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| 30 ago 2019 | 18:56

Governo giallo-rosso, si litiga ancor prima di cominciare. Di Maio: "O siamo d'accordo sui punti o andiamo al voto”

Dopo i primi colloqui tra le forze politiche e il premier incaricato Giuseppe Conte, all'intervento accomodante di Zingaretti ne è seguito uno decisamente perentorio di Di Maio. La sicurezza continua a essere il maggior scoglio alla nascita di un esecutivo giallo-rosso. "O accettano i nostri punti o si va al voto". Il Pd: "No agli ultimatum"

Governo giallo-rosso, si litiga ancor prima di cominciare
di Davide Leveghi

TRENTO. Nel giorno dei colloqui del premier Giuseppe Conte, incaricato dal capo dello Stato Sergio Mattarella di dar vita al nuovo contingente di governo, è l'intervento del leader del M5S Luigi Di Maio a frenare gli entusiasmi di chi credeva fosse cosa già fatta. È una questione di modi verbali, come evidenziato dall'intervento piccato del capo pentastellato.

 

“Uso il condizionale perché in quanto capo politico del M5S sono e siamo stati chiari: o siamo d'accordo a realizzare i punti del nostro programma o non si va avanti. Non sono i nostri valori guardare ad un governo solo per vivacchiare”. È un intervento a gamba tesa, quello di Maio, un'uscita che dimostra come all'interno del Movimento ci sia una scarsa attitudine a scendere a compromessi con quello che era stato uno dei grandi nemici di sempre, il Partito democratico, o almeno una certa rigidità. 

 

Eppure il segretario del partito di centrosinistra era parso decisamente più positivo rispetto ai passi da intraprendere verso la formazione dell'esecutivo giallo-rosso. Ma l'esposizione dei punti al premier incaricato sembra aver contenuto qualche elemento di fastidio per i grillini; in particolare la sicurezza.

 

“L'incarico a Conte cade in un giorno in cui l'Istat ha registrato dei dati negativi per il nostro Paese su crescita e investimenti – ha esordito Nicola Zingaretti – a conferma della necessità di una svolta, come indicato dallo stesso Conte. Per questo gli abbiamo indicato le colonne e le principali novità che diano corpo ad una nuova stagione politica. Il taglio delle tasse per i salari medio bassi, un piano per il lavoro, delle infrastrutture green, scuola e formazione, i temi della sanità pubblica, la riapertura di una stagione per le politiche di sicurezza urbana con investimenti sulle forze dell'ordine, un piano per le periferie, ed infine: chiediamo a Conte che sui decreti sicurezza si proceda almeno al recepimento delle indicazioni pervenute dal presidente della Repubblica”.

 

Eccolo lì, per ultimo, quel punto dirimente con il M5S, poco incline a “rinnegare”, per usare un verbo utilizzato da Di Maio, l'appena passata esperienze di governo. “Noi non rinneghiamo la scelta coraggiosa di non essere stati all'opposizione e di intraprendere un'esperienza di governo con un'altra forza politica – ha detto a principio dell'intervento – qualcuno però ha deciso di farlo cadere, buttando un'occasione”.

 

È all'inizio e alla fine del suo intervento che il vicepremier uscente ha messo in chiaro la possibilità di non dar vita al governo qualora non si rispettassero i punti proposti, o imposti a questo punto, dal movimento. “Noi non vogliamo dar vita ad un governo per vivacchiare – ha detto – ci sono punti imprescindibili che o entrano o non si parte”.

 

Contrarietà a qualsiasi forma di patrimoniale, misure pro impresa, blocco dell'aumento dell'Iva, sostegno alle nuove nascite, giustizia a vittime del Ponte Morandi con decreto di revoca delle concessioni autostradali, legge su conflitto d'interessi, riforma della giustizia, rispetto dell'ambiente (“Non è un like ad un post di Greta Thurnberg”, ha affermato Di Maio con fare piuttosto inacidito) e priorità del taglio dei parlamentari. “Mancano due ore di lavoro in Parlamento e diventa legge”, ha aggiunto, come a dire che si può già toccare con mano questa conquista tanto cara ai grillini.

 

E poi ancora legittime ambizioni di autonomia di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna, banco degli investimenti per il Mezzogiorno, revisione del regolamento di Dublino per la ripartizione dei migranti. “Avvieremo la procedura di emergenza, perché sia l'Europa e non l'Italia, lasciata per troppi anni sola, a procedere alla redistribuzione dei migranti”.

 

A fine intervento i toni salgono, e Di Maio mette in chiaro la posizione del Movimento: “No alle modifiche ai decreti sicurezza. Vanno tenuto in considerazione le autorevoli osservazioni del capoi dello Stato ma non si rivedano ratio e tanto meno linee di principio”. Un aut-aut decisamente preso male, questo, dagli esponenti del Partito democratico.

 

No agli ultimatum”, hanno risposto in coro diversi membri del direttivo, affidandosi ai social. “No al totoministri”, ha invece affermato a fine dell'intervento Di Maio. “La politica è un servizio, e i partiti non si possono prestare a questo gioco con nomi improbabili e di fantasia rimbalzati sui media. Noi, a dimostrazione del fatto che siamo dalla parte giusta, continuiamo a essere nel mirino. È ora del coraggio per cambiare il Paese, e solo se entrano i nostri punti nel piano di governo si comincia, se no si va al voto”.

 

I punti sono lì, e a breve passeranno dal vaglio della piattaforma Rousseau. Vedremo se prenderanno concretezza, o se entreranno nella storia di un governo che poteva essere, ma non è stato.

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