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Politiche 2022, l'Svp anche su Bolzano va in solitaria ma è l'unione che fa la forza. Kessler: ''Correre da soli significa far perdere l'alleanza di cui si potrebbe fare parte''

Se sul nazionale c'è chi fatica a riunirsi attorno al simbolo del Pd pur essendo tutti leader o leaderini che dal Pd vengono, sul locale c'è il caso Patt che ha deciso di condannarsi all'inutilità di un accordo solo con l'Svp. Ma la stella alpina ha già blindati i due collegi a Merano e Bressanone e ha deciso di ''sacrificare'' quello di Bolzano per evitare di rompere immediatamente con la Lega, con la quale governa, ma anche di non ''allearsi'' con lei segnale forte in chiave provinciali del 2023 

Di Luca Pianesi - 01 agosto 2022 - 18:42

TRENTO. Letta, Calenda, Renzi, Bersani, Speranza. Molto difficile mettersi insieme? Troppe le antipatie personali? Eppure un denominatore comune per tutti c'è e si chiama Partito democratico. Quelli che oggi fanno tanta fatica a riunirsi sotto il simbolo del Pd fino a qualche anno fa erano tutti nello stesso partito, il Pd, e hanno quindi condiviso valori e ideali, stimoli e prospettive. Poi le cose sono cambiate, per tutti, le speranze di bipolarismo sono finite e oggi ci ritroviamo con una masnada di partitini e partitacci, movimenti e movimentacci che faranno di tutto pur di piazzare qualche parlamentare ma che ci riusciranno solo ''unendosi'', facendo massa critica.

 

Più chiara la situazione a destra con Fratelli d'Italia forza egemone e Lega-Forza Italia a rincorrere, ma con un'alleanza mai in discussione nonostante per cinque anni c'è chi ha governato e chi ha fatto l'opposizione.

 

E su scala locale? In Trentino la situazione è simile: la destra cerca di confermare i consensi ribaltando gli assetti di potere con la Lega che andrà a ridimensionarsi, ora che Salvini non ha più il vento in poppa, e il partito di Meloni che si prepara a recuperare grandi percentuali. Il centrosinistra ha uno zoccolo duro di partiti e movimenti ma è diviso dal Patt che, come noto, ha deciso di andare da solo per portare acqua alla causa dell'Svp. Una Svp che del Patt se ne fa ben poco sicura di portare a casa i collegi di Merano e Bressanone (dove vincerà ovviamente senza i voti del Patt) e pronta a non allearsi con nessuno nel collegio di Bolzano (la decisione in queste ore del parlamentino della stella alpina è stata, infatti, questa: nessun accordo né a destra, nonostante governi in provincia con la Lega, il ché rappresenta un chiaro segnale in vista del 2023, né con il centrosinistra, per non rompere in maggioranza).

 

Per l'Svp, come detto, nessun problema. I voti li ha per conto suo in Alto Adige. Per gli altri? Cosa significa andare da soli? Lo ha spiegato perfettamente Giovanni Kessler, ex deputato, magistrato, direttore dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) e capo dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli. Ecco il suo contributo.

 

Andiamo a votare con una legge elettorale che chiede ai partiti di presentarsi agli elettori con le possibili alleanze di governo. È il meccanismo dei collegi uninominali, con cui vengono eletti 147 dei 400 deputati e 74 dei 200 senatori: un solo candidato, il cui nome è scritto sulla scheda, vince quello che prende un voto più degli altri. Per poter competere, occorre quindi metter insieme i voti di più partiti dietro a un candidato e creare delle coalizioni. È un sistema che dà importanza ai candidati più che ai partiti e crea un forte collegamento tra i primi e il territorio dove sono eletti. Soprattutto, il collegio uninominale costringe i partiti ad essere trasparenti e responsabili di fronte agli elettori, indicando le alleanze di governo prima del voto.

 

I partiti poi potranno misurare la forza di ciascuno di essi nei restanti collegi, dove vige il sistema proporzionale: i seggi vengono distribuiti in proporzione ai voti di ciascun partito. Correre da soli, rifiutare alleanze nei collegi uninominali significa decidere in partenza di non eleggere il proprio candidato e di far perdere la coalizione di cui si potrebbe far parte; peggio ancora, significa tenersi le mani libere, rifiutare un impegno con gli elettori sul futuro governo. Vorrebbe dire che ripicche personali, l’ansia di volersi misurare in solitaria e di affermare la propria, piccola e ininfluente identità, avranno avuto la meglio sull’esigenza di creare un’alleanza di governo per il Paese. Significherebbe trasformare le elezioni in un grande sondaggio, dove i partiti, in maniera egoista, misurano quanto (poco) conta ciascuno di essi.

 

È la situazione che si profila in queste ore nel centrosinistra e che porterebbe alla sua sicura sconfitta nella competizione per il governo del Paese. Eppure non sarebbe difficile. Si mettano assieme tutti coloro che hanno sostenuto e lavorato lealmente nel governo Draghi fino alla fine. Uniti prima di tutto dal “metodo Draghi”: dire la verità al Paese e continuare a lavorare assieme su quelle poche cose necessarie a salvare il Paese; niente inutile propaganda e promesse irrealizzabili; competenza e capacità delle persone piuttosto che fedeltà di partito. Non ci vorrebbe molto, se si guardasse all’interesse del Paese e alla volontà degli elettori, ben poco interessati al destino di partiti, partitini, leader e leaderini.

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