"Controstoria dell'alpinismo", un libro che racconta il dietro le quinte delle prime ascensioni: "Per valorizzare il ruolo chiave giocato dalle comunità di montagna"
“Controstoria dell'alpinismo” invita a una riflessione nuova nei confronti di prime ascensioni che non sono forse così “prime”: prima dei grandi nomi c’erano già i montanari

TRIESTE. "Di questi primi frequentatori delle montagne non sapremo mai niente se non ribaltiamo la nostra prospettiva sull'alpinismo, che non è stato inventato con la prima salita del Monte Bianco né con la corsa all'oro degli anni '30 e '40 dell'Ottocento, ma era un'attività diffusa da sempre tra i montanari".
Così Andrea Zannini, docente di storia dell'Europa all'Università di Udine, raggiunto da il Dolomiti, ha introdotto i temi del suo libro, “Controstoria dell'alpinismo”, a margine della presentazione che ha avuto luogo lo scorso 13 febbraio nella sede della Società Alpina delle Giulie di Trieste. Un titolo che sembra entrare a gamba tesa e scardinare dalle fondamenta l'almanacco d'oro dei primatisti delle montagne, ma, ancora una volta, giudicare il libro dalla copertina sarebbe poco saggio, poiché a ben guardare il testo propone un arricchimento della storia dell'alpinismo, valorizzando l'importanza del ruolo giocato dalle comunità montanare dei secoli passati nelle prime esplorazioni delle vette alpine, che di solito attribuiamo a scienziati illuministi di fine Settecento, i quali in molti casi nemmeno sarebbero riusciti ad arrivare al risultato senza il bagaglio di conoscenze offerto da questi abitanti.
“La narrazione che vede il montanaro come un villico ignorante, povero e superstizioso, e pertanto incapace di misurarsi con quello che consideravano un 'locus horribilis', è il retaggio di una logica imperialista e coloniale – ha spiegato il professore – Un esempio classico che ci porta a riconsiderare il concetto di 'prima ascensione' riguarda l'alpinista austriaco Paul Grohmann. Quando egli arriva in Ampezzo nei primi anni '60 del XIX secolo e mette nel mirino alcune delle più importanti cime delle Dolomiti, sceglie di avere come guida Checco Da Meleres (Francesco Lacedelli, ndr), che all'epoca aveva qualcosa come 68 anni".
"Per quale ragione - prosegue - un uomo di trent'anni sceglie una guida di 68 se non perché questa era già stata in cima? Infatti, se leggiamo i testi degli ampezzani, scopriamo che il Sorapiss, il Cristallo, l'Antelao eccetera erano già stati saliti cinquant'anni prima dai locali”. Ecco quindi che il libro del professor Andrea Zannini si prefigura di evidenziare come nell'alpinismo ci sia una storia dietro la storia, nella quale poter trovare ascensioni antecedenti rispetto alle “prime” convenzionalmente riconosciute, che costituiscono una lunga serie di esperienze vissute dai montanari fino all'inizio dell'Ottocento, quando sono finite oscurate dall'arrivo sulle Alpi degli alpinisti-scienziati e la storia dell'alpinismo è proseguita secondo un canone borghese, che non prevedeva di spartire il merito con le comunità montane, anche se le competenze di queste ultime erano spesso fondamentali per determinare il successo di una spedizione.
“Controstoria dell'alpinismo” ci invita pertanto a una riflessione nuova nei confronti di una narrazione che ha visto i grandi protagonisti delle vette avvalersi delle competenze acquisite dalle genti di montagna per raggiungere i propri scopi, sfruttando talvolta i montanari alla stregua di strumenti necessari nella corsa alle cime. Un passaggio rapido, confluito in qualche modo nell'evoluzione dell'attività delle guide dell'Ottocento, abitanti delle montagne che sarebbero finite col prestarsi al servizio dell'alpinista borghese e facoltoso che proponeva denaro in cambio di rischio, conquista e gloria.












