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''Si ricerca sicurezza ma alla fine troveremo solo chiusura culturale e crescita diffusa della paura'', lettera di Dellai sui controlli ai locali dei giovani

Dopo l'interrogazione di Paolo Ghezzi in Provincia sui controlli in massa della polizia al Gatto Gordo, al Cafè de La Paix e all'Angolo dei 33 e la sua lettera, a il Dolomiti scrive l'ex presidente della Provincia: ''Ghezzi pone una questione tutt’altro che banale''

Di Luca Pianesi - 19 aprile 2019 - 18:59

TRENTO. Dopo Paolo Ghezzi, che ha depositato un'interrogazione in consiglio provinciale sull'argomento, e la sua lettera sull'argomento (QUI ARTICOLO) che ha acceso un ''faro'' politico sulla questione ora è l'ex presidente della Provincia Lorenzo Dellai a intervenire su quanto accaduto lo scorso weekend a Trento: tre giorni di controlli in altrettanti locali del centro (il Gatto Gordo, il Cafè de La Paix e l'Angolo dei 33) con una decina di agenti al colpo a girare tra i tavoli e a chiedere i documenti a tutti i clienti appuntandosi nomi e cognomi su un foglio.

 

Una ragazza ha descritto così quelli avvenuti venerdì sera al Gatto Gordo: “D'improvviso l'irruzione di una decina di poliziotti, tutti in divisa. La musica si abbassa. Ad ognuno degli avventori viene chiesto il documento. Da quel momento nessuno può lasciare il bar. I poliziotti schedano uno per uno senza dare spiegazioni. Nome, cognome, data di nascita, indirizzo vengono segnati su un foglio di carta. Si insiste per capire cosa stia succedendo. L'ufficiale risponde: 'È una direttiva del Ministero degli Interni, lo facciamo per garantire la sicurezza" (QUI ARTICOLO). Mentre dopo quelli avvenuti al Cafè de La Paix giovedì sera a lamentarsi è stato l'artista Adel Moumin che, spiega (QUI ARTICOLO), ''inauguravo una mia mostra venerdì sera proprio al Cafè de La Paix e in tanti avendo saputo del controllo della sera prima con così tanta polizia mi hanno detto che doveva essere successo qualcosa e che preferivano non venire''. 

 

Ecco la lettera integrale di Lorenzo Dellai sul tema.

 

Egregio Direttore,
la lettera di Paolo Ghezzi a proposito delle operazioni di “controllo” disposte dal Questore in alcuni locali pubblici della città pone una questione tutt’altro che banale. Intendiamoci: nessuno può disconoscere la domanda di sicurezza che cresce ogni giorno di più da parte della comunità. Ed è anche vero che talvolta il centro sinistra ha dato l’impressione di sottovalutare questo aspetto. Si è così creata l’idea che il valore della sicurezza sia coniugabile solamente con le categorie culturali e politiche della destra.

 

 

La realtà delle cose - in larga misura - dice esattamente il contrario - sopratutto se al termine sicurezza si dà il giusto valore - ma questa è la percezione che purtroppo è cresciuta in Italia, in Occidente e anche in Trentino. D’altra parte non ci dobbiamo meravigliare più di tanto: il tempo che ci è dato di vivere vede la politica da un lato indebolita nella sua credibilità profetica e dall’altro disarcionata dalla verità dei fatti perché travolta dalle fake news e dal dominio della “rappresentazione” sulla “rappresentanza”.

 

Il successo mediatico e di consenso della risposta di destra alla domanda di sicurezza, specie nei momenti più difficili,  non è certo un fatto nuovo nella storia. La destra ha nel suo codice genetico l’ambizione a sentirsi “garante dell’ordine”. Essa coltiva una idea di società nella quale tutto ciò che esce dagli schemi consolidati assume potenzialmente la natura di minaccia e di pericolo. E spesso nella storia questa suggestione ha portato larghi strati delle popolazioni ad accettare un tragico (illusorio) baratto: meno libertà in cambio di più sicurezza.

 

Se la storia va comunque avanti verso assetti sempre nuovi e supera le derive buie, ciò è dovuto al ruolo di chi invece - per citare Italo Calvino - di fronte alla tentazione di considerare come “inferno” tutte le convulsioni, le contraddizioni e gli sconvolgimenti della convivenza umana, sceglie di “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio”. Questa mi pare, anche oggi, una delle principali differenze filosofiche e antropologiche tra la visione della destra e quella delle culture democratiche.

 

Per venire ai fatti di cronaca di cui si parla, dubito molto - sinceramente e con la massima considerazione delle autorità preposte - che essi possano essere di una qualche reale efficacia nella doverosa azione di contrasto alla illegalità e ai comportamenti socialmente pericolosi.  Temo invece che possano essere piccoli tasselli di un mosaico che non piace affatto neppure a me. Quello di una città - e di un Paese - che ricerca sicurezza ma alla fine troverà solamente chiusura culturale e crescita diffusa della paura.

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