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Assegno di natalità, la Cgil: ''Criterio della residenza vergognoso. Misura a spot: si deve puntare sull'occupazione femminile e sui servizi nelle valli''

Nelle scorse ore la Provincia ha confermato i nuovi criteri e i requisiti necessari ai nuclei familiari per accedere all'assegno di natalità. La Lega punta anche sulla confezione, presentato così acquista un valore un po' diverso in confronto a potenziare quanto già esistente. Una misura che risolve poco a livello strutturale

Di Luca Andreazza - 31 December 2020 - 12:57

TRENTO. "Queste misure non sono sufficienti per aumentare il tasso di natalità in Trentino". Così Andrea Grosselli, segretario della Cgil, che aggiunge: "Un aspetto messo in forte evidenza anche dagli esperti invitati al Festival della famiglia organizzato proprio dall'attuale Giunta".

 

Nelle scorse ore la Provincia ha confermato i nuovi criteri e i requisiti necessari ai nuclei familiari per accedere all'assegno di natalità (Qui articolo). Un provvedimento che è sempre sembrato cardine per la Lega trentina, una misura sulla quale è più volte finita in confusione (Qui articolo) e che poi era stato superato anche dal governo (Qui articolo). Adesso piazza Dante ha armonizzato meglio questo strumento rispetto a quanto deciso a livello statale.

 

"Abbiamo sempre sostenuto la necessità di integrare meglio questo strumento rispetto a quello di Roma. Se il governo mette le risorse è opportuno ricorrere a quelle per utilizzare le finanze locali per altri temi legati alle famiglie. La comunicazione ufficiale della Pat è un po' confusa, ma il bonus statale - evidenzia Grosselli - copre il primo anno, mentre quello trentino gli altri 2 anni. Certo, resta un provvedimento di respiro corto perché un minore non sparisce dopo il terzo anno d'età. Abbiamo proposto di inserire queste risorse all'interno dell'assegno unico per razionalizzare gli strumenti".

 

La Lega punta anche sulla confezione, presentato così acquista un valore un po' diverso in confronto a potenziare quanto già esistente. Una misura che, però, risolve poco a livello strutturale.

 

"E' dimostrato che per incentivare le nascite si deve puntare sui servizi di conciliazione diffusi sul territorio e sull'incentivare l'occupazione femminile. Questa maggiore armonizzazione con la misura statale libera circa 9 milioni - dice il segretario della Cgil - si possono utilizzare per implementare altri strumenti, aprire centri per l'infanzia nelle valli e aumentare le deduzioni Icef fino a 15 mila euro per i redditi medio-bassi. Si è discusso anche in Consiglio provinciale durante il dibattito sulla manovra di bilancio 2021. Ma ancora non si sa se e come questa misura verrà davvero attuata". 

 

Il sindacato di via Muredei chiede un cambio di passo alla Provincia. "L'assegno di natalità sembra più un intervento spot. E serve un maggiore raccordo con Roma che nei prossimi mesi intende aggiornare la propria misura. C'è il rischio che poi si consumino risorse del Trentino anziché statali - dice Grosselli - ma anche che una famiglia trentina si trovi tagliata fuori da altre possibilità perché risultano più ricche di quanto effettivamente succede realmente per politiche sociali superficiali".

 

Se non altro alcuni correttivi sembrano essere stati recepito dalla Lega. "Il problema è che questo provvedimento è di respiro corto perché tiene in considerazione solo i primi tre anni. Inoltre si persevera a mentene questo strumento - spiega la Cgil - quando sarebbe stato più opportuno seguire la strada impostata nella precedente legislatura per razionalizzare le opportunità e incentivare altre forme di sostegno: rendere le misure più efficaci per puntare sull'occupazione femminile e la possibilità di creare centri in quelli valli attualmente sprovviste. Invece la Giunta a parole sembra sostenere le periferie, mentre nei fatti interviene poco o nulla". 

 

Possono accedere a questa agevolazione i nuclei familiari con indicatore della condizione economica familiare (Icef) non superiore a 0,40, residenti in via continuativa in provincia di Trento negli ultimi due anni e in Italia negli ultimi 10 anni.

 

"Il criterio della residenza è vergognoso: una forma di discriminazione propagandistica sulla pelle dei più piccoli. Questi strumenti non devono guardare a provenienze quanto alla condizione delle famiglie. Un atteggiamento della peggior politica di destra: il governo non prevede la residenzialità di 10 anni e quindi ci sono nuclei che dopo 12 mesi rischiano di restare senza aiuti. L'integrazione passa anche attraverso questi provvedimenti, si nuoce alla comunità in questo modo e non si dimostra di avere consapevolezza di quanto avviene sul territorio", conclude Grosselli.

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