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Case Itea, “La Provincia discrimina gli stranieri”: la multa supera i 10mila euro. Il tribunale ordina (di nuovo) di rimuovere il criterio dei 10 anni di residenza

Rigettato l’appello della Provincia ora resta solo la Cassazione ma la battaglia della Giunta costa ai contribuenti 50euro al giorno: la multa ha già superato i 10mila euro. Gli avvocati: “Ora non ci sono più scuse il regolamento va modificato e il criterio dei 10 anni rimosso”

Di Tiziano Grottolo - 24 June 2021 - 12:56

TRENTO. Ogni giorno che passa il “conto” aumenta di 50 euro, mentre la multa complessiva ha già largamente superato i 10mila euro. A tanto ammonta il prezzo che la Giunta leghista sta pagando (con i soldi dei contribuenti) per portare avanti la propria battaglia per ostacolare l’accesso degli stranieri alle case Itea.

 

Ora però, è arrivata l’ennesima sconfitta in tribunale, la Corte d’Appello di Trento infatti ha rigettato l’appello presentato dalla Provincia contro la sentenza del Tribunale di Trento che aveva accolto il ricorso promosso dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione e da un cittadino etiope, assistiti dagli avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso, per contestare il requisito di 10 anni di residenza in Italia richiesto dalla legge provinciale 5 del 2019 per accedere sia agli alloggi pubblici sia a un contributo economico per il pagamento dei canoni. Anche la Corte d’Appello ha ribadito il carattere discriminatorio del requisito dei 10 anni di residenza sul territorio nazionale, perché in contrasto con la direttiva dell’Unione che garantisce parità di trattamento ai titolari di permesso di lungo periodo: parità che risulta invece violata da un requisito che va soprattutto a danno degli stranieri, che solo in una quota minoritaria possono far valere 10 anni di residenza in Italia.

 

La Corte d’Appello ha specificato che tale requisito non si può applicare né ai cittadini extracomunitari lungo soggiornanti, né a quelli dell’Unione Europea, né a quelli italiani. Inoltre, è stata smontata la tesi secondo la quale il requisito sarebbe legittimo perché previsto anche dalla disciplina italiana sul reddito di cittadinanza. Come scrivono i Giudici: L’esistenza di altro provvedimento legislativo che contiene lo stesso criterio di accesso a un trattamento assistenziale non costituisce sotto alcun profilo una giustificazione se il criterio realizza una discriminazione vietata”.

 

Non solo, perché il giudice di appello ha ritenuto superfluo anche il rinvio alla Corte Costituzionale perché l’obbligo di garantire parità di trattamento discende direttamente dalle norme dell’Unione e prevale sulla legge provinciale. Confermata pure la decisione di primo grado nella parte in cui la Pat è stata condannata a pagare 50 euro al giorno per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della ordinanza, che decorre dal 29 novembre 2020: ciò significa che l’attuale situazione di inadempienza della Provincia sta quindi comportando un danno anche per il bilancio del Comune.

 

Insomma, una sconfitta su tutta la linea con il risultato che alla Provincia è stato ordinato di “disapplicare” la legge provinciale e di modificare il regolamento attuativo eliminando il requisito dei 10 anni di residenza in Italia. Come sottolineano gli avvocati, la Pat nel frattempo ha riaperto le graduatorie per gli anni 2019 e 2020, ma non ha modificato il “Regolamento in materia di edilizia abitativa pubblica” eliminando il requisito dei dieci anni, come imposto sia dal Tribunale, sia dalla Corte d’Appello di Trento.

 

“A questo punto la Provincia non ha davvero più motivi di rinviare l’esecuzione della ordinanza – hanno dichiarato Guariso e Guarini – e deve al più presto provvedere alla modifica del Regolamento. Speriamo anche che la Pat riconsideri, alla luce di questa decisione, altre norme che ha introdotto negli ultimi anni in materia di welfare – per esempio quelle in tema di assegno unico e di assegno nascite, ricordano gli avvocati – che hanno determinato effetti gravissimi di esclusione in danno degli stranieri e che sono in contrasto con le politiche di inclusione che l’Unione Europea ci sollecita e che andrebbero a vantaggio di tutta la comunità”. L’ultima carta che la Giunta potrebbe decidere di giocarsi è quella del ricorso in Cassazione ma, al netto della multa (e delle spese legali), diventa sempre più difficile giustificare il reiterarsi di quella che gli stessi giudici hanno definito una pura semplice discriminazione.

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