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Giornata contro la violenza sulle donne, ''Anche in Trentino una piaga sociale''

Presentati i dati del fenomeno: "Nel 2016 le denunce sono state 532, gli ammonimenti 235, sono in tutto 764 i procedimenti che comprendono i reati di percosse, lesioni dolose, atti persecutori, stalking. Cinque donne ogni mille, ogni giorno 2 casi, 64 ogni mese

 

Di Donatello Baldo - 24 novembre 2017 - 19:17

TRENTO. "Anche in Trentino siamo di fronte a una piaga sociale - afferma l'assessora Sara Ferrari - questo è quello che emerge dai dati sulla violenza sulle donne".  Una violenza giustamente definita domestica: "Perché avviene dentro le mura di casa, dentro le relazioni di coppia, messa in atto da persone vicine, mariti, fidanzati, ex compagni".

 

"Il lavoro che stiamo cercando di fare è quello della consapevolezza, un lavoro culturale sulle nuove generazioni affinché imparino a costruire relazioni corrette e rispettose". Anche attraverso percorsi nelle nostre scuole, per dare ai ragazzi strumenti gli strumenti per sapere e imparare a relazionarsi tra i generi. 

 

Un lavoro che guarda in prospettiva, quindi, che possa un giorno far scendere la linea del grafico sulla violenza di genere che se non va verso l'alto comunque non scende. "La situazione è infatti stazionaria - spiega Cristiano b, dell'Università degli studi di Milano - nel 2016 le denunce sono state 532, gli ammonimenti 235, pressoché in linea con l'anno precedente". 

 

In totale 764 procedimenti che comprendono i reati di percosse, lesioni dolose, atti persecutori, stalking. Cinque donne ogni mille in Trentino, 2 casi ogni giorno, 64 ogni mese. E questo è il dato che emerge, il sommerso è molto più ampio. 

 

"Tutti gli studi -spiega infatti Vezzoni - riferiscono che l'emerso è soltanto tra il 5 e il 10% del sommerso". Secondo questi dati, quindi, in Trentino sono state tra le 3 mila e le 7.500 le donne vittima di violenza nel 2016.

 

Autori delle violenze gli uomini, ma non l'uomo nero che sbuca dal cespuglio o lo sconosciuto che sorprende la vittima alle spalle. Per il 43% del totale si tratta del fidanzato, del marito, del partner, dell'ex che torna minaccioso e violento.

 

Nel 12% è un familiare, nel 19% un amico, un conoscente, il collega o il datore di lavoro rappresentano il 3% dei casi mentre lo sconosciuto o la persona con cui non c'è nessun tipo si attesta al 16%. E la violenza è fisica, sessuale, psicologica, di stalking e anche economica

 

In quest'ultimo caso la donna è costretta a far fronte alla privazione o al controllo che limita la sua indipendenza, e spesso le donne senza autonomia economica sono più restie a fare denuncia per il pericolo di dover rimanere senza la possibilità di sostentare se stessa e spesso anche i figli.

 

Figli che la violenza la vivono in modo diretto, infatti nel caso in cui all'interno della relazione violenta ci siano dei minorenni si parla di violenza assistita. E sono 453 i figli delle donne che si sono rivolte ai servizi, da aggiungere alle vittime della violenza maschile in famiglia.

 

"La violenza è trasversale a tutte le fasce sociali, a tutte le etnie, a tutte le età", spiega il professore. Infatti non ci sono differenze sostanziali se non nella popolazione delle donne accolte in strutture: "Sono di più le straniere perché spesso non hanno una rete familiare che le può sostenere sia economicamente che attraverso la messa a disposizione di un alloggio". 

 

La violenza sulle donne è  una realtà con cui dover fare i conti. "Il nostro territorio non è indenne da questo fenomeno - spiega Sara Ferrari - e per fronteggiarlo serve un'assunzione di responsabilità collettiva. A livello nazionale purtroppo il sostegno ai centri antiviolenza sta diminuendo - sottolinea - ma non in Provincia di Trento". 

 

Un sostegno non solo economico "ma anche di incentivo e collaborazione, di messa in rete di tutto il patrimonio dei servizi che in collaborazione con le Forze dell'ordine possono garantire il massimo dell'aiuto alle donne vittima di violenza". 

 

Gli enti che gestiscono i servizi antiviolenza in Trentino sono molti, articolati in Case rifugio e Case di accoglienza (gestite da Fondazione Famiglia Materna, Casa di accoglienza alla vita "Padre Angelo", Punto d'Approdo, Casa Tridentina della Giovane. 

 

Ma sono presenti anche alloggi in autonomia per ospitare temporaneamente le donne sole o con figli vittime di violenza, gestite anche da Atas, Villaggio del fanciullo, Casa Rifugio e Alfid. Ma ci sono anche i servizi non residenziali con i Centri antiviolenza e Alfid e i percorsi di rieducazione rivolto ai maltrattanti gestito dalla Fondazione Famiglia materna e da Alfid. 

 

Anche gli interventi messi in campo dalla Provincia sono molti: rimborsi sanitari per prestazioni aggiuntive per le donne vittima di violenza, l'assenza del ticket, l'inserimento nel mondo del lavoro, considerando la donna maltrattata come categoria a rischio di emarginazione sociale. 

 

Un lavoro importante è svolto dalla prevenzione, un percorso lungo di cui già si possono raccogliere alcuni frutti: "Sta aumentando la consapevolezza nelle donne, di questo fenomeno se ne parla sempre di più, nelle scuole si fanno percorsi educativi".

 

Percorsi sulla cultura delle relazioni di genere che però faticano a decollare: "Le scuole coinvolte sono 21, sono 81 i percorsi avviati - assicura l'assessora - ma c'è ancora qualche genitore che chiede l'esonero dei propri figi perché si ha paura che si trattino argomenti riferiti all'identità di genere".

 

Il fantasma del pericolo gender non è stato del tutto sconfitto e sono ancora molti i genitori che pensano che l'educazione contro gli stereotipi sessuali e le discriminazioni non debba essere fatta all'interno delle scuole.

 

Per alcuni, insegnare ai bambini che le bambine e le future donne devono essere rispettate è compito esclusivo della famiglia. Anche di quelle famiglie, e sono ancora tantissime, dove la mamma viene presa a pugni.

 

 

 

 

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