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Coronavirus, avvio dello sci ancora spostato? Dallapiccola: ''Oltre 200 milioni fermi sul bilancio: anticipare i ristori e trattare con Roma per restituzione e per somme ingenti''

Il contagio è sostenuto, i numeri negli ospedali sono ancora drammatici e le proiezioni dell'Istituto superiore di sanità non lasciano tranquilli. L'annuncio di semaforo verde il 18 gennaio? Si allontana di ora in ora perché la morsa di Covid-19 non cede, tanto che Roma valuta restrizioni e la maggior parte dei Paesi europei si chiude in lockdown

Di Luca Andreazza - 11 gennaio 2021 - 16:41

TRENTO. Gli annunci non sembrano proprio il forte dell'assessore Roberto Failoni, i primi due sull'avvio della stagione invernale non sono andati bene; il terzo già traballa. L'ipotesi apertura impianti agli sciatori amatoriali prevista per lunedì 18 gennaio non sembra prendere corpo, il nuovo Dpcm potrebbe differire il via libera almeno fino a inizio febbraio. Un colpo durissimo per l'intero comparto che è rimasto a guardare nel periodo clou, Natale e Capodanno, che sorregge un po' tutta l'industria della neve.

 

"Capisco la difficoltà del momento - commenta l'ex assessore Michele Dallapiccola - ma una responsabilità delle istituzioni è quella di non creare illusioni e false aspettative. E' legittimo chiedere una data certa di apertura, però è altrettanto comprensibile che questa non ci possa essere a causa di un'epidemia che si mantiene a livelli alti. In Trentino inoltre c'è l'aggravio delle ospedalizzazioni che meritano, purtroppo, una riflessione ulteriore sulle opportunità di aprire gli impianti. Si aggiunga che questa situazione non può essere guardata in modo limitato ai confini provinciali, si dovrebbe allargare l'orizzonte a quanto avviene intorno al territorio: il turismo è prima di tutto mobilità. Forse si aspetta Roma per scaricare le responsabilità e mantenere sul territorio la narrazione che si voglia aprire a ogni costo".

 

Questa stagione potrebbe non partire mai, il rischio di andare completamente in bianco appare più alto di quanto si possa immaginare. Il contagio è sostenuto, i numeri negli ospedali sono ancora drammatici e le proiezioni dell'Istituto superiore di sanità non lasciano tranquilli. L'annuncio dell'avvio per metà dicembre? Si è scontrato con la situazione epidemiologica. L'annuncio di partire dopo l'Epifania? idem. L'annuncio di semaforo verde il 18 gennaio? Si allontana di ora in ora perché la morsa di Covid-19 non cede, tanto che Roma valuta restrizioni e la maggior parte dei Paesi europei si chiude in lockdown.

 

Dopo la bocciatura natalizia delle linee guida, un punto è quello che il Comitato tecnico scientifico non ha ancora avallato ufficialmente i protocolli rivisti dalle Regioni. Un altro nodo indiscutibile è quello della situazione epidemiologica perché i caroselli potrebbero aprire solo in zona gialla. La curva del contagio può essere valutata e interpretata, ma solo a ridosso del 18 gennaio (o del 25 gennaio tra le prime ipotesi di avvio) si possono avere le idee più chiare.

 

"Una questione che è chiaramente vincolata anche ai dati negli ospedali - aggiunge Dallapiccola - se i reparti non sono pienamente funzionati, un intervento urgente per ortopedia o per chirurgia può mettere a rischio altri servizi, sarebbe una pressione ulteriore sul sistema che in questo momento già soffre molto (Qui articolo). Va bene la volontà di voler aprire gli impianti ma appare forse più urgente parlare di ristori. L'avanzo di amministrazione si aggira sui 200 milioni di euro, risorse bloccate e ferme, quando potrebbero essere investite in linea generale per fronteggiare la crisi economica".

 

Il bilancio provinciale però difficilmente può coprire tutti i contraccolpi della crisi, soprattutto per "risarcire" le chiusure. "Certamente la Provincia non basta in questa situazione - evidenzia il consigliere provinciale del Patt - però gli strumenti dell'autonomia non mancano. Bene aver già stanziato 5 milioni per l'innevamento programmato, ma si sarebbe potuto mettere in circolo 50 milioni con una norma specifica come fatto a Bolzano pochi mesi fa per sostenere fin da subito una molteplicità di professionisti: le scuole e i maestri di sci, i noleggi, gli stagionali e tutto quell'indotto che ruota intorno alla stagione invernale. Anticipare le azioni e le risorse, poi serve capacità negoziale e presenza per trattare con Roma risorse ben più importanti e rientrare di quanto già messo sul piatto a livello di piazza Dante".  

