo e rispetto al quale dobbiamo cercare di farci trovare il più preparati possibile, attraverso formazione e informazione ma senza generare allarmismi e senza rinunciare alla frequentazione consapevole della montagna. Sappiamo che è importante poter intervenire sugli esemplari “problematici” e in questo senso condivido quanto già espresso dalla Sat che ne ammette anche l’abbattimento in extrema ratio.
Personalmente credo che dobbiamo stare particolarmente vicini agli allevatori che sono molto importanti nella conservazione attiva dei nostri paesaggi alpicolturali. Gli allevatori sono al contempo coloro che soffrono di più la diffusione dei grandi carnivori sulle montagne trentine sia sotto il profilo emotivo sia sotto il profilo economico. In questo contesto la Sat potrebbe essere una voce autorevole della montagna capace di stimolare un dialogo fra i diversi soggetti interessati a perseguire una coesistenza possibile e sicura fra uomo e grandi carnivori.
Una visione del turismo estivo e invernale? E come si può migliorare la gestione dei luoghi di montagna e frenare alcuni contesti di overtourism?
Il Trentino è una terra montana privilegiata perché è abitata. In questi anni nella Commissione Centrale Rifugi e Opere Alpine e poi nella Soroa ho frequentato molte montagne d’Italia incontrando aree montane bellissime ma spopolate. Ogni volta che rientravo a casa ringraziavo l’autonomia e le nostre politiche per la montagna per la qualità della vita di cui ogni giorno beneficiamo. La bellezza dei nostri paesaggi e la qualità del nostro ambiente sono valori eccezionali che dobbiamo custodire gelosamente e tutelare perché ci permettono di essere attrattivi per migliaia di persone che scelgono il Trentino per le loro vacanze estive e invernali.
Questo equilibrio è delicato, soggetto a molteplici minacce, dai fenomeni di overtourism agli effetti dei cambiamenti climatici. Credo che il Trentino abbia il compito di interrogarsi su quali forme di turismo siano compatibili con il proprio contesto nei prossimi anni. Sono a conoscenza di molte buone pratiche portate avanti dai parchi naturali e nazionali e da molte località montane in ottica di un turismo sostenibile e consapevole.
Sono originario di Caldonazzo e abito a Pergine Valsugana, ho visto da vicino la chiusura degli impianti sciistici della Panarotta, avvenuta senza un piano B, senza un’alternativa credibile e immediata allo sci. Sono anni che con il mio impegno in commissione rifugi, prima Sat e poi nazionale, combatto il problema della scarsità dell’acqua con progetti, soluzioni tecniche e promulgazione di specifici bandi. L’impressione è che ci sia molto da lavorare per rendere compatibile il nostro modello di turismo con gli effetti dei cambiamenti climatici sia per quanto riguarda il turismo estivo che quello invernale. In questa partita mi piacerebbe pensare a una Sat che si emancipasse dal ruolo di “semplice associazione di protezione ambientale", chiamata in causa per esprimersi su problematiche ex post.
Penso a una Sat capace di avviare un dibattito costruttivo sul modello turistico del Trentino del domani, nel quale far partecipare giovani, università, Provincia, Apt e operatori economici, sostenendo i valori della tutela dell’ambiente e della frequentazione responsabile della montagna come centrali per arrivare ad un turismo sostenibile e non più come antitetici allo sviluppo economico.
In poche parole, vorrei una Sat capace di reinterpretare attraverso la lente del turismo sostenibile il ruolo che ha già rivestito nell’800 quando, percependo la crisi economica in cui versavano i nostri territori ma al contempo intravedendo le potenzialità del Trentino, si è resa protagonista della definizione del modello turistico dell’epoca anche attraverso azioni concrete. In questa sede e con questo ruolo Sat potrebbe essere un soggetto capace di dare il suo contributo entro il macro-problema dell’overtourism, condividendo strategie complessive con i citati stakeholders e declinandole puntualmente a partire dalla propria rete di infrastrutturazione sostenibile della montagna, cioè rifugi e sentieri.
Come si possono avvicinare i giovani alla Sat, come rendere attrattivo l'impegno per la Società alpinistica trentina?
A settembre compio 36 anni, sono iscritto da 35 anni alla Sat. Paradossalmente mi trovo nella condizione di essere il più giovane candidato al Consiglio della Sat Centrale per età anagrafica e uno dei “veterani” per anzianità di iscrizione al sodalizio e per curriculum associativo, attitudine per cui chi mi conosce bene sa che amo definirmi “vecchio dentro” dall’età di 14 anni.
Per me essere socio attivo è una consuetudine famigliare a partire dal nonno Giambatta fondatore della Sezione Sat di Caldonazzo e dell’allora stazione del Soccorso Alpino locale, al padre Giulio presidente di Sezione fino al bivacco intitolato al nonno in Vigolana. Quasi 20enne sono entrato a far parte del giovane direttivo della Sezione Sat di Caldonazzo, sicuramente sbagliavamo qualcosa ma ci mettevamo in gioco e siamo riusciti a portare a casa dei buoni risultati.
