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Coronavirus, solo 60 ospiti delle Rsa trasferiti in ospedale, Segnana scarica sui responsabili delle strutture: “Decidono loro”

Segnana ricostruisce quanto avvenuto all’interno delle Rsa durante l’epidemia: “I protocolli di cura si sono evoluti nel corso delle settimane”. E sui ricoveri in terapia intensiva: “Si basano sull’appropriatezza e sulla proporzionalità clinica, che includono la valutazione dell’età, della comorbidità, del quadro clinico e della probabilità che l’intervento risulti efficace”

Di Tiziano Grottolo - 28 giugno 2020 - 14:47

TRENTO. “Sappiamo che la maggior parte delle persone che risiedono nelle case di riposo sono arrivate alla parte finale dell'esistenza, ma i nostri anziani non sono numero che servono per arricchire le statistiche”. Così Lucia Coppola, consigliera provinciale di Futura, aveva puntato il dito contro la gestione dell’emergenza all’interno delle Rsa, anche alla luce delle questioni sollevate da Il Dolomiti (articoli QUI e QUI).

 

Coppola aveva depositato un’interrogazione per tentare di ricostruire quanto avvenuto nelle Apsp, dove si è registrata una mortalità, legata al coronavirus, particolarmente elevata. Ora è arrivata la replica dell’assessora alla salute Stefania Segnana che ha sottolineato come l’Azienda sanitaria abbia fornito una serie di indicazioni “concordate con la Provincia” per fronteggiare l’emergenza, aggiungendo: “I protocolli di cura si siano evoluti nel corso delle settimane – tenendo presente – che ad oggi le terapie sono sperimentali, non esistendone alcuna di provata efficacia”.

 

Inoltre per affiancare le Rsa interessate dal contagio e dare supporto professionale e indicazioni anche rispetto alla compartimentazione degli ospiti è stata istituita una Task force ad hoc composta da rappresentanti della Provincia e di Apss. Tutto bene dunque? Non proprio. “Poiché le Rsa sono considerate a tutti gli effetti luoghi di cura – commenta Segnana – dove sono assicurate prestazioni di carattere più intensivo rispetto al domicilio, il ricovero in ospedale viene effettuato solo nei casi in cui il responsabile sanitario della struttura lo ritenga appropriato”.

 

Se da un lato il ricovero è sempre rimasto un’opzione percorribile è altrettanto vero che, alla data del 21 aprile, sono stati circa 60 gli ospiti che sono stati trasferiti in ospedale, tutte provenienti da 23 strutture interessate al contagio. Per la cronaca al 24 aprile, nelle case di riposo figuravano 4.047 residenti.

 

Numeri che per certi versi stridono con l’alta mortalità riscontrata nelle Apsp, al 21 aprile i decessi riconducibili al Covid-19 erano stati 297. Per comprendere i dati si devono considerare le scelte operate: “In coerenza con quanto indicato dal Comitato Etico per le Attività Sanitarie – spiega Segnana – la decisione sull’accoglimento in terapia intensiva e sulle dimissioni dalla stessa, che è in capo al responsabile sanitario di struttura, si basa sull’appropriatezza e sulla proporzionalità clinica, che includono la valutazione dell’età, della comorbidità, del quadro clinico e della probabilità che l’intervento risulti efficace”.

 

Il non ricovero in terapia intensiva non significa interruzione delle cure, ha specificato l’assessora alla salute, ma l’adozione di strategie diverse, come la ventilazione non invasiva e/o l’attivazione di terapie palliative quando necessario. Dal 21 aprile il bilancio all’interno delle case di riposo si aggraverà ulteriormente fino a superare i 340 decessi, che corrispondono a circa il 77% del totale delle vittime legate al coronavirus. Tante, forse troppe, persone che se ne sono andate senza nemmeno poter ricever un ultimo saluto dai propri cari.

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