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Zaia lancia le “mascherine made in Veneto” che però non sono state testate sul coronavirus e non sono nemmeno dispositivi di protezione individuale

Vengono pubblicizzate come la risposta veneta al coronavirus ma questi “schermi protettivi” (come li chiama la ditta) proteggono davvero dal contagio? Nel frattempo, la Regione li sta distribuendo gratuitamente ma sulla questione è dovuto intervenire anche il dipartimento della Protezione Civile: “Non sono per personale ospedaliero”

Di Tiziano Grottolo - 19 marzo 2020 - 19:02

VERONA. È stato lo stesso presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, a pubblicizzarla come “la soluzione alla veneta per un problema cruciale in tutta Italia – aggiungendo – tra pochissimo, le finora introvabili mascherine per la protezione della gente comune dal coronavirus, potrebbero non essere più così inarrivabili”.

 

In un comunicato ufficiale diffuso dalle Regione Veneto si afferma che Grafica Veneta Spa (l’azienda che le produce): “Ha sperimentato la realizzazione di una mascherina, che ha tutte le caratteristiche per fornire un’ottima protezione per circa l’80% della popolazione, ad esclusione dell’uso prettamente sanitario e chirurgico – e ancora, riferendosi alla stessa azienda – ha deciso di riconvertire una delle sue linee di produzione alla realizzazione di un innovativo dispositivo di protezione individuale”. Tutto messo nero su bianco in una serie di comunicati e sostenuto a più riprese dallo stesso presidente Zaia che ha sbandierato la trovata come espressione del genio veneto, aggiungendo: “Grazie al decreto approvato c’è una norma che prevedere la produzione di articoli di protezione individuale, non sono prodotti medicali, però è pure vero che questo funziona più di un foulard, di una sciarpa o di una mascherina di base”, dice il presidente del Veneto.

 

Purtroppo, fra le dichiarazioni rilasciate e i comunicati stampa, siamo di fronte a un groviglio di imprecisioni ed errori che potrebbero persino essere pericolo per la popolazione. Fermo restando che il gesto di Fabio Franceschi, proprietario di Grafica Veneta Spa, che ha deciso di donare 2 milioni di questi articoli alla Regione che a sua volta gli distribuirà gratuitamente, merita un plauso. Bisogna comunque ricordare che si tratta di un’operazione commerciale, questi prodotti infatti saranno presto messi in vendita.

 

 

Il fatto però è che nella foga di attestarsi un grande risultato la Regione Veneto, e lo stesso presidente, hanno diffuso una serie di informazioni sbagliate. Tanto per cominciare quelle prodotte da Grafica Veneta Spa non possono nemmeno essere chiamate mascherine, pertanto non è dimostrato che funzionano meglio delle mascherine chirurgiche. È la stessa azienda a sottolineare in un comunicato che si tratta di “schermi filtranti” che, pur avendo superato tutti i test previsti e ottenuto le certificazioni necessarie, ancora non si possono definire mascherine chirurgiche. Il secondo errore, ben più grave del precedente, lo commettono Zaia e la Regione quando parlano di “un’ottima protezione per circa l’80% della popolazione” e di “innovativo dispositivo di protezione individuale”: se la prima affermazione è vaga la seconda è del tutto sbagliata e potenzialmente nociva. Questi “schermi filtranti” non sono in alcun modo assimilabili a dei Dpi, tanto che sullo stesso prodotto è riportata la dicitura “non è un dispositivo di protezione individuale”.

