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Amnesty International contro il Decreto sicurezza: "Trasforma le persone in fantasmi, sono misure disumane. Il governo riveda il sistema d'accoglienza"

E' stato pubblicato da Amnesty il report "I sommersi dell'accoglienza. Conseguenze del decreto legge 113/2018 sul sistema di accoglienza italiano". Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia: "Le misure previste hanno un impatto devastante sulla vita delle persone presenti sul territorio italiano, togliendo loro un’identità. Oltre a non rappresentare la soluzione di alcun problema sono semplicemente disumane"

Foto di Amnesty International
Di Arianna Viesi - 30 gennaio 2020 - 19:12

TRENTO. "Mi sento impotente e sperduto. Finirò presto in mezzo ad una strada e non vedendo nulla sono finito se non trovo qualcuno che mi aiuti. Ho paura di non farcela"Hamed ha 39 anni, è nato in Ghana e, ora, risiede a Castel Volturno in provincia di Caserta. Hamed è cieco e per questo necessita di assistenza quotidiana, anche per svolgere le azioni più semplici. Tutto questo è reso possibile grazie al fondamentale sostegno degli operatori del centro Srpar (Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) locale che gli permettono di svolgere una vita normale. La sua richiesta di rinnovo del soggiorno per motivi umanitari è stata però rigettata a causa del cosiddetto "Decreto sicurezza". Prima di giugno Hamed dovrà lasciare lo Sprar e rinunciare all'assistenza degli operatori.

 

Quella di Hamed è solo una delle tante storie che costellano l'ultimo report di Amnesty International, I sommersi dell'accoglienza. Conseguenze del decreto legge 113/2018 sul sistema di accoglienza italiano (QUI REPORT COMPLETO). "Interrogarsi sulle migrazioni - si legge - e in particolare sulle condizioni di vita di migliaia di richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale significa concentrarsi non solo sulle ragioni della loro partenza, sulle condizioni sociali, politiche e ambientali dei paesi di origine, sulle caratteristiche del viaggio o sulle terribili esperienze di tortura e violenza che essi possono subire, ma anche sul sistema d’accoglienza organizzato nel paese di primo arrivo o sbarco e i percorsi di formazione, inclusione sociale, lavorativa e autonomizzazione della persona che finiscono col definire il rapporto tra il paese di approdo, i migranti e il complesso di diritti di cui essi sono titolari".

 

Il sistema d'accoglienza ante "Decreto sicurezza". Il sistema d'accoglienza italiano, dal 2014 al 2018, presentava già molte criticità ma, senza dubbio, anche notevoli punti di merito. Nel 2014 i posti destinati alla "prima accoglienza" erano già insufficienti, e lo erano molto prima della cosiddetta "emergenza sbarchi" che il nostro Paese dovette affrontare nei mesi estivi di quell'anno. 

 

Chi approdava sulle coste italiane veniva accolto dai grandi Centri per richiedenti asilo (Cara) e nelle varie strutture nate durante l'emergenza sbarchi, poi stabilizzate. I grandi centri, i cosiddetti Cara, erano strutture adibite all'accoglienza dei richiedenti asilo per il periodo di identificazione o in attesa dell'esame della domanda d'asilo da parte della Commissione territoriale preposta. Queste strutture, nel 2014, contavano circa 9.600 persone accolte cui potevano garantire assistenza per le sole esigenze primarie. Poco spazio veniva dato ai bisogni personali, d'inclusione e formazione.

 

Già prima dell'emergenza sbarchi la capienza di questi centri aveva superato quota 10.000 (a fronte degli 8.500 posti disponibili previsti). Nel gennaio di quell'anno il Ministero dell'Interno chiese quindi di aprire nuovi centri. Con una circolare il  inviata alle Prefetture, chiese di approntare 5.500 nuovi posti per l'accoglienza con l'attivazione di 115 nuove strutture dislocate in varie regioni.

 

L'emergenza, però, non accennava a cessare. A marzo una nuova circolare chiese l'attivazione di ulteriori 2.290 posti (ai quali se ne sarebbero dovuti aggiungere altri 1.500 in vista di nuovi sbarchi). La repentina crescita di posti (che andò ad interessare soprattutto i grandi centri d'accoglienza che diventavano così destinatari di ingenti finanziamenti pubblici) aprì il fianco alla criminalità e portò allo sviluppo di una gestione "tutt'altro che votata alla solidarietà e all'accoglienza", come si legge nel report. 

 

Tre anni dopo, la situazione dell'accoglienza italiana non era cambiata più di tanto. I grandi centri governativi contavano circa 14.000 persone accolte. Questi, però, erano affiancati da una miriade di Centri d'accoglienza straordinari (i cosiddetti Cas), attivati dalle varie Prefetture a seguito delle richieste giunte dal Ministero dell'Interno. Sta di fatto che, nel 2017, più del 90% dell'accoglienza che l'Italia garantiva ai richiedenti di protezione internazionale era offerta dai Cas, gestiti dal comparto del privato sociale.

 

Anche qui, però, non si sono fatte attendere criticità legate, soprattutto, all'analisi e allo studio "delle procedure di appalto con cui le Prefetture ne affidavano l'apertura e la gestione".

 

Il sistema d'accoglienza post "Decreto sicurezza". Il decreto ministeriale della fine del 2018 impose quindi un taglio ai finanziamenti per tutti coloro che desiderassero candidarsi per la gestione di un Cas. Gli importi di tali finanziamenti venivano, e vengono, calcolati pro die pro capite, vale a dire: i fondi vengono calcolati per persona accolta al giorno. Si arrivò così al taglio dei "fantomatici" 35 euro "che sino ad allora regolavano gli appalti delle prefetture per i Cas e che risultano fondamentali per organizzare percorsi di formazione e inclusione".

 

I Cas, a gennaio 2019, ospitavano più di 131.000 richiedenti asilo. La questione è complessa e richiederebbe tempo e spazio ma, in breve, i tagli (e, quindi, i finanziamenti) sono proporzionali al numero di persone accolte, al tipo di struttura e al tipo di accoglienza fornita. Il taglio, insomma, sottostà ad un margine di discrezionalità che finisce per colpire i piccoli centri e la cosiddetta "accoglienza diffusa" (quella portata avanti in piccole strutture e piccoli appartamenti). Un tipo d'accoglienza, quest'ultima, virtuosa e che ha dato i maggiori risultati in termini di inclusione sociale e lavorativa (si ricordi, ad esempio, l'esperienza di Lavarone: QUI ARTICOLO).

 

Dai 35 euro si è passati agli attuali 21. Una cifra che serve a coprire le spese di affitto, luce, gas, acqua, pasti, pulizia, beni di prima necessità, e esigenze sanitarie. Una cifra che, come è facile intuire, rende questo tipo di accoglienza ormai insostenibile. Per i centri d'accoglienza di grandi dimensioni, invece, questa cifra è stata ridimensionata a 25 euro. Questo rende di fatto molto più conveniente investire sui grandi centri. Con il "Decreto sicurezza" i piccoli centri sono diventati economicamente insostenibili. Eppure erano proprio i centri minori che riuscivano a garantire servizi di inclusione diretti alla singola persona, servizi che (ad oggi) sono stati di fatto gravemente sottodimensionati con conseguenze sulla qualità di vita delle persone accolte, e della società tutta. 

 

I nuovi bandi, inoltre, non prevedono più la necessità di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la richiesta di asilo, la formazione professionale e la positiva gestione del tempo libero. In sostanza con lo stesso provvedimento l’assistenza sanitaria alla persona viene fortemente ridimensionata, con un crollo delle prestazioni minime richieste e del personale deputato al loro svolgimento.

 

"Le misure previste hanno un impatto devastante sulla vita delle persone presenti sul territorio italiano, togliendo loro un’identità, trasformandole in fantasmi privandole di alloggio o di cure mediche. Oltre a non rappresentare la soluzione di alcun problema sono semplicemente disumane: sono necessarie modifiche sostanziali del decreto che riconoscano il diritto a una vita dignitosa e all’esercizio reale dei diritti fondamentali garantiti dai principi costituzionali e internazionali", ha ribadito Gianni Rufini, direttore di Amnesty International Italia.