Dopo la presidenza della sezione e l’esperienza in commissione rifugi della Sat, ho fatto una lunga esperienza nella Sede Centrale del Club alpino italiano dover per molti anni ho avuto l’occasione di lavorare e confrontarmi con soci ben più grandi di me, ma mai più giovani. Nel 2022, anche interrogandoci sulla debole presenza di under 40 nei direttivi abbiamo organizzato il primo Camp Giovane Cai sulle Alpi apuane, dove oltre 100 giovani attivi nelle sezioni di tutta Italia si sono incontrati per discutere sul ruolo dei giovani nel sodalizio e per condividere attività in ambiente.
Dalla 4 giorni, al di là delle amicizie e della rete di rapporti, sono emerse alcune tematiche che credo andrebbero anche messe al centro dei ragionamenti della Sat per ringiovanire i propri organici ed assicurare un corretto passaggio di testimone nel tempo (basti pensare che a livello nazionale il numero dei soci seniores over 65 è raddoppiato dal 2009 al 2023).
Attraverso il Camp si sono costituiti diversi gruppi juniores in tutta Italia, per la fascia tra i 18 e i 25 anni, che sono formalmente riconosciuti dalla Sezione, possono organizzare attività specifiche e autonome rispetto alle gite sezionali, partecipano ai direttivi e alla vita sociale. Il giusto mix fra “indipendenza organizzativa” e possibilità di partecipare alle decisioni, ed anche al bilancio, delle Sezioni ha portato ad avere 90 gruppi juniores in tutta Italia.
In Trentino oltre 80 giovani si sono trovati a Levico per dar vita a questo tipo di esperienza. La Sat Centrale dovrebbe supportare queste iniziative sia a livello provinciale sia stimolando le sezioni in tal senso. I giovani dai 18 ai 25 sono nel pieno della loro forza fisica e usciti dall’Alpinismo Giovanile escono anche dai radar delle sezioni e spesso finiscono per non rinnovare il tesseramento, depauperando non solo il numero, ma anche la qualità della composizione sociale.
Infatti, i ragazzi e le ragazze spesso non hanno solo un ritmo “accelerato” nelle escursioni, ma hanno anche una particolare sensibilità in materia di tutela dell’ambiente, parità di genere, comunicazione, linguaggio, forme di frequentazione della montagna, abitudini alimentari e stili di vita che è un patrimonio immateriale spesso importante, ma non capitalizzato, dalle Sezioni.
Mi piacerebbe poter sostenere gli 80 ragazzi di Levico perché possono essere un importante seme per tutte le Sezioni della Sat, inoltre credo che Società alpinistica tridentina debba e possa fare di più rispetto alle migliaia di giovani che tutti gli anni vengono a Trento e a Rovereto per frequentare l’Università per coinvolgerli nell’attività sociale ed anche semplicemente per fargli conoscere l’emozione di veder sorgere un’alba in montagna. Le esperienze che ho visto bazzicando qua e là sono molteplici, dalle convenzioni con le Università sul modello delle Sezioni Toscane, ai bandi per le attività rivolte ai soci under 40 promulgati dal Gr Lombardia, fino ai pullmini 9 posti che mette a disposizione la sezione di Innsbruck dell’Österreichischer Alpenverein, tutte possibilità da calibrare attentamente sulla realtà satina attraverso un confronto costruttivo con i giovani.
Infine il Covid ha portato ad una riscoperta della prossimità e della montagna, molti di noi si lamentano del fatto che la montagna si sia riempita di ragazzi che frequentano in modo “improprio” le terre alte, io credo che dobbiamo fare un passo indietro e cercare di accogliere queste persone nelle Sezioni e così avvicinarle ad una frequentazione consapevole della montagna e in questa mission i giovani sono una componente importantissima per la Sat, perché chi meglio di un giovane riesce a usare le parole giuste con un altro giovane.
Dopo la guida Facchini e il vertice femminile, sono poche le candidate. Anche a fronte di rifugi sempre più a gestione femminile. Quali possono essere le ragioni?
Mi è sembrato tanto strano quanto triste. Ho sempre creduto nel valore aggiunto dei gruppi di lavoro misti, dove i diversi approcci e le diverse attenzioni concorrono a migliorare il risultato finale per il bene di tutti ed ho sempre lavorato in questa direzione, sia in Sezione a Caldonazzo, che in Struttura Rifugi e Opere Alpine del Club alpino italiano. In questa tornata ci sono poche donne e pochi giovani che hanno messo a disposizione il loro tempo e le loro competenze, un motivo in più per sostenerli.














