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Il Pd si rivolge al Tar contro l'atteggiamento ''poco trasparente'' e ''ostruzionistico'' della Giunta Fugatti: ''Quello di Sara Pedri è solo l'ultimo di tanti altri casi''

Dall’inizio della legislatura su 39 richieste complessive presentate alla giunta provinciale solo 7 hanno visto rispettare i termini generali previsti per ogni accesso agli atti. Zeni: ''Abbiamo presentato finora in questa legislatura anche 298 interrogazioni a risposta scritta, di queste 185 sono senza risposta o sono scaduti i termini, quindi più della metà delle interrogazioni rimangono inevase. Atteggiamento insostenibile. Così si minano i rapporti democratici e istituzionali''

Di Francesca Cristoforetti - 20 ottobre 2021 - 20:27

TRENTO. Situazione “ormai insostenibile” per il Partito democratico del Trentino che ricorre al Tar contro l’Apss, la Provincia, il Consiglio e il presidente della Provincia per la mancata trasparenza nell’accesso ad atti e documenti riguardo alla vicenda del caso Sara Pedri. Il ricorso nello specifico ruota attorno al diniego rispetto alla richiesta dei consiglieri Dem di avere copia (o di poter prendere visione) della documentazione relativa all’indagine interna rispetto alla situazione del reparto di ginecologia dell’ospedale di Trento. Ma non è stato l’unico episodio di mancata trasparenza, lamenta il Pd.

 

“Questo atteggiamento ostruzionistico dell’amministrazione provinciale è diventato ormai ordinario: così non si può andare avanti perché rischieremmo di avvallarlo anche in futuro – sostiene il consigliere del Pd Luca Zeni – è stata una scelta sofferta quella di intraprendere questa iniziativa. Ovviamente non dovrebbe esservi la necessità di ricorrere all’organo giurisdizionale per regolare correttamente i rapporti tra consiglio e giunta, nella normalità dovrebbe esserci la dialettica politica. Ma così non è da molto tempo”.

 

L’auspicio è che questo valga come sollecitazione per la giunta provinciale ad adottare maggiore trasparenza nel proprio operato, nel rispetto della legge e delle istituzioni, al fine di evitare che il ricorso alla giustizia amministrativa debba diventare una prassi: “Uno strumento con cui la giunta prenda atto della situazione e cambi atteggiamento, è una questione di rispetto della legge – prosegue Zeni –. Deve esserci un’inversione di rotta”. È una questione quindi che riguarda il sistema istituzionale.

 

In particolare nel nostro ordinamento è disciplinato il diritto di informazione dei consiglieri provinciali, una sorta di diritto di accesso generale e potenziato rispetto a quello ordinario, che, secondo il regolamento del consiglio, impone alla pubblica amministrazione di dare accesso e fornire la documentazione richiesta “tempestivamente” (in un tempo inferiore ai 30 giorni ordinari), utile all’esercizio del loro mandato. Il consigliere può comunque prendere visione degli atti, anche nei casi previsti dalla legge in cui vi sia l’esistenza di segreto d’ufficio o obbligo di riservatezza, con il dovere di rispettare questi obblighi: “Ci sono due atteggiamenti, che se non supportati da specifiche motivazioni previste dalla legge, rappresentano un evidente atteggiamento dilatorio ed ostruzionistico nei confronti dell’attività dei consiglieri provinciali – spiega il consigliere –: il primo è che la riservatezza può essere fatta solo nei casi previsti dalla legge, non si può usare di default. L’altro è fissare di norma un appuntamento per la presa visione degli atti, anziché fornirne copia”.

 

Dall’inizio della legislatura su 39 richieste complessive presentate alla giunta provinciale solo 7 hanno visto rispettare i termini generali previsti per ogni accesso agli atti: 5 hanno ricevuto risposta entro 10 giorni, 2 hanno ricevuto risposta tra 10 e 30 giorni, 5 hanno ricevuto risposta tra 30 e 60 giorni, 7 hanno ricevuto risposto tra 90 e 194 giorni, 16 non hanno ricevuto alcuna risposta, 2 hanno ricevuto un diniego. I numeri parlano chiaro: 12 le risposte ottenute oltre le tempistiche previste dalla legge, mentre per 16 volte la Provincia non ha nemmeno risposto al consigliere richiedente.

 

“Abbiamo presentato finora in questa legislatura anche 298 interrogazioni a risposta scritta, di queste 185 sono senza risposta o sono scaduti i termini, quindi più della metà delle interrogazioni rimangono inevase”, prosegue Zeni. Un altro esempio offerto da Zeni è stato quello della documentazione sull’ospedale di Cavalese: “Quando abbiamo evidenziato nel corso del tempo questo problema la Giunta non si è scomposta: l’estate scorsa abbiamo chiesto documentazione sull’ospedale di Cavalese per la nuova proposta in project financing ma la richiesta non ha avuto risposta. Ho sollevato allora la questione in aula. Il Presidente Fugatti ha affermato che c’era una procedura aperta e che quindi non era opportuno dare accesso alla documentazione. Invece tutt’altro: quella documentazione era inequivocabile e noi avevamo diritto a farla, anche in base a ciò che il Consiglio di Stato afferma si debba fare prima di indire gare per appalti pubblici”.

 

Anche i pareri geologici per la ricostruzione delle strade sono tutelati dalla riservatezza, perché considerati “molto tecnici”, come aveva già rivelato il difficile accesso alla relazione riguardo la vecchia strada dei Crozi (QUI ARTICOLO).

Il consigliere Dem Giorgio Tonini tira in causa anche il presidente del consiglio provinciale Walter Kaswalder: “Siamo in un sistema fortemente centrato sull’esecutivo, ma in democrazia ci vuole anche un contrappeso, senza il quale il sistema inizia a sbilanciarsi. È responsabilità della Giunta ma anche una responsabilità del presidente del consiglio, che deve fare il suo mestiere e fare da garante super partes di tutti i componenti dell’assemblea legislativa. Facendo così invece fornisce continuamente appigli per critiche".

 

La capogruppo Sara Ferrari aggiunge che la mancanza di rispetto istituzionale si è vista anche durante la seduta di ieri (19 ottobre) della I Commissione: “Anche i presidenti delle Commissioni devono essere super partes e la richiesta che le minoranze ieri hanno rivolto al presidente Kaswalder è stata proprio quella di tutelarci da un atteggiamento inopportuno della presidente Masè che dirigeva i lavori su un testo di legge proposto da lei, ma su cui, allo stesso tempo, decideva dell’ammissibilità o meno agli emendamenti. Insomma abbiamo voluto essere mallevati da un forte imbarazzo istituzionale. Non è così che ci si relaziona tra maggioranza e minoranza, non è così che le regole democratiche garantiscono agibilità politica a tutti”.

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