Contenuto sponsorizzato

Gli indipendentisti occupano l'aeroporto e cantano "Bella ciao" (VIDEO) dopo la condanna dei leader. La crisi catalana è senza fine

Mentre in Italia alcuni sostenitori del "procés" danno prova di camaleontismo, a Barcellona, con le elezioni in vista, la fine della crisi non si vede. All'aeroporto occupato dagli indipendentisti si canta la canzone divenuta simbolo della lotta al nazifascismo e dell'afflato di libertà, dopo la frustrazione causata dalla sentenza di condanna ai leader che proclamarono l'indipendenza nell'ottobre 2017

 

Di Davide Leveghi - 15 ottobre 2019 - 20:18

TRENTO. “Solo lo stolto non cambia idea”, recita un famoso proverbio. Ma tra il legittimo diritto a cambiare la propria opinione su qualcosa e il trasformismo ce ne passa parecchio. Sono di queste ore le immagini di un'aeroporto di Barcellona- El Prat invaso dai manifestanti di Tsunami democrátic, piattaforma indipendentista catalana favorevole a proseguire la strada intrapresa quell'1 ottobre 2017, quando il presidente della Generalitat Carles Puigdemont proclamò alla folla l'indipendenza della neocostituita Repubblica catalana.

 

Allora dall'altra parte del mare, nel nostro piccolo Trentino, gli esponenti di un partito nato da forti istanze autonomistiche di una parte del Paese e recentemente trasformato nel baluardo del nazionalismo italiano, si sperticavano in proteste contro la sproporzionata violenza dello Stato spagnolo. “La democrazia non è picchiare uomini, donne, anziani che vogliono votare al Referendum dell'Indipendenza!!! Vergogna Vergogna Vergogna!!!”, tuonava il consigliere provinciale Devid Moranduzzo. “CATALOGNA LIBERA!”, scriveva perentorio il governatore della Provincia Maurizio Fugatti.

 

 

Il leader nazionale del Carroccio Matteo Salvini non era certo da meno. Foto con la Senyera, la bandiera a strisce giallo-rosse, dichiarazioni a favore di Puigdemont, tweet e post che esaltavano il desiderio di libertà del popolo catalano (qui l'articolo). Per un leghista di ferro che si dovesse svegliare da un coma di due anni ci sarebbe da tirar su una farsa alla Good Bye, Lenin!, bellissimo film tedesco in cui i figli di una fervente comunista risvegliatasi dal sonno comatoso fingono che il Muro non sia mai caduto per non infierire alla madre un tremendo e decisivo dispiacere. Per evitargli un coccolone, almeno. Per non parlare del Veneto, dove l'anima della Lega è dilaniata tra chi ha accettato a testa bassa il nuovo corso salviniano e chi non dimentica l'amore per il regionalismo - è di oggi questa immagine dei leghisti in Consiglio regionale.

 

 

A vedere le immagini da Barcellona, si potrebbe pure pensare che il Capitano (del trasformismo) abbia preso una bella orticaria a sentir cantare Bella Ciao dalla centinaia di manifestanti seduti nella hall dell'aeroporto. I ricordi delle piazze che lo contestano cantando la celebre canzone della lotta al nazifascismo, al di là delle sbruffonate, non devono certo evocargli belle emozioni.

 

Canzone di rivolta, probabilmente mai o poco cantata durante la Resistenza, divenne simbolo identitario della lotta antifascista nel dopoguerra, immagine di un movimento partigiano unito. Tradotta e diffusa in tanti altri Paesi, cantata dai curdi sotto le bombe turche e dai catalanisti che lottano contro lo Stato spagnolo – sbeffeggiata irrispettosamente da chi fino a ieri era sostenitore dei catalani (e dei baschi) e ora è amico dei nostalgici franchisti di Voxesprime l'afflato alla liberazione.

 

Una liberazione, che comunque la si voglia vedere, pare lontana dall'essere raggiunta. “Voglio pensare che la sentenza supporrà un punto e a capo. Un punto e a capo in un racconto dominato dai trafficanti di emozioni. Dai venditori di fumo che hanno promesso un'indipendenza express che sapevano essere inattuabile e dai piromani della destra spagnola che hanno attizzato il conflitto per mantenersi al potere”. Ha scritto il giornalista del Periódico de Cataluña Andreu Claret, a commento della storica sentenza ai leader del procés, il processo indipendentista catalano.

 

 

Le immagini che giungono dall'altra parte del mare raccontano di una guerra civile latente combattuta da tempo. La dichiarazione d'indipendenza della Repubblica catalana, avvenuta l'1 ottobre 2017, ha scatenato una concatenazione di eventi che appaiono per lo meno singolari in una democrazia appartenente all'Unione Europea. Ma la Spagna, senza dubbio, è un Paese “eccezionale”.

