Terzo mandato, volano gli stracci tra Fratelli d'Italia e gli ex. Dalla quasi candidatura a presidente per il centrosinistra alla battaglia elettorale interna: era tutto imprevedibile?
Scontro e accuse tra Fratelli d'Italia e gli ormai ex del partito di Giorgia Meloni. La votazione sul terzo mandato è solo una certificazione della crisi nei rapporti con la Lega, un po' ovunque, sul territorio. Tensioni che però partono da lontano

TRENTO. Mistificante e ipocrita. Così bolla Alessandro Urzì l'ex Fratello Carlo Daldoss. Continuano a volare gli stracci in casa FdI e non potrebbe essere altrimenti dopo l'incredibile crollo del partito di Giorgia Meloni in Trentino. La votazione sul terzo mandato è solo una certificazione della crisi nei rapporti con la Lega, un po' ovunque, sul territorio. Una fortissima crescita da gestire da una parte, un calo dei consensi dall'altra e la necessità di posizionarsi rispetto all'elettorato.
La conseguenza della fuoriuscita di Daldoss e Girardi è inevitabile perché Fratelli d'Italia si è sgretolato in Consiglio provinciale e la linea è diventata Maginot sul terzo mandato. Da una parte si parla di volontà di "prendere in mano una situazione che non è mai decollata e che soprattutto ha disatteso tutte le condizioni che avevamo posto prima di aderire al partito di Fratelli d’Italia: autonomia decisionale, territorialità, pensare al Trentino prima di tutto", dall'altra si replica (in sintesi) che "Non hanno fatto nulla. Non erano presenti. Mistificano la situazione".
Si puntualizza anche che "contro il terzo mandato si era peraltro espresso con chiarezza e assoluta territorialità il coordinamento provinciale del partito: a Trento, non altrove. E si era ben guardato dal condividere in quella sede la sua decisione di votare contro la volontà dei dirigenti trentini". Anzi, "il partito a cui ha aderito aveva chiara la posizione sul terzo mandato anche prima che si candidasse. Poteva semplicemente non candidarsi se questo era il suo pensiero". Le repliche sono quasi tutte indirizzate a Daldoss perché Girardi "parla come sempre per procura". Poi l'invito a una "sobrietà comunicativa che potrebbe essere l’unica compensazione a fronte di un arrivismo sfrenato a ogni prezzo".
Se la battaglia sulla vice presidenza e il rispetto dell'accordo è stato legittimo, la "resa dei conti" è però apparsa inevitabile perché ci sono molti "prima" della giornata del 9 aprile che sono rimasti sotto traccia, un po' sottovalutati, da tutti e probabilmente non da Fugatti e dalla Lega, che si sono armati di pazienza, hanno incassato e adesso incassano dividendi. La maggioranza resta solida, FdI è stato (per ora e almeno in Aula) depotenziato e per il posto che fu di Spinelli sembra solo questione di tempo.
Si può partire dalla scorsa legislatura quando Claudio Cia "sacrifica" la sua Agire per formare il gruppo consiliare di Fratelli d'Italia. Le elezioni del 2018, per il partito, erano andate piuttosto male (0 consiglieri eletti) e all'improvviso compare in scena il marchio meloniano in piazza Dante. Da ricordare che in breve tempo entrano nella formazione Alessia Ambrosi, Katia Rossato e Bruna Dalpalù, tre volte Lega. Qualcuno si sarà pure annotato la cosa. A fronte dell'incapacità del centrosinistra di condurre un'opposizione, la spina nel fianco di tante partite dell'esecutivo Fugatti I si chiama proprio FdI nell'ultimo scampolo di governo.
Qualcuno si stupisce, ma FdI propone Francesca Gerosa come candidata presidente della Provincia in sostituzione di Fugatti, che pure l'aveva nominata alla guida di Itea. Alle elezioni del 2023 c'è il risultato: Fratelli d'Italia va bene ma non sfonda (5 consiglieri, come la Lega - 4 invece per la lista Fugatti, 3 per il Patt più l'assessore esterno, 2 La Civica e 1 Fassa).
C'è una lotta di posizionamenti fino all'accordo, alla sconfessione del patto, all'entrata in Dipartimento e conseguente uscita di scena di Cia da FdI. Una mediazione sulla vice presidenza e maxi-assessorato. Il resto nei rapporti è storia ancora più recente, con le tante difficoltà a dialogare tra Lega e Fratelli d'Italia, anche nelle comunali. Qualcuno che inviava "santini" della vice presidente rideva all'epoca e probabilmente è tornato a ridere.
A proposito invece di centrosinistra. Se si riavvolge il nastro anche in quel caso al 2018 l'aria è tesa e Ugo Rossi viene messo in discussione. Nasce Futura e l'ipotesi Paolo Ghezzi candidato presidente. Le trattative sono dure e logoranti, poi il giornalista compie un passo indietro a favore di progetto. Tutto fatto per la coalizione? Macchè.E' qui che si inserisce il colpo di teatro. Nell'ombra fino a quel momento c'è Carlo Daldoss con Francesco Valduga e Roberto Oss Emer in ballo con i "fantomatici" civici (poi concretizzati - cinque anni dopo, però - in Campobase).
L'Upt propone la carta Daldoss, che era stato nominato assessore "tecnico" da Rossi, candidato presidente in contrapposizione proprio al governatore uscente. C'è quasi dello sconcerto, si vocifera di "tradimento". Questa volta la situazione di stallo è fatale: il Patt sbatte la porta e lascia il tavolo. L'oggi ex FdI non corre alle elezioni. Il centrosinistra e il Partito Democratico puntano su Giorgio Tonini. Si sa come è andata.
Fine? Non proprio perché passati 5 anni Daldoss si rimette in gioco e compie un altro salto. Da papabile leader di centrosinistra l'elettore ritrova l'ex assessore di Rossi in quota Fratelli d'Italia. In questi giorni l'ennesimo colpo di scena. Non segue le indicazioni, affossa il partito di Giorgia Meloni in Trentino e saluta per andare (per ora) nel gruppo misto. Queste un po' di storie politiche.












