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Coronavirus, Zanella: ''Esiste un'alternativa agli impianti per sviluppare ancora l'inverno? L'emergenza evidenzia criticità di un settore che non riesce a rinnovarsi''

L'emergenza causata da Covid-19 mette in evidenza alcuni trend strutturali in atto da anni, come la crescita di altre discipline sportive invernali. Il Trentino sembra però ancorato ancora ai vecchi modelli. Zanella (Futura): "La Provincia ha presentato un elenco di 32 progetti tra i quali sono presenti ancora impianti funiviari destinati a zone sciistiche. La maggioranza però non ci ha presentato ancora nulla e non sappiamo i piani della Pat"

Di Luca Andreazza - 22 dicembre 2020 - 21:03

TRENTO. "Quella dello sci alpino è un'economia importante". Così Paolo Zanella, consigliere provinciale in quota Futura. "Dal Dopoguerra a oggi questa industria ha cambiato la vita di molti abitanti delle nostre montagne, migliorando indiscutibilmente il tenore di vita, ma questo comparto non è ancora riuscito a trovare il modo per affrontare le criticità evidenziate anche dall'emergenza coronavirus".

 

L'avvio dell'inverno in zona Epifania appare ancora a forte rischio a causa della curva del contagio ancora alta e il livello elevato delle ospedalizzazioni. La campagna promozionale è praticamente ferma, affidata allo slogan "Aspettiamo, ti aspettiamo"; i territori si sono organizzati per un inizio di stagione alternativo, ma la mobilità a breve ritorna ulteriormente a bloccarsi per le festività contrassegnate dall'alternanza zona rossa e arancione. 

 

Il rapporto “Neve diversa” di Legambiente del febbraio scorso evidenzia come l’ambiente montano sia caratterizzato da "neve sfavillante ovunque e grande scintillio di panorami imbiancati: sono queste le promesse dello snow business che da decenni attira sulle nostre montagne moltitudini di sciatori. E ancora più allettanti sono le offerte di centinaia e centinaia di chilometri di piste: addirittura più di un migliaio i chilometri potenziali con il Grande Carosello delle Dolomiti. Piste larghe e piatte come tavoli da biliardo alimentate, dappertutto, dalla pratica dell’innevamento artificiale. Oramai la neve vera serve solo per il paesaggio e non per sciare".

 

Gli ultimi week end hanno inoltre mostrato come il gradimento per la montagna sia alto e non strettamente legato allo sci alpino. "L'economia invernale - spiega Zanella - non è stata capace rinnovarsi alla luce dei cambiamenti climatici. In montagna il business prevalentemente è business as usual, come se nulla fosse cambiato".

 

Alla ripartenza, un nodo è quello inevitabilmente della mobilità tra Regioni, mentre il mercato estero probabilmente è destinato a restare fermo. Difficile prevedere il peso dell'arrivo dei turisti di Repubblica Ceca e Polonia, provenienze che negli ultimi inverni hanno sempre rappresentato un contributo importante alle varie stazioni sciistiche. 

 

"Un documento firmato dalla commissione centrale tutela ambiente montano del Cai mette in evidenza come le Alpi ospitino annualmente circa 150 milioni di presenze e la frequentazione stagna ormai da almeno un ventennio attorno a quella cifra. Circa due terzi degli sciatori - spiega il consigliere di Futura - provengono da Paesi non alpini, per la maggior parte da altri Paesi europei. Tra le stazioni in vetta alla classifica della frequentazione a livello mondiale, si trovano sette grandi comprensori italiani con più di 1 milione di presenze annue, tra cui Campiglio e Gardena-Alpe di Siusi che superano i 2 milioni. Negli ultimi anni, si sono affacciati sulla scena nuove nazioni concorrenti, come Bulgaria, Romania e Slovacchia, attraverso nuovi investimenti, ma con un mercato ugualmente stagnante".

