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Giovani coppie, se in 10 anni fai tre figli la Pat ti “restituisce” fino a 30mila euro. Non una di meno: “Strategia da nazisti del Terzo Reich”

La prorettrice di Unitn Barbara Poggio: “Le ricerche dimostrano che aumentare i servizi e ridurre i costi degli stessi funzionano meglio degli aiuti economici diretti”. La misura non piace nemmeno ai sindacati: “Le persone decidono di farsi una famiglia se hanno un buon lavoro non per delle vaghe promesse propagandistiche”

Di Tiziano Grottolo - 15 dicembre 2019 - 05:01

TRENTO. Un prestito per le giovani coppie che voglio costruire una famiglia, lo aveva annunciato il presidente della Pat Maurizio Fugatti che si sarebbero adottate “misure straordinarie con l’obiettivo cruciale di sostenere la natalità”. Provvedimenti che per la giunta leghista sono necessari per combattere una “sostanziale situazione di denatalità”, anche se è lo stesso Fugatti ad ammettere che il numero dei nati in Trentino sia ancora sopra la media nazionale ed in linea con quella europea.

 

La misura, o meglio il progetto visto che spulciando le voci a bilancio le coperture non si trovano, che esce dalla prima finanziaria targata Lega è una sorta di chimera che odora di Ventennio, chissà forse un modo originale per ricordare, a quasi cent’anni di distanza, il regime che tanto cavalcò la retorica dell’incremento della natalità quale panacea di ogni male, arrivando a introdurre misure come la tassa sui celibi o l’esaltazione delle famiglie numerose con l’istituzione di premi ad hoc per le coppie più prolifiche.

 

Ad ogni modo, il progetto prevede la concessione alle giovani coppie di un prestito a tasso agevolato della durata quinquennale che potrà arrivare fino a 30mila euro. La peculiarità sta nel fatto che è prevista una sorta di “premio produttività” infatti se nell’arco di 5 anni la coppia che ha chiesto il prestito riuscirà a concepire due figli dovrà ridare indietro soltanto la metà dei soldi ricevuti, ma c’è di più, se in 10 anni arriveranno tre figli la coppia potrà fare a meno di restituire la somma presa in prestito.

 

Su questa questione è intervenuta Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università di Trento, che ha voluto porre l’accento sulle evidenze scientifiche, concepite in anni di ricerche e studi, che si occupano di misurare gli interventi e le politiche mirate a contrastare il calo della natalità.

 

“Il primo dato ormai ampiamente noto – esordisce Poggio – è che molto più dei trasferimenti economici diretti sono utili i servizi di cura ai bambini e, in seconda istanza, le politiche che ne riducono i costi. Il secondo dato – altrettanto conosciuto ricorda la prorettrice – è che la strada maestra per sostenere la natalità passa attraverso il sostegno all’occupazione femminile. Tutte le indagini infatti oggi ci dicono che, nei paesi occidentali, il grado di fecondità è più alto in quelli che hanno promosso e supportato l’occupazione delle donne. Una direzione che negli anni scorsi la provincia di Trento aveva già intrapreso”.

 

C’è poi una terza evidenza fornita dalle ricerche e riguarda la relazione tra precarietà e scelte familiari: le condizioni di precarietà che connotano l’esperienza in cui vivono molte giovani coppie rappresentano un forte ostacolo ad affrontare scelte di investimento sul futuro, tra cui in primis quella della genitorialità. Sarebbe dunque importante lavorare su questa dimensione, “ma certo è difficile farlo se tra le novità della finanziaria c’è anche un forte taglio alle politiche del lavoro”, il commento di Poggio. “Interventi una tantum che non tengano conto di queste evidenze possono essere utili sul piano della redistribuzione delle risorse ai fini di consenso – ‘affondo della prorettrice – ma in realtà poco efficaci al fine di raggiungere l’obiettivo che si pongono, così rischia di venir meno pure la concretezza”.

 

Se c’è qualcuno che sicuramente non ha gradito la boutade di Fugatti è il gruppo di Non Una di Meno Trento: “Ancora una volta la volontà della giunta leghista di rinsaldare l’ordine precostituito dalla famiglia patriarcale – attaccano le attiviste – la stessa strategia che introdussero i nazisti del Terzo Reich nel 1933 in Germania, con lo scopo di relegare la donna al ruolo di madre, subalterna ovviamente all’uomo”.

