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Tripla preferenza, strappo in Commissione: le minoranze abbandonano l'Aula e lasciano la maggioranza a votarsi il ddl: ''Atteggiamento arrogante e atto di forza''

La discussione si è accesa sulla dichiarazione di inammissibilità di alcuni emendamenti di Alex Marini e sulla non volontà di Masè di compiere un passo indietro rispetto alla presidenza per affrontare il ddl che porta la sua firma: il pentastellato, Rossi, Zanella e Ferrari abbandonano la seduta. E le minoranze scrivono a Kaswalder: "Profondo disappunto, atto indecente di prepotenza e scorrettezza istituzionale"

Di Luca Andreazza - 19 ottobre 2021 - 19:57

TRENTO. "Un precedente di grave scorrettezza istituzionale, un atteggiamento arrogante e un atto di forza". Così le minoranze che hanno abbandonato la prima Commissione provinciale, presieduta da Vanessa Masè (La Civica), che ha affrontato anche il tema della legge elettorale, un argomento particolarmente atteso e teso con il passaggio dalle due alle tre preferenze, di cui almeno una di genere diverso. 

 

Non solo, i consiglieri hanno inviato una lettera di segnalazione e protesta al presidente del Consiglio provinciale, Walter Kaswalder (sotto in forma integrale).

 

In apertura di seduta di martedì 19 ottobre, Paola Demagri (Patt) ha comunicato la decisione del gruppo delle Stelle alpine di togliere la firma dal ddl presentato in forma unificata con Masè. La rappresentante de La Civica è rimasta la sola consigliera come proponente della legge, quindi le minoranze hanno richiesto che la stessa cedesse la conduzione della seduta al vice presidente, per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio di mancanza di garanzia istituzionale.

 

"A questa scorrettezza - spiegano le minoranze - la presidente ne ha aggiunta una più grave, giudicando inammissibili e senza motivazione, nel suo ruolo di presidente, alcuni emendamenti alla sua stessa proposta di legge, presentati dal consigliere Alex Marini, perché ritenuti da lei non pertinenti, quando la norma in realtà si intitola 'Modificazione della legge elettorale 2003' e quindi contempla la possibilità di intervenire su tutto il testo elettorale".

 

La discussione si è accesa sulla dichiarazione di inammissibilità di alcuni emendamenti di Alex Marini (Movimento 5 stelle) e sulla non volontà di Masè di compiere un passo indietro rispetto alla presidenza per affrontare il ddl che porta la sua firma. A quel punto la frattura con le minoranze che hanno abbandonato l'Aula.

 

A lasciare la seduta sono stati Marini (vice presidente della commissione), Ugo Rossi (Azione), Sara Ferrari (Partito democratico) e Paolo Zanella (Futura); mentre la maggioranza composta da Masè, da Claudio Cia (Fratelli d'Italia), dai leghisti Mara Dalzocchio, Alessandro Savoi e Ivano Job, sono rimasti ai loro posti per votare il disegno di legge che è quindi passato con 5 voti favorevoli.

 

Già un argomento ampiamente dibattuto per l'introduzione della terza preferenza (Qui articolo), Masè ha dichiarato in apertura di discussione la non ammissibilità di alcuni emendamenti all’articolo 1, definiti non prettamente inerenti al testo in discussione.

 

A intervenire Paolo Zanella (Futura) che ha rilevato l’inopportunità della conduzione dei lavori da parte della stessa firmataria del disegno di legge, cioè l'esponente de La Civica. Quanto agli emendamenti, ha espresso particolare accordo sul numero 6 di Marini, che riduce il numero dei candidati in ogni lista da 26 a 20 unità.

 

L’inopportunità della conduzione della Commissione da parte di Masè, prima proponente del ddl in discussione, è stata stigmatizzata anche da Sara Ferrari (presente in sostituzione di Giorgio Tonini): "A maggior ragione dopo la presa di posizione del Patt che ha tolto la 'firma politica' dal disegno di legge: si tratta di un corto circuito istituzionale che diventa ancora più grave, dal momento che il voto del presidente vale doppio: così è calpestato il senso di opportunità dell’agire trasparente e lontano da dubbi di abuso rispetto al proprio ruolo".