 

A questo punto vale la pena spiegare la differenza che esiste fra le varie mascherine, innanzitutto ci sono quelle così dette chirurgiche (sono quelle più diffuse e meno costose) ma, come espone il segretario della Cisl Medici Nicola Paoli servono per chi è già malato “sono utili per trattenere le proprie secrezioni – provenienti da colpi di tosse o starnuti – alle quali può legarsi il virus, ma non proteggono adeguatamente dai rischi di contagio provenienti dall’esterno”. In buona sostanza servono per evitare di contagiare altre persone ma non mettono al sicuro dal coronavirus: “L’ordine di grandezza del virus è compreso tra gli 80 e i 160 nanomicron, particelle infinitamente piccole che superano facilmente i micropori dei materiali di cui sono fatte le mascherine chirurgiche”. Inoltre dopo appena due ore di utilizzo queste mascherine tendono ad umidificarsi e andrebbero cambiate. Poi ci sono le Ffp1, o antipolvere, anche queste però, come quelle chirurgiche, non proteggono efficacemente dal coronavirus. Poi ci sono le Ffp2 e Ffp3, le uniche in grado di offrire una protezione dal contagio in quanto dotate di speciali filtri “queste servono ai sanitari che si trovano ad operare in luoghi dove la concentrazione del virus è talmente elevata che è necessario filtrare l’aria che respiriamo”, precisa Paoli. Ecco quindi che laddove la regione Veneto parla degli “schermi filtranti” come di Dpi sbaglia di grosso.

 

Ma quindi gli “schermi filtranti” prodotti da Grafica Veneta Spa cosa sono esattamente? Raggiunti al telefono l’ufficio stampa ci tiene a sottolineare di aver sempre parlato di “schermi filtranti” appunto e mai di mascherine, piuttosto si tratterebbe di “dispositivi che proteggono nello scambio di saliva, coprono naso e bocca quindi si offrono uno schermo protettivo a chi le indossa”. Per Grafica Veneta Spa si tratta di “una prima risposta all’esigenza della cittadinanza che chiede di essere meno in ansia quando va in giro perché a casa non ha la mascherina”. Quindi – domandiamo – l’effetto è più psicologico? “Sì perché poi comunque sei più schermato”. Alla domanda se il prodotto è stato testato specificatamente sul coronavirus, Grafica Veneta Spa risponde negativamente “siamo solo una stamperia, abbiamo risposto a un’esigenza, per essere più sicuri psicologicamente”.

 

 

Sulla questione è dovuto intervenire anche il dipartimento della Protezione Civile che ha fatto sapere: “Come già comunicato nei giorni scorsi alle Regioni, le mascherine due veli in tessuto non tessuto (lo stesso utilizzato per il confezionamento degli schermi filtranti di Grafica Veneta Spa) non sono dispositivi di protezione individuale, ma possono essere impiegate per le esigenze di enti ed amministrazioni nell’ambito locale, ad esclusione del personale ospedaliero”.

 

Nonostante tutte queste considerazioni siano ben note ai vertici della regione veneto l’Assessore alla Protezione Civile, Giampaolo Bottacin, e l’Assessore alla Sanità e Sociale, Manuela Lanzarin, hanno comunque inviato diverse lettere ai comuni veneti e a centri servizi per anziani, residenze sanitarie assistite e case alloggio per disabili, contenenti le indicazioni pratiche per la distribuzione di questi dispositivi, invitando i sindaci a favorirne “la distribuzione il più capillare possibile”. Certo però sarebbe bene specificare le caratteristiche di questi “schermi filtranti”. Zaia si è spinto addirittura oltre parlando di “un dono è di vitale importanza, se necessario – ha ribadito – prenderemo tutte quelle che serviranno, pagandole, com’è giusto che sia”.

 

Forse però lo stesso Zaia dovrebbe prima imparare come usarle infatti, durante la conferenza stampa di presentazione della “soluzione alla veneta”, il titolare di Grafica Veneta Spa, Franceschi, indossava una mascherina filtrante (sicuramente più efficace contro la protezione del virus), ad un certo punto alzandosi per presentare la sua invenzione e indossarla, abbandona la mascherina filtrante sul tavolo. Nel mentre Zaia, che ha invitato Franceschi a sedersi al suo posto, arriva e tocca con le mani la mascherina filtrante indossata da Franceschi, dando prova di non aver ben compreso le prassi per evitare il contagio. Ecco questa e la scena che meglio fotografa “soluzione alla veneta” al problema del coronavirus: tanta propaganda e poca sostanza.

 

 

 

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