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Belluno
12 marzo | 17:39

Impianto sciistico Comelico - Pusteria: attesa la sentenza del Tar. La Provincia: "Strumento contro lo spopolamento”. Ma sorgerebbe su un’area inserita nel patrimonio Unesco

Il 6 marzo si è svolta davanti al Tar del Veneto l'udienza durante la quale è stato discusso il ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste contro il collegamento tra Comelico e la Val Pusteria. Se realizzato, l’impianto rientrerebbe in un’area Rete Natura 2000 sottoposta a vincoli ambientali. La Provincia, però, lo ritiene fondamentale per contrastare lo spopolamento e rilanciare l’economia locale

 

COMELICO SUPERIORE. "I tempi del Tar del Veneto sono lunghi, quindi ci vorranno alcuni mesi per la sentenza. Speriamo che l’esito sia positivo per noi, ma in ogni caso si andrà in Consiglio di Stato perché la parte che perde farà ricorso. Purtroppo il riconoscimento di zone protette come Rete Natura 2000 si scontra con una profonda ignoranza sul tema, si pensi alla Dichiarazione di notevole interesse pubblico su quest’area emanata dal Ministero qualche anno fa e contro la quale Comuni e Regione avevano presentato ricorso. Molti Comuni, non solo qui, non capiscono di essere seduti su una pentola d’oro di bellezza e puntano su progetti di breve prospettiva, senza pensare alle ricadute future e al fatto che la natura è un bene comune che va preservato". Così Gianluca Vignoli di Mountain Wilderness commenta a Il Dolomiti la recente udienza al Tar Veneto relativa al ricorso contro il collegamento sciistico Comelico - Pusteria.

 

La Provincia di Belluno, invece, è su posizioni opposte, con le dichiarazioni di Silvia Calligaro, vice presidente della Provincia e rappresentante delle terre alte, che legano l’impianto a un rilancio economico e sociale dell’area: "Solo un territorio abitato è un territorio che può essere tutelato. Oggi la montagna che lotta contro uno spopolamento feroce ha bisogno di strumenti concreti per creare economia, turismo, lavoro, servizi. E un impianto sciistico, che è un mezzo di trasporto sostenibile, può essere proprio uno di questi strumenti".


Del collegamento si discute ormai da anni e da anni vengono sollevati molti dubbi per la sua sostenibilità economica (molti dei fondi sono pubblici) e ambientale. Il progetto prevede due impianti di risalita a Padola, in Comelico Superiore, entrambi con base in Valgrande: il primo sale verso Cima Colesei, il secondo verso Col d’La Tenda, oltre a nuove piste e un nuovo tratto verso pista Campo. La società proponente è la Drei Zinnen e l’investimento supera i 40 milioni di euro, di cui la maggior parte proviene dai Fondi per i Comuni di confine.

 

La Provincia si è sempre schierata a favore. “Ovviamente - prosegue Calligaro - non possiamo prescindere dalla sostenibilità, presente sia nel progetto dell’impianto sciistico che nella vivibilità e nell’economia dei territori e questo come gente di montagna lo sappiamo benissimo. A maggior ragione per un’area, quella del Comelico, che oggi soffre una potenziale marginalità in termini di servizi. Nelle terre alte è fondamentale preservare la presenza umana con il senso di comunità che le contraddistingue, anche creando motori di sviluppo e lavoro, perché è questo che preserva la montagna, il suo paesaggio, i suoi valori ecosistemici e fondanti".

 

Eppure, la strada del progetto è stata finora in salita. Le associazioni Italia Nostra, Lipu, WWF e Mountain Wilderness si sono schierate da subito contro il collegamento, che giudicano insostenibile e ancorato a quella monocultura dello sci oggi da superare in favore di un turismo alternativo per la montagna. Anche il Club Alpino Italiano ha espresso la sua contrarietà, con l’eccezione della sola sezione locale.

 

Come già spiegato a L’AltraMontagna da Vignoli (Qui articolo), i problemi dell’impianto sono soprattutto due. Da un lato, l’area rientra nella Rete Natura 2000, dunque è protetta a livello comunitario, oltre a toccare alcuni territori parte del patrimonio Unesco. Inoltre si tratta di quote basse e parzialmente esposte a sud, quindi “un impatto ambientale elevato a fronte di un vantaggio turistico e sciistico opinabile”. A ciò si aggiungono un serbatoio e un impianto per l’innevamento artificiale, con conseguenti costi molto elevati.

 

"La montagna e noi montanari - conclude Calligaro - non hanno bisogno di un amministratore di sostegno. Anche perché chi vorrebbe imporre la propria visione alla montagna è quasi sempre proveniente da fuori, non abita questi territori, non li conosce e li apprezza solo come “villaggio vacanze”. Non è questo che serve alle terre alte, quanto piuttosto qualcuno che le vive, le ama, le cura e ci lavora 365 giorni l’anno".

 

Le associazioni ambientaliste auspicano invece in “una sentenza che preservi un territorio di grande valore ambientale e ricco di biodiversità, nel rispetto delle generazioni future, per contribuire alla battaglia contro i cambiamenti climatici” e “si rivolgono alle Comunità locali per invitarle a ripensare alla pianificazione del loro territorio, cercando di valorizzare e preservare la ricchezza naturale e la biodiversità che ancora sopravvivono, affinché si facciano portatrici di nuovi valori ecologici, fondamentali in questo periodo in cui la crisi climatica ci pone ogni giorno sfide nuove da gestire”.

 

La "palla" ora passa al Tar, che dovrà esprimersi. Ma ci vorranno mesi e, intanto, la disputa verbale continuerà.

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