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Europee, Dorfmann ci riprova, ma abbandona il Pd. ''Mi batterò per un'Unione che metta al centro le regioni''

L'europarlamentare è in corsa per il terzo mandato assieme a Forza Italia e Udc. ''Assieme ai Popolari per avere Weber alla presidenza della Commissione''

Pubblicato il - 15 maggio 2019 - 12:33

TRENTO. Nato a Bressanone, laureato in Scienze agrarie, sindaco di Velturno dal 2005 al 2009. Herbert Dorfmann è l'unico candidato della regione per le Europee di fine mese ad aver già occupato un posto nel Parlamento europeo nelle scorse tre legislature. Capolista della Südtiroler Volkspartei, è risultato eletto nel 2009 e nel 2014.

 

Essendo rappresentante di una minoranza linguistica, alle elezioni Europee il suo partito deve correre in collegamento tecnico con una lista nazionale. Che in entrambe le tornate elettorali precedenti è stato il Partito democratico. Una volta eletto, invece, tutte due le legislature Dorfmann ha scelto di aderire al Partito popolare europeo (Ppe).

 

Un binomio, quello con il Pd, non riconfermato per il 2019: quest'anno infatti l'europarlamentare uscente si ripresenta al voto come capolista della lista Svp-Patt per un terzo mandato nella circoscrizione Italia nord-orientale in accordo con Forza Italia e Udc.

 

Herbert Dorfmann, quali sono i temi principali del suo programma? Quale quello che le sta più a cuore?
Voglio che il processo di integrazione europea avanzi valorizzando il ruolo delle Regioni e degli altri enti locali, secondo il principio di sussidiarietà, il quale stabilisce che (ogni qualvolta possibile) le decisioni siano prese dalle istituzioni più vicine ai cittadini. La nostra autonomia ha tutto da guadagnare da un'Europa che mette al centro le regioni. Questo è il punto del mio programma che mi sta più a cuore e che voglio portare avanti a Bruxelles, continuando a promuovere una serie di azioni per le quali mi sono impegnato in questi anni da europarlamentare. Tra queste ci sono: il rafforzamento della collaborazione transfrontaliera (sia nell'Euregio Tirolo, sia nella macroregione Alpina), un maggior investimento nella mobilità sostenibile (e in particolare sul treno) realizzando nuovi collegamenti grazie ai fondi europei, una politica agricola comune (Pac) che permetta alle nostre aziende a conduzione familiare di essere competitive sui mercati internazionali, il sostegno ai nostri centri di ricerca per accedere ai finanziamenti europei e l'impegno a fare del nostro territorio un modello per quanto riguarda l'utilizzo e la produzione di energie rinnovabili.

 

Alle elezioni Europee il suo partito deve correre in collegamento tecnico con una lista nazionale. Quest'anno il binomio scelto è Svp-Forza Italia, mentre per le tornate elettorali del 2009 e del 2014 l'abbinamento scelto fu quello con il Pd. Quali le ragioni di questo cambiamento?
Sia il mio partito, la Südtiroler Volkspartei (Svp), sia i miei alleati del Patt, fanno parte del Partito popolare europeo (Ppe) e, in questo senso, abbiamo ritenuto opportuno fare un accordo all'interno di questa cornice, con Forza Italia e l'Udc. Dietro a questa decisione c'è un progetto politico di dimensione europea, ovvero consentire a Manfred Weber, capolista del Partito popolare europeo, con il quale ho ottimi rapporti sul piano professionale e umano, di diventare presidente della Commissione europea. Weber, che su mio invito è venuto la settimana scorsa in Trentino e in Sudtirolo, ha un progetto chiaro per l'Europa e per la nostra regione, coerente con le priorità del mio programma.

 

Una volta eletto nel 2009 e nel 2014, lei scelse di aderire (con un ruolo centrale) al Ppe. Se sarà rieletto ripeterà questa scelta? Perché?
Certo. Il mio partito, l'Svp, è da sempre un partito di ispirazione popolare. Lo stesso può dirsi del Patt, che mi sostiene in Trentino e che è entrato da poco all'interno del Ppe, anche grazie al mio sostegno. Il Ppe è il partito che fu di De Gasperi, di Adenauer e di Kohl. È il partito che ha contribuito di più a creare l'Europa così come la conosciamo oggi. Senza il Ppe non si può governare in Europa. Soprattutto, il Ppe è un partito di ispirazione cristiana, che mette al centro l'individuo e il suo diritto a essere libero e a realizzarsi liberamente. Credo fortemente in questi valori e in questa visione e per questo, se eletto, continuerò a far parte dei popolari.