 

Nel comunicato di Nudm si spiega come il regime nazista tedesco istituì un prestito coniugale sotto forma di assegni per le giovani coppie che desideravano fondare una famiglia, l’importo poteva arrivare fino a 1.000 marchi: mezzo salario annuale per un operaio dell’epoca. A ogni nascita il rimborso del prestito matrimoniale diminuiva del 25%, dopo 4 figli il debito della famiglia veniva estinto. “Ovviamente per ottenere l’assegno c’erano delle condizioni – sottolineano le attiviste – prima di tutto bisognava superare un rigorosissimo esame medico (il Reich esigeva solo figli sani) e poi le donne dovevano rinunciare al lavoro, trovate le differenze” concludono sarcasticamente le militanti di Nudm.

 

La misura non piace nemmeno ai sindacati che affermano: “Un modo sicuramente originale di sostenere la natalità, ma che lascia più di una perplessità. Siamo favorevoli alle misure che sostengono le famiglie, ma devono essere strumenti realmente efficaci non misure tampone, che puntano più su un effetto annuncio che sulla reale soluzione del problema del calo delle nascite” fanno notare i tre segretari di Cgil Cisl Uil, Franco Ianeselli, Michele Bezzi e Walter Alotti.

 

Secondo i sindacati il sostegno alla natalità e alle famiglie passa attraverso altre misure: “Le persone decidono di farsi una famiglia se hanno un buon lavoro, che assicuri livelli soddisfacenti di benessere, se ci sono servizi di conciliazione che funzionano e sono accessibili. Dunque la Provincia dovrebbe pensare a misure strutturali che vanno in questa direzione, investendo sul potenziamento dell’assegno unico, ampliando i servizi di conciliazione sul territorio e, soprattutto, sostenendo in modo significativo il lavoro delle donne. Nei Paesi dove c’è un elevato tasso di occupazione femminile le famiglie fanno più figli. È un dato di realtà di cui bisognerebbe tenere conto. Misure spot e incentivi una tantum rischiano di non centrare l’obiettivo”.

 

Dal canto Fugatti tira dritto “faremo fino in fondo la nostra parte appellandoci ai giovani che vogliono mettersi insieme per costruire una famiglia, cioè avere figli, ma i cui propositi si infrangono nelle mille difficoltà, anche economiche, che tutti noi conosciamo”. Nel programma politico di questa Giunta “la famiglia” occupa sicuramente una posizione centrale “fra i pilastri della programmazione per lo sviluppo di un territorio che costruisce il suo futuro”. Una famiglia però, rigorosamente al singolare (repetita iuvant) possibilmente bianca, eterosessuale e sposata si potrebbe leggere tra le righe, alla quale è stata riservata una posizione del tutto particolare, con l’obiettivo “cruciale” di sostenere la natalità.

 

Discorsi che effettivamente ricordano una retorica d’altri tempi intrisa di nazionalismo e che si inserisce nell’ossessione nazional-sovranista della Grande Patria bisognosa di figli italici, mentre sullo sfondo si agita lo spauracchio (del tutto infondato) di una possibile sostituzione etnica altrimenti non si spiegherebbe lo zelo leghista nel voler aggiungere dei criteri molto stringenti legati alla residenza per poter accedere al welfare trentino.

 

Così per poter accedere all’assegno unico d’ora in poi serviranno dieci anni di residenza in Italia, di cui gli ultimi due continuativi, stesso discorso sia per il contributo integrativo al canone d’affitto che per quanto riguarda l’accesso agli alloggi pubblici a canone sociale. Mentre per richiedere l’assegno di natalità, a voler rimarcare la volontà di privilegiare solo alcuni, si sarebbe voluto che per presentare le domande le persone fossero residenti in Trentino, in maniera continuativa, da almeno 5 anni (in aggiunta al criterio 10 anni di residenza in Italia).

 

Il condizionale è d’obbligo perché a quanto sembra il ministro per gli affari regionali e le autonomie del Governo Francesco Boccia si sarebbe messo di traverso riportando il criterio di residenza in Provincia a 2 anni. Ciò se possibile rappresenta perfino una doppia beffa dal momento che la legge precedente (2007), che regolava l’accesso al welfare trentino, individuava in 3 anni di residenza continuativa in Trentino il criterio per averne diritto. Misura motivata dal fatto che gli interventi socio-assistenziali di sostegno economico sono finanziate con fondi propri della Pat e per questo ci si voleva assicurare che le persone fossero effettivamente residenti sul territorio. Senza per questo chiamare in causa la permanenza dei 10 anni in Italia, scelta che evidentemente esclude chi non è nato nel paese. Se poi aggiungiamo il fatto che pure il criterio dei 10 anni di residenza in Italia (lo stesso utilizzato per il reddito di cittadinanza) è in forte odore di incostituzionalità, all’orizzonte potrebbe prefigurarsi una vera e propria Caporetto.

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