 

Invece Marini sull’ammissibilità degli emendamenti estranei all’argomento, ha notato che "se è il presidente della Commissione a decidere, qui vige il principio della democrazia della clava: non è mai avvenuta una cosa del genere, che non si dichiarassero ammissibili degli emendamenti per rimettere ordine a delle lacune tuttora presenti nella legge elettorale, che era l’originale materia del documento del Patt, molto più ampio e completo nei contenuti di modifica alla legge elettorale, rispetto a quello in discussione che si limita a correggere la norma delle preferenze. La proposta legislativa è inopportuna e anacronistica, contraria al progresso civile, anche perché modifica una legge a distanza di pochi anni, senza averne verificato la sua efficacia nel tempo".

 

Il consigliere Ugo Rossi (Azione) si è detto “imbarazzato, sconcertato, basito, scandalizzato”, al punto tale che, ha anticipato, “se la presidente non ci ripensa mi alzo e abbandono il tavolo: questa proposta di legge riguarda infatti la modifica della legge elettorale e qualsiasi sia la natura delle proposte emendative, se riguardano la legge elettorale, dovrebbero essere ammesse".

 

E' arrivata poi la difesa d'ufficio di Job ("Massima fiducia nella presidente della Commissione, natura palesemente ostruzionistica degli interventi"), Dalzocchio ("Evidente e pur legittima strumentalizzazione da parte delle minoranze. La presidente dsi sarà confrontata con il legislativo prima di dichiarare la non ammissibilità degli emendamenti") e Savoi (Si tratta di uno scontro ideologico a prescindere. Si votino gli emendamenti e gli articoli, ammissibili o meno, e li respingeremo").

 

La goccia a far traboccare il vaso è stato, però, l'intervento di Masè: "Se le minoranze ritengono che ci sia un vulnus istituzionale sull’ammissibilità degli emendamenti o sulla possibilità del presidente di Commissione di presentare un disegno di legge, di fare una proposta di modifica del regolamento interno, mi prendo la responsabilità di questa decisione che non ho preso da sola". Così le minoranze si sono alzate e hanno lasciato l'Aula. E' rimasta solo la maggioranza a votare il via libera alla terza preferenza. 

 

LA LETTERA DELLE MINORANZE A KASWALDER

Egregio sig. Presidente,

con la presente siamo a segnalarLe il nostro profondo disappunto per quanto accaduto oggi pomeriggio in prima commissione, che consideriamo atto indecente di prepotenza istituzionale e siamo a chiederle di assicurare, nel suo ruolo di garante di tutte le consigliere e di tutti i consiglieri, che le sedute delle commissioni si svolgano, come quelle consiliari, nel massimo rispetto istituzionale.

 

In particolare chiediamo che i/le presidenti delle commissioni adottino, come si conviene, un comportamento super partes nella conduzione dei lavori.

 

Oggi nella seduta della prima commissione legislativa del Consiglio provinciale, chiamata a votare la proposta di legge che cancella la doppia preferenza di genere dalla legge elettorale trentina, le minoranze hanno abbandonato la seduta, in protesta con la conduzione della presidente Masè. A seguito infatti della presa di distanza della consigliera Demagri dal testo unificato, rimanendo la sola consigliera Masè come proponente della legge, le minoranze hanno richiesto che la stessa cedesse la conduzione della seduta al vicepresidente, per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio di mancanza di garanzia istituzionale.

 

A questa scorrettezza la presidente ne ha aggiunta una più grave, giudicando inammissibili, nel suo ruolo di presidente, alcuni emendamenti alla sua stessa proposta di legge, presentati dal consigliere Marini, perché ritenuti da lei non pertinenti, quando la norma in realtà si intitola “Modificazione della legge elettorale 2003” e quindi contempla la possibilità di intervenire su tutto il testo elettorale.

 

Le minoranze, nelle persone dei sottoscritti, hanno ribadito la richiesta alla presidente di ripristinare una garanzia istituzionale, cedendo il governo della seduta al vice presidente e di rivalutare l’ammissibilità degli emendamenti. Masè ha respinto senza motivazione questa richiesta, dichiarando di assumersi pienamente la responsabilità di quanto deciso e di voler proseguire i lavori con la propria direzione.

 

Come consiglieri e consigliera di minoranza abbiamo allora ritenuto di non avallare con la nostra presenza questo atto di forza, che costituisce un precedente di grave scorrettezza istituzionale e abbiamo quindi abbandonato la seduta.

 

Certi che Ella vorrà finalmente tutelare, come richiesto dal suo ruolo, l’onorabilità, l’agibilità democratica e i diritti di tutte le consigliere e i consiglieri, in particolare quelli delle minoranze, attendiamo una sua netta presa di posizione, tale da ripristinare la correttezza dei comportamenti istituzionali.

 

Distinti saluti.

Sara Ferrari

Alex Marini

Ugo Rossi

Paolo Zanella

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