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Trento
08 settembre | 06:00

Dalla crisi climatica, all'alcool sempre meno di moda dai dazi ai vitigni ibridi, giro di vite per il mondo del vino: ''Il sistema trentino è in salute grazie anche al suo territorio''

Il settore vitivinicolo è atteso da molte scelte per non essere travolto dagli eventi. Il Trentino Alto Adige è in salute e la produzione di TrentoDoc è solida e stabile ma quale futuro? Il punto con Albino Armani, imprenditore di una famiglia lagarina che opera nel vino dal lontano 1607, con cantine in Veneto, Friuli e vigneti trentini proprio sul versante di fondovalle del Monte Baldo e già presidente del Consorzio Tutela delle Venezie Doc

TRENTO. I dazi degli Stati Uniti sono solo l'ultimo dei temi che affronta il settore vitivinicolo italiano, un comparto che è chiamato a una profonda riflessione sul proprio futuro e sulla tenuta di un sistema economico strategico per l'Italia. La crisi climatica, il vino dealcolato, prodotti a bassa gradazione, la "competizione" tra bianchi, rossi e bollicine, vitigni resistenti o ibridi. C'è ancora tempo ma sembra arrivato anche il momento di aprire le discussioni per non trovarsi spalle al muro. Un mondo che talvolta soffre le mode e che invece dovrebbe aprire un confronto il più possibile laico.

 

Un discorso non semplice per le forti differenziazioni territoriali e talvolta resistenze ai cambiamenti. Il Trentino Alto Adige, per esempio, sembra poter reggere meglio l'urto dell'innalzamento delle temperature rispetto al Veneto. E pure dentro il territorio provinciale si possono operare distinzioni e distinguo. La materia è, insomma, complessa.

 

Il rischio è quello che l'agricoltura vitivinicola venga travolta senza scelte, anche coraggiosa, dal punto di vista strutturale. Una spinta è quella di installare i vitigni in quota. Anche in Trentino. "Il sistema trentino è in salute", dice Albino Armaniimprenditore di una famiglia lagarina che opera nel vino dal lontano 1607, con cantine in VenetoFriuli e vigneti trentini proprio sul versante di fondovalle del Monte Baldo e già presidente del Consorzio Tutela delle Venezie Doc. "Sicuramente c'è un vantaggio dettato dal territorio per altitudine e morfologia. Inoltre il modello cooperativo e i rapporti da pubblico e privato consentono di poter guardare al futuro con maggiore serenità rispetto a qualche altra realtà regionale. E' necessario, però, prestare attenzione e non pensare che la soluzione sia portare l'uva indiscriminatamente in montagna. Si deve trovare un equilibrio negli ettari per non snaturare le vocazioni di una zona e non creare potenziali conflitti".

 

Il riferimento va, per esempio, al caso di Brentonico. Lassù c'è stata una grossa acquisizione di Signorvino. Un investimento non è necessariamente negativo ma è chiaro che apre a discussioni sul rischio di subire questa dinamica. E infatti il Comune (con la Provincia) è attivo per arrivare a una regolamentazione: la prima realtà italiana a imporre confini e paletti tra urbanistica e agricoltura.

 

"E' una possibilità che merita attenzione e qualcosa si può portare in quota ma l'equilibrio è fondamentale perché non basta alzare l'altitudine", continua Armani. "Gli ettari possono essere limitati e le rese variano sulla base delle caratteristiche del terreno: va trovato un senso del limite". Il metodo TrentoDoc ingolosisce, "perché è stabile e solido. Bene anche il Pinot Grigio, le ultime stagioni sono state molto positive. Tuttavia il settore sembra seguire un po' le mode: prima tutti produttori di rossi, oggi di bianchi, domani di bollicine. Il ragionamento del sistema dovrebbe essere più ampio e variegato, cioè avere la lungimiranza di proiettarsi in un orizzonte da qui a 20 anni".

 

Il Veneto soffre di più. "Le aziende hanno innovato e sono interessanti ma i costi sono alti: questo comporta valutazioni perché non tutte le imprese e non tutte le varietà poi hanno la forza di restare competitive". Anche per questo l'eurodeputata  Cristina Guarda (Verdi) a Bruxelles ha lanciato un appello chiaro: superare i divieti che ancora colpiscono le varietà cosiddette proibite, come il Clinton, e garantire misure concrete a favore dei viticoltori indipendenti, per le misure di crisi e soprattutto in materia di promozione e sviluppo dell’enoturismo.

 

"Le varietà ibride sono state stigmatizzate ormai 40 anni fa", aggiunge Armani. "Si è creduto che fossero nocive. Tuttavia studi e ricerche hanno evidenziato che non sembra essere così. Anzi sono vitigni più resistenti e che richiedono meno trattamenti. Ritornare indietro può essere una via di fuga interessante. Un'altra strada può essere il vitigno resistente, però serve un passo in avanti perché oggi è ancora un segmento di nicchia e quindi in minima parte remunerativo: si può fare di più. Il Consorzio produce circa 300 milioni di bottiglie: si potrebbe ipoteticamente e nel tempo arrivare a un 10% massimo di quota".

 

E prima di passare il testimone a Luca Rigotti alla guida del Consorzio Tutela Vini Doc delle Venezie, Armani ha tracciato una rotta: il rafforzamento - appunto - dei vitigni Piwi mentre l'altra traccia riguarda la gradazione del vino. Il dealcolato divide tra quelli che ritengono non possa essere considerato un vino e quelli che invece ritengono questo segmento una via da percorrere tra nuovi mercati (il mondo arabo in primis) e i nuovi consumi (giovani, donne incinte, astemi solo alcuni potenziali clienti).

 

"Il vino dealcolato è vino, la legge dice così e quindi bisogna superare questa discussione", prosegue Armani. "Premesso che non sembra rivoluzionare il mercato e svuotare i magazzini, questo è un percorso difficile per svariati fattori: le norme non sono ancora chiarissime, i macchinari sono costosi e l'Italia sconta un fortissimo ritardo. Spagna, Francia, Germania e pure l'Austria è molto più avanti". Più interessante, quindi, la riduzione della gradazione alcolica, come il prodotto di punta del Pinot Grigio portato da 11 (che - a scanso di equivoci - resta e viene affiancato) a 9 gradi.

 

"La sperimentazione con Università di Verona e di Udine, il Crea, la Fondazione Mach, i Vivai Rauscedo è in corso e i risultati sono incoraggianti. Anche l'iter burocratico è in fase avanzata: c'è l'apertura del Comitato nazionale vini e aspettiamo il via libera del ministero dell’agricoltura, che dovrebbe essere dirittura d'arrivo. E' un modo per rispondere così alle sfide poste dai nuovi modelli di consumo".

 

E poi ci sono le ombre lunghe e i rallentamenti causati dai dazi, annunciati, sospesi, applicati da Donald Trump. "L'esposizione sul mercato statunitense è importante per l'Italia. Ci sono state ripercussioni ma, per ora, la situazione viene assorbita. Il problema maggiore è legato alle incertezze di pianificazione e di programmazione", conclude Armani.

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