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''I controlli dei documenti nei posti dei giovani mi danno un brivido inquietante. Questa operazione “sicurezza” mi fa sentire insicuro nella mia città, Trento''

Dopo i controlli in massa dello scorso weekend al Gatto Gordo, Al Café de La Paix e all'Angolo dei 33 il consigliere di Futura deposita un'interrogazione in Provincia e scrive una lettera al nostro giornale dove si pongono dubbi, si avanzano perplessità, e si chiede alla vicesindaca Franzoia ''com’è possibile non annusare la trappola dei “semplici controlli” che ci porta al contrario verso una città più assediata, più impaurita, più poliziesca, più triste?''

Di Luca Pianesi - 19 aprile 2019 - 13:19

TRENTO. ''Controlli generalizzati come quelli avvenuti nelle serate di giovedì 11, venerdì 12 aprile e sabato 13 aprile, effettuati senza spiegarne la ragione, non contribuiscono a generare un sentimento diffuso di insicurezza, invece che di sicurezza, con danni anche economici ai gestori dei locali interessati?''. Lo chiede con un'interrogazione depositata in Provincia, il consigliere di Futura Paolo Ghezzi che scrive a il Dolomiti una lettera che pubblichiamo integralmente qui sotto dove si pongono dei dubbi, si avanzano delle perplessità, ci si rivolge anche alla vicesindaca Franzoia (che ha avallato quanto accaduto) chiedendosi ''ma com’è possibile non annusare la trappola dei “semplici controlli” che ci porta al contrario verso una città più assediata, più impaurita, più poliziesca, più triste?''.

 

E' Ghezzi ad accendere un faro politico su quanto accaduto lo scorso weekend in tre diversi locali di Trento, il Gatto Gordo, il Café de La Paix e l'Angolo dei 33 quando una decina di poliziotti, tutti insieme, sono piombati all'interno degli esercizi (uno per sera) e hanno proceduto a un controllo a tappeto di tutti i clienti, con richiesta documenti, annotazione dati su un foglio e richiesta di non uscire dal locale fintantoché non fossero terminate le verifiche.

 

Una novità assoluta per Trento che ha destato molto scalpore tra gli avventori e i gestori dei locali (oltre che tra moltissimi cittadini rimasti interdetti per una prova così muscolare delle forze dell'ordine) e che come ''il Dolomiti'' vi abbiamo raccontato chiedendoci proprio se un simile atteggiamento aumenti la percezione di sicurezza nella comunità o provochi l'effetto contrario (cosa penserà un turista, di Trento, trovandosi in una simile situazione?). Il questore ci ha spiegato che tutto è stato fatto per la sicurezza dei cittadini, che si è trattato di semplici controlli e che non è stato rivelato alcun comportamento punibile (QUI ARTICOLO). La vicesindaca del capoluogo Mariachiara Franzoia ha dichiarato che l'amministrazione ha condiviso l'operato del questore (QUI ARTICOLO).

 

Il consigliere Ghezzi interroga la giunta e chiede anche in base a quali criteri siano stati selezionati proprio questi tre locali e non altri. Ecco la sua lettera:

 

 

Caro direttore del Dolomiti,

ma dove stiamo andando? In quale buco nero ci stiamo cacciando? In quale spirale di insofferenza e di sospetto?

 

L’ho pensato dopo aver letto delle ispezioni, con relativi controlli dei documenti (e speriamo che non si sia arrivati alle schedature!) svolti la settimana scorsa dagli agenti della polizia in alcuni dei locali pubblici di Trento più frequentati e amati dai giovani, sia perché sono amichevoli e accoglienti, sia perché spesso ci si può ascoltare buona musica dal vivo: il Gatto Gordo, il Cafè de la Paix, l’Angolo dei 33.

 

Per ''garantire la sicurezza dei cittadini'', ha spiegato il questore: ''Semplici verifiche ma è così che possiamo individuare pregiudicati, scoprire se ci sono delinquenti che spacciano sostanze ai nostri figli''. Chi ha subito quelle “semplici verifiche” le ha vissute, l’avete raccontato sul Dolomiti, come la violazione di uno spazio personale, come una intrusione forzata. Ricorda una ragazza: “D'improvviso l'irruzione di una decina di poliziotti, tutti in divisa. La musica si abbassa. Ad ognuno degli avventori viene chiesto il documento. Da quel momento nessuno può lasciare il bar. I poliziotti schedano uno per uno senza dare spiegazioni. Nome, cognome, data di nascita, indirizzo vengono segnati su un foglio di carta. Si insiste per capire cosa stia succedendo. L'ufficiale risponde: 'È una direttiva del Ministero degli Interni, lo facciamo per garantire la sicurezza"'.

