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Brexit, la docente dell'Università di Trento Louisa Parks: ''Il Regno Unito a un passo dallo sgretolamento, non me la sentivo più di vivere lì''

La professoressa racconta le sue origini britanniche e l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa ''tra stockpiling di cibo e farmaci e le divisioni sociali che si sono create''. Pensa alla madre: ''Cittadina finlandese in Inghilterra: sono in pensiero per lei''

Pubblicato il - 01 aprile 2019 - 12:08

TRENTO. Venerdì, con il voto del Parlamento del Regno Unito sull'accordo negoziato tra il governo locale e l'Unione Europea, sarebbe dovuto essere il "giorno x" per Brexit. In realtà, con la bocciatura (con 344 contrari e 286 favorevoli) del "deal", "il 12 aprile diventa il nuovo 29 marzo" (sono le parole affidate a un tweet dal segretario generale della Commissione europea Martin Selmayr). Prosegue, dunque, il percorso dall'esito per niente scontato dell'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. Un percorso che in Gran Bretagna avviene "nell'incredulità e in un clima di avvilimento generale" racconta la professoressa Louisa Rosemary Parks, associato alla Scuola di studi internazionali e al Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento. Un percorso che analizza e, dice, incide anche sulla sua storia personale.

 

"Al momento, dopo che è stato respinto l'accordo per la terza volta in Parlamento, la data importante è quella del 12 aprile" risponde la docente a chi le chieda di fare il punto su Brexit. Britannica d'origine, Parks è autrice di un testo sull'"impatto delle campagne della società civile sulle politiche europee" (pubblicato nel 2015).

 

Il suo riferimento è alle diverse possibilità che si trova ad affrontare ora il Regno Unito. In buona sostanza la scelta si restringe a un'uscita cosiddetta "no deal", cioè senza accordo, il 12 aprile o a un'ulteriore richiesta di proroga prima di questa scadenza. Ulteriore tempo che il Consiglio europeo ha già ipotizzato di poter concedere a una condizione, quella che in Gran Bretagna si tengano comunque le elezioni europee, in calendario per la fine di maggio. Una strada che era stata descritta come non particolarmente gradita alla premier britannica.

 

"La scelta - sintetizza Parks - è tra accordo o uscita "dura". Ora sembra che May voglia chiedere di tornare alle urne. In questo caso parleremmo di un'estensione lunga, di sei mesi almeno, per formare un nuovo governo. Si dovrebbero però fare le elezioni europee. In Parlamento laburisti e conservatori sono molto divisi, ma credo che si andrà a un nuovo voto per le elezioni nazionali. Si cercherà di evitare un nuovo referendum perché c'è già una divisione molto grave della popolazione, le percentuali sono 50%-50% a favore e contro Brexit". "In ogni modo - precisa la docente - nessuno comunque parla per un eventuale referendum di riproporre la stessa domanda".

 

Quindi un nuovo riferimento alla popolazione: "Nel Regno Unito le persone non sanno cosa vogliono, ma sanno bene cosa non vogliono. Ed è il "no deal" - ricorda la professoressa - Se avverrà un'uscita dall'Europa senza accordo sarà per sbaglio e l'Europa si aspetterà che dopo una settimana ricomincino i negoziati".

 

Ma qual è il clima che si respira nel Regno Unito in questi giorni? "Le persone stanno mettendo via cibo e farmaci. Soprattutto, in questo ultimo caso, si stanno muovendo le persone che sono sottoposte a terapie continuative, quali ammalati di epilessia o di diabete. Abbiamo anche un nuovo sottosegretario per il Rifornimento alimentare sotto il Ministero dell'Ambiente, cibo e affari rurali: roba che ricorda i tempi di guerra. Basta provare a cercare in Rete cos'è lo "stockpiling" per farsi un'idea. Del resto il Regno Unito vive di servizi del terzo settore".

 

Preoccupazione per la vita quotidiana, dunque, ma non solo: "C'è un'incredulità generale, siamo tutti un po' avviliti a pensare quanto siano inutili i nostri politici, di tutti i colori. C'è tristezza da entrambe le parti: chi ha votato per uscire dall'Unione Europea si sente tradito, chi ha votato contro pensa alle conseguenze inevitabili e irreversibili di quello che è successo. Si sono già subiti danni per quanto riguarda la reputazione internazionale, la fiducia interna, nel sistema in sé. Siamo molto vicini a una crisi istituzionale. Ci si sente insomma senza alternative di voto e ciò provoca una spinta a destra. Per non parlare dell'enorme esodo di cervelli verso l'Europa. Ma di menti brillanti abbiamo bisogno. Ci servono ad esempio nella sanità, servizio in cui è altissima la percentuale di persone di origini straniere. Ma le persone non stanno più bene perché non respirano più il clima cosmopolita di un tempo".

 

La professoressa Louisa Rosemary Parks parla triste della terra che le ha dato i natali: "Io stessa - racconta - sono britannica, ma non me la sentivo più di rimanere lì e, purtroppo, non penso che tornerò a viverci. Ho una mamma finlandese e mio marito e i miei figli sono italiani, ora viviamo in Italia. Ma ad esempio sono in pensiero per mia madre perché lei non ha mai chiesto la cittadinanza nel Regno Unito nonostante viva da tanto lì: semplicemente non ce ne era bisogno, eravamo tutti europei. E Brexit non incide solo in questo modo sulle famiglie: in alcune ci sono componenti che non si parlano più perché hanno votato in maniera differente".

 

"Anche sul piano sociologico sono emerse divisioni enormi - continua la docente - ad esempio si è acuita la distanza che c'è tra diverse generazioni, tra giovani e anziani, tra le persone che abitano le città e quelle che vivono in una dimensione rurale e poi tra l'Inghilterra e la Scozia, il Galles, l'Irlanda del Nord. Si sono riaperte ferite risalenti al passato coloniale della Gran Bretagna. Non dimentichiamo che anche l'Irlanda è stata colonizzata. Per come la vedo io l'uscita dall'Unione Europea è il primo passo verso lo sgretolamento delle nazioni del Regno Unito".

 

L'appartenenza all'Europa del Regno Unito, secondo la professoressa che cita le teorie del politologo Andrew Glencross, è sempre stata in discussione per tutti i partiti politici, ma è precipitata dopo il referendum per la Scozia (del 2014), quando l'ex premier David Cameron, nonostante l'austerity, ha vinto nuovamente le elezioni nel 2015: "Non pensava che avrebbe vinto con una maggioranza così larga (il partito conservatore ottenne la maggioranza assoluta con 331 seggi alla Camera dei comuni, ndr) - spiega - ma è successo e, cosa insolita, ha deciso di procedere con il referendum che aveva promesso. Voleva emulare il primo referendum del 1972 e zittire una parte del suo partito, ma non è andata così. E anche i negoziati in Europa non potevano che essere differenti perché la stessa Unione Europea non era più quella degli anni Settanta: gli ideali e le leggi sono più chiari. Cameron dalla negoziazione ha ottenuto pochissimo, anche perché ad esempio già non avevamo Schengen, avevamo insomma già l'Europa a la carte che volevamo".

 

"Quando le persone dicono che il peggior primo ministro del Regno Unito è Theresa May io non mi trovo d'accordo - prosegue Parks - Io credo sia stato Cameron perché ha pensato e capito meno cose di May, ha combinato un disastro per risolvere un problema interno al suo partito e poi ha lasciato quando le cose si sono messe male".

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