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Scoppia il caso derivati, Degasperi: “La Pat brucia oltre 2 milioni all’anno, hanno scommesso i soldi dei trentini ma hanno perso”

La Corte di Cassazione ha dichiarato nulli i contratti derivati che le banche stipularono con gli enti locali. Solo Cassa del Trentino Spa e Patrimonio del Trentino Spa hanno concluso contratti (nonostante il divieto in vigore) che complessivamente segnano un saldo negativo da 25,81 milioni di euro. Degasperi: “Bisogna fermare questo sperpero di risorse pubbliche”

Di Tiziano Grottolo - 30 giugno 2020 - 12:19

TRENTO. La sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione lo scorso 12 maggio potrebbe avere una portata enorme per quanto riguarda le casse pubbliche. I giudici infatti si sono espressi sul “caso derivati”, circa 15 anni addietro le banche (sia italiane che estere) bussarono alla porta di enti locali e imprese proponendo i cosiddetti contratti derivati una formula che in sostanza avrebbe dovuto mettere al riparo da possibili rialzi dei tassi d’interesse sui debiti contratti. In altre parole, stipulando questo tipo di contratti, la banca garantiva che qualora il tasso d’interesse fosse salito sopra il 3% chi contraeva il debito avrebbe comunque continuata a pagare lo stesso importo, peccato però che nel tempo i tassi sia scesi anziché salire provocando dei buchi miliardari. Senza comprendere i rischi a cui andavano incontro le amministrazioni pubbliche, convinte di stipulare una sorta di assicurazione, si imbarcavano in una scommessa assai azzardata.

 

Il Governo fu costretto a correre ai ripari e nel 2008 vietò la stipula di simili contratti, eppure, come fa notare la Corte dei Conti nonostante il divieto le due società in house Cassa del Trentino Spa e Patrimonio del Trentino Spa hanno provveduto alla stipula di diversi contratti derivati tra il 2009 e il 2011. Al 31 dicembre 2019 il differenziale tra i flussi in entrata e in uscita segna un saldo negativo di 25,81 milioni di euro (-16,77 milioni per contratti di Patrimonio del Trentino e -9,11 milioni per contratti Cassa del Trentino). Un ammanco da 2,34 milioni solo nell'ultimo anno. 

 

“Nel 2014 sollevai la questione – ricorda il consigliere Filippo Degasperi – adesso, dopo le mie interrogazioni la Corte dei Conti ha ripreso in mano la vicenda per svolgere degli approfondimenti. Stiamo parlando di somme che vengono bruciate ogni anno solo perché qualcuno ha deciso di scommettere i soldi dei trentini, ma adesso chi di dovere sarà chiamato a risponderne. È dal 2009 – prosegue il consigliere di Onda Civica – che paghiamo e continueremo a farlo fino al 2029”. Secondo Degasperi dopo la sentenza della Cassazione sarà importante valutare se la nullità sia valida anche per i contratti stipulati in Trentino: “Vedremo cosa vorrà fare la Giunta, se continuare a pagare, oppure mettere la parola fine a questo sperpero di risorse pubbliche”.

 

Nel corso del tempo gli uffici provinciali hanno fornito due versioni diverse che però non hanno convinto la Corte dei Conti che, in riferimento alla giustificazione fornita da Cassa del Trentino Spa, circa una possibile operazione di provvista (mai avvenuta), ha parlato di “una scelta priva di qualsiasi fondamento logico”. Per quanto riguarda la seconda giustificazione addotta dal braccio operativo della Pat a proposito di un’operazione volta “a ridurre la volatilità del valore del portafoglio mutui attivi iscritti a bilancio” la Corte dei conti osserva che tale operazione avrebbe senso se si fosse trattato di un istituto bancario ma non per un ente come Cassa del Trentino Spa. Semplificando sarebbe stato come se la Provincia avesse voluto speculare sui comuni, cosa impossibile e senza senso, tanto che l’Agenzia delle entrate ha aperto un contenzioso con Patrimonio del Trentino per via della supposta natura speculativa dello strumento.

 

Stando a quanto riportato da Milena Gabanelli sul Corriere della Sera sono stati 797 gli enti locali (90mila le imprese e 149 gli enti territoriali ancora coinvolti) che hanno fatto ricorso a questo tipo di contratti, mentre il danno complessivo per le casse pubbliche potrebbe aggirarsi introno ai 36 miliardi di euro.

 

Ora però, dopo la pronuncia della Cassazione, le carte sono state rimescolate e le casse pubbliche potrebbero trarne grande beneficio. “Il riconoscimento della legittimazione dell’Amministrazione a concludere contratti derivati – hanno messo nero su bianco i giudici – sulla base della disciplina vigente sino al 2013 e della distinzione tra i derivati di copertura e i derivati speculativi, in base al criterio del diverso grado di rischiosità di ciascuno di essi, comportava che solamente nel primo caso l’ente locale potesse dirsi legittimato a procedere allo loro stipula”. Nondimeno, tale stipula poteva avvenire solo in presenza di una precisa misurabilità dell’oggetto contrattuale, comprensiva sia del criterio del mark to market, sia degli scenari probabilistici, sia dei cosiddetti costi occulti. Questo, ha precisato la Corte “allo scopo di ridurre al minimo e di rendere consapevole l’ente di ogni aspetto di aleatorietà del rapporto, costituente una rilevante disarmonia nell’ambito delle regole relative alla contabilità pubblica, introduttiva di variabili non compatibili con la certezza degli impegni di spesa riportati in bilancio”.

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