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Un commento ''partigiano'' sulle ultime elezioni provinciali

La vittoria della Lega, Salvini, la crisi del Partito democratico, ne abbiamo parlato con Renato Ballardini avvocato, partigiano e politico di lungo corso: ''La politica ha il dovere di anticipare i tempi non di farsi trascinare dalle pulsioni della gente''

Di Tiziano Grottolo - 24 ottobre 2018 - 16:56

RIVA DEL GARDA. Proprio nel giorno in cui si votava per il rinnovo del consiglio provinciale Renato Ballardini ha festeggiato 91 primavere. Classe 1927 giovanissimo partecipò alla Resistenza, finita la guerra si laureò in legge per poi diventare avvocato, professione che porterà avanti fino al giugno di quest’anno. La sua carriera politica iniziò nel 1951 all’interno del consiglio comunale, mentre nel ’58 venne eletto alla camera dei deputati per il Partito Socialista dove militerà fino al 1981, quando verrà espulso da Craxi, colpevole di aver denunciato la decadenza morale del partito. Da segnalare anche la sua attività nel Parlamento europeo e quella all’interno del Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige dove venne eletto con il Partito Comunista Italiano.

 

Nel mezzo della vita politica va ricordata anche l’instancabile attività professionale che lo portò a prendere parte ad alcuni importanti processi come quello per la strage di Piazza della Loggia, o al fianco di molti antifascisti e personalità politiche legate alla sinistra anche extra-parlamentare.

 

Nel 1999 si concluse la sua carriera politica all’interno del consiglio comunale rivano, da allora è stato un attento osservatore della politica regionale e nazionale nonché un punto di riferimento della sinistra trentina. Abbiamo deciso di commentare con lui il risultato delle recenti elezioni provinciali.

 

Innanzitutto è rimasto sorpreso dai risultati di queste elezioni?

Solo in parte, una vittoria della destra era tutto sommato prevedibile ma ciò che mi ha colpito sono le proporzioni del risultato. Credo che questi risultati provinciali siano perfettamente coerenti con quanto sta avvenendo nel resto d’Italia. Per la verità il Trentino e ancora di più l’Alto Adige sono terre dove i problemi che affliggono la società sono abbastanza assenti per questo non c’era da aspettarsi un’affermazione della Lega di queste dimensioni. Probabilmente attraverso giornali, televisioni e social network la gente si è costruita una percezione della realtà errata cadendo in questa trappola salviniana.

 

Ecco, l’affermazione leghista la preoccupa?

Sì, mi preoccupa perché non vedo nel loro discorso politico una prospettiva e contemporaneamente vedo una crisi profonda della sinistra. Almeno per adesso però, credo che la struttura funzionante della nostra autonomia possa resistere a questo cambio di potere.

 

La crisi della sinistra è sicuramente l’altra faccia della vittoria leghista.

Proprio così, la Lega vince perché ha trovato in Salvini un demagogo spregiudicato ma abile che sa interpretare bene questo stato d’animo della gente che spera ancora in soluzioni miracolose. Quello che manca a sinistra è una cultura adeguata ai tempi moderni, quella tradizionale non basta più. Manca un progetto per affrontare il futuro. Qual è il modello di società che abbiamo oggi? Sempre più spesso si sente dire più mercato e meno Stato, anche la sinistra ha finito per cedere a questa tentazione, sedotta da questa economia liberale. Ma il mercato è regolato da una sola legge: quella del profitto, che non fa che produrre disuguaglianze. La popolazione si trova sola ad affrontare problemi reali generati da queste disuguaglianze e sempre più disorientata si fa sedurre delle tentazione più immediate e più apparenti.

 

Il centro sinistra è uscito diviso e con le ossa rotte da questa tornata elettorale un problema di unità o di contenuti?

Certamente aver combattuto in famiglia non è stato un bello spettacolo, per collaborare tra forze politiche diverse bisogna che sia una capacità di mediazione che è mancata completamente. A mio avviso se si fosse riusciti ad andare uniti si avrebbe avuto maggior forza.

 

Dica la verità: le viene mai in mente di ributtarsi nella mischia?

Non ho più l’età per mettermi in politica, anche se ne avrei la voglia, spero proprio che in un certo momento il Partito Democratico capisca che occorre una nuova analisi del mondo: bisogna cominciare a correggere questo modello di società basato sul mercato, non solo perché ingiusto ma anche perché dal mio punto di vista ha iniziato ad incepparsi a funzionare male, la crisi dalla quale non ci siamo ancora ripresi ne è un sintomo.

 

Domenica scorsa ha spento 91 candeline ha espresso un desiderio?

È un po’ di tempo che sono pessimista, in tutta Europa stanno prendendo piede questi nuovi movimenti che si fanno chiamare sovranisti ma altro non sono che nazionalismi travestiti. Viviamo in un mondo che è diventato improvvisamente più piccolo, sovraffollato e in continua espansione, con stati che hanno dimensioni coloniali potenti come Cina, Russia e naturalmente Stati Uniti. In questa situazione un’Unione europea come la nostra conta poco, il minimo che si dovrebbe fare è un’Europa federale. Con un’Europa federale, e un parlamento eletto su liste transnazionali, gli stati nazionali perderebbero d’importanza e al contempo si rafforzerebbero le autonomie regionali come la nostra. Massimo D'Azeglio disse: ‘Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani’ ecco l’Europa è più o meno pronta ora bisogna fare gli europei. Purtroppo però non vedo nessuno che parla di queste cose. La politica, sempre e solo attraverso metodi democratici, ha il dovere di anticipare i tempi e non quello di farsi trascinare delle pulsioni della gente.

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