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Coronavirus, dubbi sulla struttura di Levico, Degasperi: “Aprire un’indagine, sottovalutate le preoccupazioni degli operatori”

Nel mirino del consigliere una “morte sospetta” avvenuta a gennaio: “Già tra fine febbraio e inizio marzo, fra ospiti e personale, si evidenziavano sintomatologie che avrebbero dovuto far pensare al coronavirus, ma le misure più consistenti e i dispositivi di protezione sono arrivati solo il 26 marzo”

Di Tiziano Grottolo - 03 aprile 2020 - 18:05

LEVICO TERME. Ormai da un mese l’epidemia di coronavirus si è diffusa nel territorio trentino, fra le “zone più calde” si annoverano le Rsa, fra queste si conta anche il Centro Don Ziglio di Levico Terme, una struttura che ospita 95 persone con disabilità ma che comunque è posta sotto la gestione di Apsp, pur non essendo una casa di riposo vera e propria.

 

Se in un primo momento i vertici della struttura e lo stesso Enrico Nava, direttore per l'integrazione socio-sanitaria della Pat, erano intervenuti per tranquillizzare i parenti degli ospiti circa la notizia di possibili contagi, verso la fine di marzo era arrivata come un fulmine a ciel sereno la conferma che all’interno del Don Ziglio molti ospiti e buona parte del personale (sia oss che educatori) sono stati trovati positivi al coronavirus, come anche messo in luce nei giorni scorsi dai sindacati e in particolare con la forte preoccupazione della Cisl Fp. 

 

Il 26 marzo in un comunicato ufficiale la Pat scriveva: “Gli ospiti vengono sottoposti a tampone con l’obiettivo di separare eventualmente le persone contagiate dal resto dei pazienti, e misure di protezione adeguate sono state assunte anche per il personale”. Eppure, il 30 marzo Nava riferiva che sulla struttura è stata fatto un intervento di “tamponamento” grazie al quale si è scoperto che gli ospiti positivi al coronavirus erano 24, a cui si sommano i 31 casi registrati fra il personale, tenendo presente che un’altra cinquantina di operatori era a casa in malattia.

 

Insomma se “le protezione adeguate sono state assunte” lo si è fatto probabilmente in ritardo ed è proprio per far luce su questa ipotesi che il consigliere Filippo Degasperi ha presentato un’interrogazione: “Purtroppo il coronavirus ha trovato una rapida diffusione in alcune strutture residenziali del territorio, mentre altre sono state risparmiate – afferma – ma proprio per questo è necessario verificare che non vi siano state leggerezze od omissioni nelle gestione dell’epidemia”.

 

In particolare, secondo la ricostruzione fatta da Degasperi, “già tra la fine febbraio e gli inizi marzo tra ospiti e personale si evidenziavano sintomatologie che avrebbero dovuto far pensare al Covid-19”, senza contare i ripetuti allarmi lanciati dal personale della struttura che però sarebbero rimasti inascoltati (Nel file in allegato la ricostruzione completa, giorno per giorno).

 

 

“Dopo i primi casi di malattia fra il personale – punta il dito il consigliere provinciale – arrivarono, con sempre maggiore insistenza, richieste per avere materiale e dispositivi di protezione che però fino a pochi giorni fa sono rimaste inevase”. Anzi, sempre secondo quanto riferito da Degasperi, alcuni dipendenti, che in autonomia, si erano procurati delle mascherine sarebbero stati redarguiti e accusati di generare allarmismo.

 

Nel frattempo la situazione precipita e iniziano a registrarsi i primi casi conclamati di positività, sia fra gli ospiti che fra i dipendenti, eppure secondo Degasperi qualcosa non ha funzionato tanto che senza giri di parole afferma: “Nonostante le continue segnalazioni per settimane i responsabili della struttura non hanno adottato alcuna misura volta a separare gli ospiti sintomatici da quelli asintomatici facilitando nei fatti la diffusione del virus”.

 

Stando a quanto riportato dal consigliere solo il 26 marzo la struttura sarebbe intervenuta isolando gli ospiti ammalati, inoltre nella stessa giornata sarebbero arrivati i tanto agognati Dpi, mascherine, camici speciali e visiere, “le conseguenze per chi continua a lavorare – sottolinea Degasperi – sono turni di 12 ore senza rientro a casa per non rischiare di infettare i familiari”. Alla luce di queste considerazioni il consigliere ha deposito un’interrogazione per fare piena luce sulla vicenda, chiedendo che venga aperta un’inchiesta per accertare eventuali negligenze.

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