La scuola fra pandemia e lockdown: “Per ripartire sbarazziamoci delle rigidità e investiamo nel corpo docenti, è tempo di aggiornare il nostro modello educativo”
Dai limiti della “didattica della quarantena” ai problemi strutturali, la scuola è chiamata a dare una risposta alle nuove generazioni. Fusacchia: “Sì agli strumenti digitali ma la didattica a distanza non può sostituire quella in presenza, durante il lockdown sono esplose le contraddizioni del Paese”

TRENTO. “Nessuno era preparato a gestire un’emergenza come questa, il lockdown ha fatto esplodere i limiti e le contraddizioni del Paese”, così Alessandro Fusacchia, deputato nonché ex capo di gabinetto della Ministra dell'istruzione Stefania Giannini, sintetizza i tre mesi più difficili affrontati dal Governo Conte. Emergenza e contraddizioni che ovviamente hanno coinvolto la Scuola, fra i settori più esposti durante la pandemia.
L’esperienza della chiusura delle scuole, l’attivazione della didattica a distanza e lo smartworking saranno al centro dell’incontro che vedrà protagonista proprio Fusacchia (in videoconferenza) che si terrà oggi, 10 settembre, nella sede di Futura in via Vittorio Veneto 20 a Trento. “Durante la chiusura forzata della scuola – spiega il deputato – i limiti più evidenti sono emersi nei confronti della didattica”. Una situazione eccezionale che secondo Fusacchia è stata travisata da alcuni: “Di fatto si è trattato di una ‘didattica della quarantena’, un insegnamento in grado di sfruttare le strumentazioni digitali è prezioso ma questo funziona se è un complemento della didattica in presenza. L’idea che di far sparire le lezioni in presenza già non funziona come approccio pedagogico e culturale, figurarsi in un paese che non era pronto per ad affrontare un simile scenario”.
La scuola italiana infatti si è trovata a dover risolvere in poco tempo problemi enormi: da un lato migliaia di ragazzi non hanno accesso a internet o a un dispositivo adeguato per seguire le lezioni, dall’altro non tutti gli insegnanti avevano le competenze per gestire una lezione a distanza. “Tutta una serie di problemi sono esplosi in un colpo solo, di fatto non abbiamo contezza di quello che è successo”, ammette Fusacchia che non risparmia critiche alla situazione attuale. D’altra parte riconvertire un sistema già di per sé poco elastico in pochi giorni era una sfida praticamente impossibile.
“La scuola è un presidio sociale, gli insegnati che si rapportano con i bambini possono valutarne lo stato di salute, capire se ci sono problemi a casa o altro, la scuola non è solo imparare a leggere e a scrivere. Per ripartire però è necessario aggiornare il nostro modello educativo. La pandemia – ribadisce il deputato – ha fatto esplodere le disuguaglianze, la scuola deve tornare a essere un ascensore sociale, un luogo di emancipazione”. Eppure il lockdown ha messo in una posizione di svantaggio molti ragazzi: “Purtroppo con le riaperture arriveranno anche altri problemi, uno legato ai contagi l’altro alla logistica. Un po’ in tutta Italia mancano docenti, situazione difficile da spiegare dopo che le scuole sono state chiuse per mesi”.
Fra i rischi tratteggiati uno in particolare preoccupa Fusacchia: “Che le scuole si chiudano su loro stesse, impoverendo l’offerta culturale proprio in un momento in cui gli istituti si stavano aprendo, trasformandosi in un hub del territorio. Vorrei che il dibattito politico si concentrasse su questi aspetti, bisogna intercettare i finanziamenti europei per far ripartire la scuola”. L’emergenza però potrebbe offrire anche degli spunti, se il numero degli alunni per classe deve essere necessariamente ridotto ciò non significa che sia un male, anzi: “Ora gli alunni hanno bisogno di più attenzioni perché il mondo è più complicato e cambia più velocemente. Classi ridotte costano di più ma è un investimento necessario. Per rispondere a questa sfida servirà anche un grosso investimento sui docenti che sono il vero capitale umano del settore. Abbiamo bisogno di persone capaci di leggere il mondo e la contemporaneità, oltre alle competenze specifiche sulla propria materia”.
Da risolvere però ci sono i nodi burocratici, con una struttura ancora troppo lenta e farraginosa: “È necessario sbarazzarsi della rigidità sotto diversi profili, serve una scuola flessibile, aperta alle sperimentazioni. Spesso sento usare la retorica dello ‘studente al centro’ poi però vedo prevalere altre logiche, la mobilità prevarica la continuità didattica. Lo studente dunque sia messo al centro per davvero, solo così la scuola potrà ricreare un ambiente che permetta ai giovani di crescere, emanciparsi e crearsi un’opportunità nella vita”.