 

Insieme di diverse Nazioni che sotto la stessa corona convivono da più di 500 anni, Regno che ha vissuto un declino di secoli che da centro dell'Europa moderna lo ha portato a convertirsi in periferia dell'Europa contemporanea, ultimo Paese europeo a liberarsi da una sanguinaria dittatura fascistoide, la Spagna, democrazia giovane ma segnata da profonde ferite, si è ritrovata in questo ultimo decennio in un pericoloso limbo di disgregazione.

 

Comprendere ciò che sta avvenendo a Barcellona non è cosa facile. Il rischio consiste nell'applicare categorie nostre ad una realtà diversa, tanto vicina sotto molti aspetti ma tanto lontana sotto altri. Barcellona non è solo la ricca che non vuole spartire la torta con il resto della Spagna. Barcellona non è nemmeno una Nazione a sé con una cultura aliena alla castigliana, “colonizzata” dalla perfida Madrid. È tutte queste due cose, in parte - si pensi che la piattaforma elettorale Junts pel sí, responsabile della proclamazione, è formata da partiti anticapitalisti di sinistra, della sinistra repubblicana e del centrodestra liberale.

 

La costruzione della narrazione catalanista vive, come spesso accade, di torti subiti e torti ingigantiti. Il catalanismo fu sì oppresso dal franchismo, la cultura e la lingua catalana represse, ma la libertà di cui gode Barcellona, attualmente, in termini di possibilità di esprimersi, studiare ed apprendere nella propria lingua, è invidiabile. La Spagna vive da tempo una crisi costituzionale, scoppiata paradossalmente in quell'unico posto, la Catalogna, dove il separatismo non ha avuto alcun braccio armato – a differenza dei Paesi Baschi.

 

Il grosso problema consiste nell'incapacità dimostrata da Madrid di rivedere il sistema delle autonomie e dall'altra parte dei leader indipendentisti di aver aizzato irresponsabilmente le folle senza poter effettivamente giungere ad alcun risultato effettivo – al di là del legittimo desiderio di separarsi. I responsabili della situazione in cui ci si trova, pertanto, sono i politici.

 

La sentenza del procés non può che produrre ulteriore tensione. 12 leader catalanisti sono stati condannati a pene fino a 13 anni di carcere per sedizione, malversazione e disobbedienza. Su tutti il secondo del latitante Carles Puigdemont – per cui è stato riattivato l'ordine europeo di cattura -, Oriol Junqueras. Il Tribunale è riuscito a mantenere, per la soddisfazione del governo socialista guidato da Pedro Sánchez, una certa mitezza, evitando di imputare il delitto di ribellione e limitandosi a quello di sedizione. I condannati avrebbero infatti saputo sin dal principio che ogni loro azione avrebbe sì mobilitato e illuso la folla favorevole all'indipendenza, ma che non avrebbero potuto, costituzionalmente e legalmente, portare al distacco da Madrid.

 

Non a caso la sentenza parla di un “artificio ingannevole”, di “un'avventura”, di una “mera “fantasticheria”. Un'invenzione che a forza di parlarne si è trasformata in una rivendicazione concreta, come dimostrato dalle manifestazioni che nell'aeroporto di El Prat della capitale catalana come nelle stazioni dei treni di Girona hanno bloccato la circolazione provocando l'intervento dei Mossos, la polizia della Catalogna – i cui vertici sono stati tra l'altro accusati pesantemente di aver aiutato il procés nella fasi delicate del settembre-ottobre 2017.

 

 

La reazione violenta e sproporzionata dello Stato spagnolo, attraverso l'uso della forza – “di fronte all'atteggiamento tatticamente predisposto di chi si è appostato alle entrate dei centri (elettorali), gli agenti della Policía e della Guardia Civil si videro obbligate all'uso della forza legalmente previsto”, recita la sentenza -, l'incapacità del governo popolare di Mariano Rajoy di dialogare – con l'applicazione dell'articolo 155 sciolse il Parlamento catalano -, l'intransigenza dell'indipendentismo e dei suoi rappresentanti, incarcerati o fuggiti all'estero, hanno creato un clima di tensione tale da rendere estremamente complicato trovare un compromesso.

 

La pace, il dialogo, la ricerca di una soluzione, non si risolvono né coi manganelli né con i prigionieri politici. Il sostegno ad una causa, d'altro lato, si costruisce criticamente e con coerenza. Due caratteristiche che Salvini non sembra avere nelle sue corde.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 12 giugno 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Politica
13 giugno - 06:01
Secondo la legge regionale 6/2012, le indennità mensili dei consiglieri vanno “rivalutate annualmente sulla base dell'indice Istat”, [...]
Cronaca
13 giugno - 07:57
Sono stati attimi di paura quelli vissuti venerdì sera da una giovane coppia di Arco che aveva il figlio di 14 mesi che stava male. Ad aiutarli i [...]
Cronaca
13 giugno - 08:40
L'allarme è scattato nel tardo pomeriggio di ieri e ha visto l'intervento dei vigili del fuoco di Tres e Taio e l'elisoccorso con l'equipe medica [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato