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Azione-Unione schiera il dirigente Stefano Kirchner: “Per fare Politica non c’è bisogno di gridare”

Stefano Kirchner dirigente scolastico alla guida del liceo Rosmini di Trento si candida alle comunali, al fianco di Franco Ianeselli: “C’è un momento in cui ognuno deve assumersi delle responsabilità, mettendosi in gioco, per provare a migliorare la sua città”

Di Carmine Ragozzino - 28 agosto 2020 - 20:08

TRENTO. Probabilmente i banchi che più lo arrovellano in questi giorni non sono quelli del consiglio comunale di Trento. Banchi ai quali comunque – e ci mancherebbe – mira. Fa il dirigente scolastico. Tra sedute, distanziamenti, controlli, mascherine, misurazioni di febbre e una montagna di incognite che valgono nella Trento alpina come nella più lontana isola sicula, prega a tutte le ore che non debba saltare per causa di Covid maggiore il “banco” del diritto all’istruzione. Un diritto che se da metà settembre non dovesse tornare ad essere anche “fisico” sarebbe la tragedia delle tragedie. Stefano Kirchner, sessantaquattrenne guida del liceo Rosmini, impone tuttavia a sé stesso un “pensare positivo” che traduce – così come ha sempre fatto – in energia organizzativa. “Ce la faremo. Ce la dobbiamo fare”: dice. Ma non è solo di scuola che a Kirchner oggi tocca parlare. Fosse quello l’argomento, il suo lungo curriculum gli permetterebbe di sciorinarci un tomo fatto di esperienza. Di gioie e dolori, certo, ma più di tutto di una convinzione che si propone di portare in questa sua inedita scommessa politica.

 

Kirchner, infatti, si candida per palazzo Thun sotto il simbolo doppio di “Azione-Unione”. Traducendo per i profani di partiti e aggregazioni, è quel che resta dell’ormai tramontata gloria Upt, (che prima fu Margherita) assieme alla neonata creatura partorita dal “fu ministro” Carlo Calenda. Due in uno. Una storia politica lunga, con Lorenzo Dellai un po’ depotenziato ma sempre faro, e una novità. Con un punto di riferimento nazionale che s’è c’è da pungolare non rinvia alle Calende anche se si chiama Calenda.

 

Chi ti ha convinto a raddoppiare la fatica? Fare il dirigente scolastico ed eventualmente il consigliere comunale non sarà una passeggiata.

“Infatti, ne sono consapevole. Ma c’è un momento in cui ognuno deve assumersi delle responsabilità, mettendosi in gioco, per provare a migliorare la sua città. Per me questo momento è arrivato adesso, con la mia prima candidatura – già anzianotto – perché se a Trento le cose sono funzionate meglio che altrove anche a Trento c’è bisogno di rafforzare un clima sociale basato sulla solidarietà, sulla reciproca accettazione, sul fare assieme. Mi metto a disposizione senza alcuna presunzione”.

 

Sì, ma Upt o Calenda? Il fatto che si presentino alle elezioni assieme non vuol dire che siano la stessa cosa.

“Avevo capito la domanda. E non scappo. L’ultimo libro di Calenda mi ha per così dire illuminato. Condivido le sue analisi sull’immobilismo dell’Italia, (che lo ripeto, non è l’immobilismo del governo cittadino uscente anche se si può e si deve sempre fare meglio). Bisogna affrontare la complessità, avere coraggio nelle scelte, non blandire ma dire onestamente tanto i sì quanto i no. Bisogna smetterla di raccontarci e raccontare frottole. Amministrare non è un gioco e senza preparazione si fanno disastri. Io non ho slogan. Anzi sì, uno me lo permetto: far politica, quella con la P maiuscola, senza bisogno di gridare”.

 

Annotato. Ma se dovessi essere eletto mica potrai sussurrare.

“Ma no. Sui temi che conosco perché sono parte ampia della mia vita mi farò sentire. Non ci vorrà un amplificatore di voce. Sono dentro il mondo della scuola da una vita. Prima all’Itc Battisti, poi alla dirigenza dell’istituto comprensivo Trento 7, con sede alle Pedrolli di Gardolo, oggi al Rosmini. In mezzo uno stacco per lavorare con la Provincia alla legge sulla disabilità e sul disagio. Sulla scuola ho un contributo da dare e credo che Trento, pur tenendo conto delle competenze limitate rispetto alla Provincia, possa mettere in campo importanti sperimentazioni legate al lavoro di rete tra istituti. Ma la scuola la sola è nulla. La scuola che si mette al servizio del territorio può fare miracoli”.

 

Miracoli? Un parolone.

“Forse sì. Ma quando ero a Gardolo, per esempio, il rapporto tra scuola, comunità, associazioni, circoscrizione ha dato risultati esaltanti, dei quali c’è ancora traccia (ad esempio nel portico Uber in centro paese, reinventato da 400 alunni grazie all’allora collaborazione con la commissione politiche sociali della circoscrizione). Senza quei rapporti le quaranta etnie che frequentavano l’istituto sarebbero state forse un problema. Invece, coinvolgendo ragazzi e famiglie anche fuori dalla scuola, in rapporto con il tessuto più vivo del sobborgo, sono state e sono una risorsa”.

 

Forze vive. Tu sei a contatto con gli ormoni che viaggiano a mille ma spesso si schiantano sul disinteresse o peggio, sull’interesse che dura il tempo di una campagna elettorale. Non ti pare che troppo spesso la politica “schifi” l’energia dei giovani?

“Mi pare eccome. Io dirigo una scuola superiore e se una accusa mi si può fare è quella di guardare più alle relazioni con i miei studenti che alle carte che per un dirigente sono l’incubo quotidiano. Ma a quelle relazioni non rinuncio. Una cosa ho capito: i giovani non li puoi fregare”.

 

Cosa significa?

“Significa che se davvero credi nei giovani devi essere un esempio. Appena si accorgono – e se ne accorgono – che non c’è coerenza tra quello che dici loro e quello fai, ti bocciano senza esame di riparazione. Hanno ragione. Sono in credito”.

 

E come la paghiamo questa cambiale a mille zeri?

La paghiamo fidandoci dei giovani. Sempre. Anche quando sono contraddittori e non ci sembrano impegnati ignorando di come e quanto si spendono nei loro rapporti, nel volontariato, nelle associazioni. Quella cambiale va saldata responsabilizzando i giovani, aprendo spazi, fornendo occasioni di gestione libera. 'Lasciandoli fare', insomma, senza impastoiarli nella burocrazia”.

 

Non è un po’ troppo filosofica?

“La credibilità non è filosofia. Se coerenza e trasparenza fossero materie di scuola, ci sarebbe una ‘strage’. Ma una strage di adulti”.

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