 

Si è assistito, insomma, alla ristrutturazione del sistema di accoglienza nazionale, ora diviso in “prima accoglienza” per i richiedenti asilo  e “seconda accoglienza” riservata esclusivamente a coloro che ottengono la protezione internazionale. Ciò risulta evidente già dal cambio del nome di questo sistema di accoglienza da Sprar, come era in precedenza, a Siproimi, ossia Sistema di Protezione per titolari di protezione Internazionale e per Minori stranieri non accompagnati.

 

L’accesso al Sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), che precedentemente poteva ospitare anche richiedenti asilo oltre a coloro che avevano già ottenuto una qualche forma di protezione, ora viene vietato ai richiedenti protezione internazionale, diventando un sistema di “seconda accoglienza” puro, in continuazione diretta con la “prima accoglienza” (Cara e Cas, appannaggio esclusivo delle prefetture). Si tratta di una scelta politica che impedisce l'accesso ai richiedenti asilo che vivono situazioni di particolare vulnerabilità (sanitaria, psicologica, psichiatrica, ecc.), aumentando la possibilità che essi restino nel sistema di “prima accoglienza", rimanendo di fatto in un limbo. 

 

"L’esclusione dei richiedenti asilo dalla seconda accoglienza - si legge nel report - comporta una forte diminuzione del numero delle persone che posso accedere a posti d’accoglienza di qualità garantiti dai comuni aderenti allo Sprar e, conseguentemente, una riduzione dell’investimento pubblico su questa modalità che nel corso degli anni si è mostrata virtuosa ed efficiente. Il carattere diffuso e la non emergenzialità erano infatti le caratteristiche su cui il sistema Sprar era costruito e per questo riconosciuto come un modello di accoglienza efficace. La sua riformulazione per un verso incide sulla sfera soggettiva dei singoli migranti, i quali uscivano da un approccio metodologico e gestionale improntato su logiche emergenziali mentre ora vi rientrano in modo strutturale, e per un altro sull’autonomia degli enti territoriali, interessati sia ad essere parte attiva nelle decisioni relative all’accoglienza, sia a non subire eventuali imposizioni centrali operando secondo una logica di diffusa condivisione delle responsabilità".

 

Le modifiche apportate dal decreto sicurezza non si fermano qui. In breve, viene di fatto abolita la protezione umanitaria sostituita da una serie di nuovi permessi di soggiorno (si va dal "permesso per protezione speciale" a quello "per calamità", dal permesso "per cure mediche" a quello "per atti di particolare valore civile" e così via). 

 

Insomma, il "Decreto sicurezza", si legge, ha portato "all’irrigidimento delle procedure di accoglienzacancellazione della protezione umanitaria e nei tagli ai finanziamenti che influiscono drasticamente sulla possibilità di creare percorsi virtuosi di accoglienza"

 

Sulla base del report "I sommersi dell'accoglienza", Amnesty International chiede quindi al governo di agire urgentemente per apportare modifiche alla normativa vigente in materia di protezione internazionale e immigrazione. I punti fondamentali sono:

 

-assicurare a tutte le persone che entrano in Italia l’esercizio reale del diritto fondamentale a chiedere protezione ed accoglienza

- adottare misure per impedire ai beneficiari di protezione umanitaria di perdere il proprio status per evitare che precipitino in condizioni di marginalità e sfruttamento e divenire così preda di organizzazioni criminali. Allo stesso tempo si deve garantire la regolarizzazione per coloro che sono finiti in condizioni di illegalità per via degli effetti del cosiddetto Decreto sicurezza;

- consentire la registrazione anagrafica anche ai richiedenti asilo. Una misura determinante per garantire i diritti umani dei migranti (QUI ARTICOLO)

- ristabilire servizi professionali nell’ambito del processo di accoglienza allo scopo di fornire percorsi di inclusione sociale ed economica reali e qualificati a tutti i richiedenti asilo e beneficiari.

 

"Ribadiamo, inoltre - conclude il report - la necessità di un sistema di accoglienza ragionato e che non sia solo dettato da una politica orientata a bloccare donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo e persecuzioni e che pone barriere di carattere amministrativo e legislativo che violano i diritti umani".

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