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Al ''non ne capisco il motivo!'' di Moranduzzo risponde la prof: ''Per conoscere questo mondo, geograficamente non lontano e sempre più vicino a causa delle migrazioni''

La scorsa settimana davamo notizia del post del consigliere leghista che dopo aver preso per buono quanto pubblicato da un sito online aveva dato una serie di consigli alla scuola pur ribadendo che la politica dovrebbe restare fuori dalla scuola. Ora la docente del Liceo Galilei che da anni ha promosso in oltre trenta classi il ''progetto Africa'' spiega da dove nasce e come viene sviluppato

Di Luca Pianesi - 09 dicembre 2019 - 19:14

TRENTO. ''Non ne capisco il motivo!'', scriveva il consigliere provinciale Devid Moranduzzo la scorsa settimana nel suo post dove da un lato spiegava alla scuola come comportarsi (no agli incontri con i migranti e sì a quelli con gli anziani nelle case di riposo) e dall'altro diceva che la politica deve stare fuori dalla scuola. Insomma poche righe a mostrare una grande confusione di idee e soprattutto una serie di convinzioni smontate in pochi attimi dal dirigente scolastico dell'istituto attaccato dal consigliere leghista. ''Moranduzzo è poco informato - ha spiegato Paolo Andrea Buzzelli - facciamo già tantissime attività nelle case di riposo e con gli anziani'' e sui migranti ha spiegato che lui dirige una scuola con classi composte anche al 70% di ragazzi e ragazze stranieri quindi le paure del consigliere provinciale sono mal riposte e aggiungeva che progetti d'incontro con culture diverse vanno avanti da anni.

 

Tra questi ecco il ''progetto Africa'' quello che, probabilmente, ha spaventato tanto Moranduzzo e che gli ha provocato quel ''non ne capisco il motivo!''. Il ''motivo'' glielo spiega la stessa professoressa che promuove questa iniziativa in molte scuole del Trentino. Si chiama Silvia Defrancesco ed è una docente del Liceo Scientifico Galilei e vicepresidente dell'associazione docenti senza frontiere. Ecco il suo contributo per dare una risposta a quella affermazione conclusa con tanto di punto esclamativo. Un modo per spiegare anche a chi non ha la curiosità e il coraggio di aprirsi porgendo almeno una domanda ma si rassegna a restare sé stesso e quindi a ''non capirne il motivo''.  

 

Noi studiamo la storia e la geografia dell’Europa, sappiamo dove sono Roma e Parigi, voi non sapete nulla di noi, nemmeno dove si trovano i nostri Stati”, mi disse un giorno A., nato, vissuto e laureato in un Paese subsahariano. Era vero, anch’io non avevo ben chiaro dove fosse il suo Paese: conoscevo in poco l'Africa orientale, perché una, serie di eventi mi ha portata in Tanzania, ma dell'Africa occidentale non sapevo praticamente nulla. Ho pensato che l’ignoranza in questo campo non fosse solo mia e che fosse quindi importante far conoscere questo mondo, geograficamente non lontano e sempre più vicino a causa delle migrazioni in atto da un decennio.

 

Per questo motivo è nato il “progetto Africa”, che, negli anni, ha coinvolto in tutto 8 scuole, 4 scuole secondarie di primo grado e altrettante di secondo grado. L’idea di base era quella di portare a conoscenza degli studenti (e di riflesso alle famiglie) stili di vita, culture e tradizioni altri, in modo da poterli confrontare con i nostri, poter capire e interpretare meglio ciò che ogni persona proveniente da lontano custodisce dentro di sé. Si poteva raggiungere questo scopo chiamando studiosi dei singoli Paesi? Forse: avrebbero fatto lezioni più tecniche, ma senz’altro fredde, agli occhi di giovani adolescenti. Ci è parso più sensato chiedere di tenere gli incontri a dei giovani richiedenti asilo, ragazzi che hanno studiato e vissuto nel loro Paese fino a pochi anni fa.

 

Ragazzi che ormai sanno parlare bene l’italiano, che conoscono il nostro mondo, che colgono differenze e similitudini con il loro. Ragazzi che amano raccontare il loro Paese, perché la nostalgia non si placa mai, sentono forte la mancanza della loro madre, del clima sempre mite, del cibo che qui non si trova. Sono ragazzi che sorridono come solo in Africa si riesce a fare, non raccontano le sofferenze che hanno patito, raccontare genera ulteriore sofferenza. Meglio lasciare che la sofferenza rimanga sepolta sotto la sabbia del deserto che hanno attraversato, o annegata nelle acque che hanno solcato. Mostrano fieri la loro bandiera, i vestiti dai colori sgargianti indossati dalle varie etnie, spiegano le ricette dei loro piatti preferiti, illustrano come si raccolgono i frutti da cui si estrae l’olio di palma, il monumento eretto in ricordo delle tante vite deportate e destinate alla schiavitù, lo sfruttamento delle miniere d’oro nei cui pericolosissimi cunicoli si calano anche i bambini per estrarre il minerale.

 

Mostrano le foto delle capitali, moderne città dense di persone, grattacieli e automobili (“non viviamo sugli alberi, qualcuno di voi europei pensa che sia così…”, dice ancora A.), evidenziano la differenza della vita nel villaggio, dove in moltissimi casi l’acqua non c’è e donne e bambini la vanno a prendere camminando ogni giorno per vari chilometri per raggiungere il pozzo. E poi ancora, il plurilinguismo: ciascuno di loro sa parlare due o tre lingue locali, oltre alla lingua lasciata in eredità dal colonialismo francese o inglese; le religioni: in molti Paesi convivono pacificamente cristianesimo, islam, altre religioni indigene; questi ragazzi usavano festeggiare il Ramadan e il Natale, senza problemi. Molti dei Paesi che vengono raccontati nelle classi hanno raggiunto l’indipendenza da poco e soffrono di una democrazia fragile e di corruzione; in altri c’è invece una dittatura, come in Eritrea, dove il ricordo del colonialismo italiano è ancora evidentissimo negli edifici di Asmara, il “cinema Roma” in primis.

 

Ognuna delle trenta e più classi che hanno aderito al progetto ha avuto la possibilità di incontrare tre persone di tre diversi Paesi. Gli studenti si sono lasciati coinvolgere, hanno fatto domande, hanno dichiarato che gli incontri sono stati utili per smontare alcuni pregiudizi. Il progetto aveva infatti anche questo scopo, contribuire all’educazione civica dei nostri studenti, se è vero che l’Istituto di ricerca di mercato SWG nel novembre del 2017 rileva che il 55% degli italiani pensa che il razzismo possa essere giustificato e il 65% dichiara la propria chiusura verso i migranti.

 

La terza edizione della Mappa dell’Intolleranza, (progetto ideato da Vox – Osservatorio Italiano sui diritti) rileva che: “I tweet intolleranti diminuiscono dove è più alta la concentrazione di migranti, dimostrando quindi una correlazione inversa tra presenza sul territorio e insorgere di fenomeni di odio: come a dire, conoscersi promuove l’integrazione”. Il progetto è stato finanziato dalle politiche giovanili del Comune di Trento e supportato dal lavoro su base volontaria di vari docenti e dell’Associazione Docenti senza Frontiere.

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