"Sono un uomo di 50 anni che ha sbagliato", dalla dipendenza da alcol alla gestione di Capanna Punta Penia, Budel si racconta: "La costante della mia vita? La montagna"
Carlo Budel si racconta a Il Dolomiti, rivelando qualche dettaglio di sé al di là dell'esperienza in quanto rifugista: "Il grande errore della mia esistenza? Quello legato alla dipendenza da alcol. Ne ho fatto uso per un periodo: poi, però, grazie al ricovero in una clinica ne sono uscito. È stata un'esperienza molto forte, che mi ha cambiato ma che mi ha anche fatto capire quanto sbagliato fosse bere"

TRENTO. Dall'amore per la montagna e la cucina ai 20 anni di lavoro in fabbrica, poi ancora il richiamo delle terre alte, con qualche, inevitabile, caduta (parte del percorso). La vita di Carlo Budel non si riduce alla gestione della 'sua' "capannina", che svetta a quota 3.340 metri sulla Marmolada: "C'è tanto altro oltre al rifugista - fa notare, intervistato da Il Dolomiti, guardandosi indietro -. Sono un uomo di 50 anni che sicuramente ha sbagliato, ma felice della propria esistenza".
"Ho cominciato a lavorare a 15 anni - esordisce -. La scuola non mi piaceva: il lavoro invece è stato per me essenziale, una grande palestra di vita che mi ha dato molto ma anche tolto". Dopo due anni in una struttura ricettiva in Val di Fassa, accanto ad Aurelio Soraruf, "il mio secondo papà", l'allora 18enne Carlo decideva di fare un anno da militare, per poi cominciare a lavorare in fabbrica, "dove sono rimasto per 20 anni, ma non faceva per me".
"Era un lavoro, ma soprattutto una vita che non sentivo mia - riporta Budel -. Così, messo da parte qualche soldino ho deciso di mollare tutto e di percorrere, per quasi due anni, in lungo e in largo le montagne vicino casa e non solo con la mia cagnolona Paris, un'amica ed una grande compagna di vita", spentasi di recente. Poi, "bisognoso di tornare a lavorare, ho deciso di cercare un impiego in quota: la passione per la montagna è sempre stata una costante nella mia vita, una passione che non mi ha mai abbandonato".
"Ricordo ancora le escursioni con mio nonno, ma anche le tante uscite per funghi o in bicicletta alla volta del torrente per andare a pescare - ricorda Carlo commosso -. Insomma, le terre alte e la natura ci sono sempre state: un grande amore per me, come quello per la cucina" (CE LO AVEVA RACCONTATO ANCHE QUI).
Scelte quindi le terre alte come punto di ri-partenza e dopo un'esperienza di lavoro come lavapiatti e aiutocuoco a Malga Ciapela, Budel è approdato in Marmolada per raggiungere Soraruf, "la mia seconda famiglia - spiega -. È così che poi sono finito a Punta Penia, a gestire la "capannina" dove tornerò anche quest'estate". Una gestione che, anche grazie ai social, ha reso sempre più famoso Budel, "tanto che molti, come riportano diverse le guide alpine, anziché dire 'vado in Marmolada' dicono 'vado a trovare Carlo' - fa sapere -. La mia notorietà, se così vogliamo definirla, è stata più che altro fortuna: non posso che esserne infinitamente grato, soprattutto visto anche il grande successo riscosso dai miei libri".
Una 'fama' che, tuttavia, trascina con sé anche aspetti negativi: "Non mancano tantissimi leoni da tastiera che non perdono occasione per insultarmi o denigrarmi: sinceramente, non capisco il perché. In più occasioni, hanno anche approfittato per tirare fuori alcuni aspetti del mio passato: hanno raccontato che sono stato denunciato per stalking e violenza, senza specificare però che, una volta giunto in tribunale davanti alla mia ex compagna, sono stato subito prosciolto dalle accuse".
"L'unico grande errore della mia esistenza - prosegue - è stato quello legato alla dipendenza da alcol - ammette -. Ne ho fatto uso per un periodo, cadendo: poi, però, grazie al ricovero in una clinica specializzata ed all'aiuto di esperti ne sono uscito. È stata un'esperienza molto forte, che mi ha cambiato ma che mi ha anche fatto capire quanto sbagliato fosse bere".
"Oggi sono un uomo felice - conclude il rifugista, che si sta preparando per partire alla volta della Tailandia -. Felice di quello che sono diventato e di aver scelto la vita in quota. In fondo, se mi guardo indietro, è stato proprio l'amore per la montagna ad esserci sempre, unica costante nonostante tutto".