 

Hai ragione, direttore, a ricordare il pendolo di Bauman, la secolare oscillazione della storia umana tra libertà e sicurezza. Questi sono tempi di nuova destra muscolare, di risposta securitaria e di riabilitazione del fascismo: l’ha lodato perfino il presidente “forzitaliano” del Parlamento europeo. (E chi vorrà sentire una ragionata decostruzione di questo falso mito, non manchi il 24 aprile, alle 17, in via San Martino: con Barbara Poggio e Giulio Giorello, ci sarà Francesco Filippi, l’autore del fortunatissimo “Mussolini ha fatto anche cose buone”). In questi tempi grigi tendenti al nero, le “semplici verifiche” di polizia il venerdì sera non sono neutre, non sono innocue.

 

Assecondano gli spacciatori politici di paura, quelli istituzionali, altro che spaventare gli spacciatori di erba. Quasi tutti i nostri figli o nipoti, prima o poi, di quando in quando, si fumano qualcosa che in altri Paesi è legale. Lo fanno a scuola e in università, ai parchi pubblici e nei bagni degli uffici. Non gli fa bene, ma non siamo in uno Stato etico, che ha il compito di rieducarli. Sarebbe questa la motivazione d’ordine pubblico che spiega quei controlli? Si ha piuttosto la sensazione che le autorità di pubblica sicurezza abbiano assecondato la voglia di “pugno duro” che spira dall’uomo forte e felpato del Viminale fino al palazzo della Provincia ora presidiato dal Duca di Bussolengo (basti pensare ai fatti del 22 marzo scorso, con la forza pubblica chiamata dalla presidenza della Provincia a gestire il dissenso per quella disgraziata e provocatoria conferenza “anti-gender”).

 

Spiace che una persona corretta, sensibile e moderata come la vicesindaca di Trento Mariachiara Franzoia si sia limitata a prendere atto: “Effettivamente a Trento non siamo abituati ad operazioni di questo tipo ma siamo stati rassicurati e c'è stato spiegato che si è trattato di semplici controlli. D'altronde da tempo chiediamo tutti più sicurezza”. Di nuovo, il mantra della sicurezza. Come se un controllo di documenti in un pub ci mettesse a posto la coscienza. Ma com’è possibile non annusare la trappola dei “semplici controlli” che ci porta al contrario verso una città più assediata, più impaurita, più poliziesca, più triste?

 

Inutile poi che i pubblici amministratori si riempiano la bocca di “smart city” se nella nostra bella Trento universitaria ogni occasione è buona (dalla musica alta a qualche pipì di troppo sui muri, gesto peraltro assolutamente disdicevole) per dimostrare che la città è young-unfriendly, ostile ai giovani, che pure sono portatori sani di idee smart, cioè innovative, brillanti, giovani appunto. Ora, questa disgraziata e trista e grigia e sorda stagione di nuova destra porta come logica conseguenza - dopo l’ostilità ai migranti, alle donne, ai diversamente pensanti - anche l’ostilità ai luoghi di ritrovo dei giovani. 

 

A me pare un pessimo modo di andare verso l’estate e verso le elezioni europee. Esattamente come concentrare i richiedenti asilo tutti nella stessa residenza di Trento non aumenterà la sicurezza, ma la diminuirà (e chissà quanti voti supplementari, la prossima volta, per chi promette risposte forti alla paura, eh?) così i controlli dei documenti nei posti dei giovani mi dà un brivido inquietante. La prossima volta, prima di tornare al Gatto Gordo, ci penso tre volte: per bere una birra non ho voglia di farmi identificare.

 

Io intanto, comunque, caro Luca Pianesi, oggi chiedo spiegazioni ufficiali al presidente della Provincia. Perché tutta questa operazione “sicurezza” mi fa sentire insicuro nella mia città, Trento.

 

Città aperta, spero ancora. Città senza paura.

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