 

Lei è laureato in Scienze agrarie e membro della Commissione agricoltura e sviluppo rurale. Spesso nelle scorse legislature si è speso per temi legati a questo ambito d'attività. Quali sono le priorità per il Trentino Alto Adige in questo senso? Vede in maniera positiva la connessione sempre più presente con l'alimentazione e l'ambiente?
Sì, vedo in maniera molto positiva la connessione tra alimentazione e ambiente. L'agricoltura europea dovrà essere sempre più rispettosa dell'ambiente: per questo mi sono battuto durante i negoziati per la nuova Pac e questo è l'orientamento prevalente nel testo della nuova riforma, che mette al centro la sostenibilità della produzione agricola. Già ora i nostri agricoltori svolgono una funzione sociale importante, prendendosi cura del nostro territorio. Si tratta di uno sforzo che merita di essere adeguatamente retribuito attraverso i mezzi offerti dalla Pac.

 

La priorità per la nostra regione è di continuare a realizzare una produzione di qualità. Qualità fa certo rima con sostenibilità, ma non solo. Bisogna convincere i consumatori a pagare un po' di più per i nostri prodotti, perché fatti da piccole aziende di montagna, a conduzione familiare, rispettose dell'ambiente e degli animali. Per farlo bisogna insistere sul legame con il territorio e sulle denominazioni di origine. Stiamo lavorando bene e, in questo senso, mi permetto di sottolineare l'importanza dell'indicazione facoltativa di qualità "prodotto di montagna", per la quale mi sono speso negli anni passati e che potrebbe essere impiegata ancora di più per promuovere i nostri prodotti.

 

Mantenere la nostra agricoltura competitiva è in sé una priorità, perché gli agricoltori danno un contributo essenziale alla nostra economia e al nostro territorio, dal quale dipendono tutte le altre attività, come ad esempio il turismo. Senza agricoltura, la montagna si spopola. Continuerò a impegnarmi per evitare questo scenario, facendo tutto il possibile a livello europeo affinché l'agricoltura di montagna sia redditizia.

 

Un tema attuale in questi giorni è quello della gestione della presenza del lupo. Come ritiene dovrebbero comportarsi i territori in questo senso? Gli spostamenti degli animali non conoscono confini: il tema dovrebbe essere a Suo parere di competenza dell'Unione europea?
Si tratta di una questione complessa. Il tema è già in un certo senso di competenza europea. La direttiva Habitat del 1992 inserisce il lupo tra le specie che richiedono una protezione rigorosa, proibendone la cattura, l'uccisione, il disturbo, la detenzione, il trasporto, lo scambio e la commercializzazione. Questa decisione fu dettata dalla necessità di proteggere una specie che allora era in via d'estinzione. Oggi, ventisette anni dopo, il lupo non è più in via di estinzione e questo giustifica una revisione della sua protezione, per la quale mi sono impegnato in Parlamento. Le cose si stanno muovendo in questo senso: ad esempio, solo pochi giorni fa, l'avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea ha dichiarato, facendo riferimento al lupo, che una deroga al divieto di soppressione delle specie protette è possibile se questa non impatta sul raggiungimento dello stato di conservazione. 

 

Io sono convinto che in zone dove l’agricoltura è ampiamente diffusa, come le Alpi orientali, non ci sia spazio per i lupi. Il lupo non è più in via di estinzione; perché la sua vita dovrebbe avere più valore di quella di un vitello o di una pecora, condannata a rischiare di essere sbranata tra mille sofferenze? Ci sono stati abbastanza casi di questo tipo in Regione. Le strategie di dissuasione non si sono mostrare sempre efficienti. Detto ciò, dal canto suo lo Stato italiano potrebbe già intervenire, in attesa di una revisione delle norme europee, adottando un piano di gestione del lupo, come hanno fatto altri Paesi europei, come ad esempio la Francia. Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa ha scelto però un'altra direzione, dimostrando una totale indifferenza verso gli allevatori e andando contro gli sforzi europei (ai quali ho contribuito) per una maggiore flessibilità.

 

È in corsa per un terzo mandato in Europa. Come ha vissuto nella sua esperienza personale questi anni? Quali momenti ricorda con più piacere? Ci sono decisioni che non ripeterà se sarà rieletto?
È stato un grande onore rappresentare la mia gente in Parlamento europeo. Politicamente ho fatto esperienza ai due lati estremi della catena decisionale politica. Prima di diventare europarlamentare sono stato infatti sindaco di Velturno. Questo mi ha permesso di vivere appieno la complessità del processo decisionale, che non può prescindere da una cooperazione tra i vari livelli e che soprattutto richiede che a ogni livello ognuno si assuma le proprie responsabilità e non scarichi sugli altri le colpe dei propri fallimenti. Ho speso ogni giorno in Parlamento lavorando per l'interesse della nostra regione. Ho costruito alleanze, a volte ho dovuto fare compromessi, ma mai sono venuto meno agli ideali che guidano il mio impegno politico. Uno dei momenti più belli? L'approvazione a larga maggioranza da parte del Parlamento europeo del mio rapporto sulla politica agricola comune per il periodo 2021-2027. Cosa non rifarei? È difficile rispondere. Posso dirle che, se sarò rieletto, forte dell'esperienza accumulata in questi anni, cercherò di tessere alleanze ancora più solide, di rivolgermi ai giusti interlocutori usando le giuste parole, per far sentire ancora più forte la voce della nostra regione in Europa.

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