 

L'annuale studio di Skipass panorama turismo - Jfc aveva registrato una probabile concentrazione dei flussi nelle settimane più "gettonate" della stagione invernale, il periodo di Natale e Capodanno in particolare, quando è atteso il tutto esaurito nelle destinazioni della montagna italiana. Una tendenza che emerge nell'analisi è anche quella di spostare le prenotazioni sul mese di febbraio. Nel complesso il comparto della Montagna Bianca Italiana nell’inverno 2020/21 registrerà una riduzione delle presenze turistiche al 33,1%, con una riduzione del 72,8% per quanto riguarda gli stranieri, e un incremento (6,6%) degli ospiti italiani rispetto al 2019/20. Poi però il momento clou è stato cancellato con la chiusura degli impianti e le limitazioni

 

Un inverno caratterizzato da Covid che stressa ancora di più alcuni trend strutturali già emersi nelle ultime stagioni: "La clientela ricercherà strutture di piccole dimensioni (alberghi, ristoranti, locali) con la volontà di allontanarsi dai luoghi affollati; attività sportive direttamente a contatto con la natura, all’aperto; e attività ricreative all’aperto. Quanto ai trend 'volatili' (determinati dalla situazione contingente condizionata dal Covid-19), emerge l’aumento nella propensione a weekend (massimo tre notti fuori casa) e soggiorni indipendenti (con l’annessa richiesta di baite, chalet, appartamenti dove soggiornare con la propria famiglia) e i soggiorni sulle piste (dunque strutture che permettano di accedere alle piste senza utilizzare mezzi pubblici)".

 

Lo sci alpino resta comunque l'azionista di maggioranza, ma questa emergenza potrebbe accelerare un cambio di passo delle altre discipline, comunque in ascesa. La stima, sempre dati Skipass panorama turismo - Jfc, è quello di un calo per sci e snowboard, rispettivamente del -8,7% e del -11,1%, a fronte di incrementi per altri settori, quali sci di fondo (+2,2%) e scialpinismo (+9,2%). 

 

"L’industria dello sci in tutti i Paesi della regione alpina e in Italia viene unanimemente considerata come 'matura', con poche possibilità di espansione della clientela, con la presenza di attori affermati e di grandi dimensioni, oltre a una notevole concorrenza tra le stazioni sciistiche. Progetti di diversificazione - continua Zanella - se curati e sostenuti adeguatamente, potrebbero permettere di affrontare in modo più indolore la transizione verso forme nuove e sostenibili di turismo montano, invernale e non, anche attraverso forme di destagionalizzazione".

 

Il Trentino però sembra piuttosto fermo nel delineare le strategie che forse dovrebbero addirittura spingersi al prossimo inverno. "E' necessario valutare progetti di sviluppo locale dove lo sci alpino, pur rimanendo una pratica importante, arrivi a confrontarsi realisticamente con i limiti della montagna - aggiunge il consigliere provinciale di Futura - dagli effetti dei cambiamenti climatici alla fragilità intrinseca dell'ambiente montano e al necessario limite da porre alla costruzione infinita di nuovi collegamenti. Non ultima la necessità di contenere i consumi energetici per contribuire alla mitigazione dell'effetto serra, prefigurando una visione dello sviluppo montano che potrebbe trarre dal turismo dolce quegli elementi di forza per dare corpo alle speranze delle comunità montane che giustamente rivendicano il diritto al benessere e a posti di lavoro stabili e dignitosi".

 

Il governo nazionale ha chiesto alle Regioni e alle Province autonome di inviare un elenco di opere e settori che si ritengono strategici per il futuro e per i quali si richiedono i fondi del Recovery Fund. "La Provincia di Trento ha presentato un elenco di 32 progetti tra i quali sono presenti ancora impianti funiviari destinati a zone sciistiche. Ma nulla è stato ancora presentato in Consiglio provinciale e quindi le minoranze sono attualmente tagliate fuori da ogni possibile contributo. Non sappiamo quali sono i piani", conclude Zanella.

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