 

L'assessore della Provincia nelle scorse settimane ha tirato in ballo il ministro al turismo, Dario Franceschini, anche per una norma che esclude la città di Trento da un bando perché considerata non sufficientemente turistica.

 

"E' una manovra del governo che risale all'agosto scorso - dice Dallapiccola - l'assessore si è lamentato pubblicamente verso fine anno, forse prima era troppo occupato a portare avanti la riforma del turismo a ogni costo (compreso l'aumento della tassa di soggiorno a movimentazione pressoché azzerata) e escludere a sua volta il capoluogo nella legge sulle chiusure domenicali di negozi e centri commerciali. Qualche perplessità anche sul taglio dell'Imis per le strutture ricettive, che la Provincia stessa ha pure recepito e provato a veicolare come misura di piazza Dante".

 

Insomma, sembra centrare ben poco Franceschini. L'interlocutore in questo momento può essere solo il ministro alla salute: Roberto Speranza. Si chiede certezze, quando proprio il presidente Fugatti parla di valutazioni "giorno per giorno" con il trittico in tre giorni di "Niente ordinanza", "Ecco l'ordinanza", "Cambiamo l'ordinanza" prima di Natale e il Trentino unico territorio per 4 giorni con coprifuoco alle 20 di sera.

 

I dati epidemiologici sono una variabile oggettiva, anche se il Trentino è riuscito a dare prova di una varietà di interpretazione non indifferente tra regole spiegate in modo contraddittorio, numeri dei test antigenici non comunicati alla popolazione per oltre un mese e una circolare in primavera fraintesa per molte settimane. La fotografia del contagio, una riflessione seria e responsabile, è dirimente. Non basta dire, come nella puntata dei Mercatini, facciamo i protocolli.

 

Non si possono prevedere "zone rosse" nazionali a priori. Ma se la ratio del governo fosse quella di riproporre questa misura a carnevale in febbraio e per Pasqua? Il Trentino invece a fine gennaio sarà zona gialla? Non si può prevedere attualmente. La Lombardia sarà zona gialla? Vedasi prima. Il Veneto sarà zona gialla? Idem come prima. 

 

E se Lombardia e Veneto diventassero zona rossa? A mobilità europea presumibilmente ferma, avrebbe senso avviare a ogni costo gli impianti e rinunciare a bacini di mercato fondamentali per il territorio trentino? E Dolomitisuperski che si articola su più comprensori extra provinciali avrebbe vantaggi nel tenere mezzo aperto e mezzo chiuso? Se ci si lamenta delle aperture di Austria Svizzera perché considerata concorrenza quasi sleale a fronte delle chiusure italiane, una cannibalizzazione tutta interna può avere futuro tra comprensori operativi e altri fermi al palo? Domande alle quali bisognerà dare una risposta.

 

"In questo momento storico - conclude Dallapiccola - si va da un accesso illimitato a una fruizione contigentata. Ok, si passa alla prenotazione online, ma quale diventa il criterio per assicurare la discesa in pista? Si prende l'affluenza della stagione scorsa, si cancella tutto e si fissa un nuovo numero valutato sui primi ingressi in caso di controllo, un turista prenota l'hotel e rischia di restare fuori perché i ticket sono già tutti stati staccati? Il maestro di sci viene considerato? E la lezione? Gli stagionali devono riconvertire ogni volta lo skipass e quindi potrebbero perdere la garanzia di sciare? Le tipologie sono innumerevoli, come vengono gestite? Insomma, una partita complessa".

 

In tutto questo restano gli slogan e i post su Facebook della Provincia. Ma non un'analisi della sostenibilità economica nell'aprire gli impianti e dei vari scenari. Un'assunzione di responsabilità della Provincia per una ricognizione generale e stabilire poi il punto di rottura di un equilibrio della stagione sempre più precario. Servono idee e messaggi chiari e evidentemente sinceri per superare l'ambiguità di mostrarsi forti sul territorio ma evanescenti o quasi a Roma. Resta la campagna promozionale dell'attesa.

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