Caso Marchetto, come Fratelli d'Italia riesce sempre a inciampare quando c'è da prendere atto dei fatti della storia
Riabilitazione di Clara Marchetto? Non si trattava di un'operazione ideologica, né di riscrivere la storia. Non si trattava di celebrare una parte contro l'altra, ma di riconoscere un fatto. E allora perché è emersa questa prudenza selettiva di Fratelli d'Italia? Su un tema dove linea di confine è chiara e costituzionale rimanere sul bordo, seppur dal lato giusto, non è neutralità: è una scelta. E le scelte, nella politica e nella democrazia, contano più dei giri di parole

TRENTO. Ci sono voti che contano per i "numeri" e altri per il loro significato simbolico. La riabilitazione di Clara Marchetto chiaramente non aveva bisogno di due voti contrari, tra l'altro solo su due punti della mozione, di Fratelli d'Italia per passare. Tant'è che l'atto è stato approvato con larga maggioranza. Ma proprio per questo la scelta di votare "contro", quando invece andava riconosciuta solamente l'ingiustizia subita da una donna condannata dal tribunale speciale fascista e liberata dagli alleati assume un valore, in chiave politica, che va oltre il dispositivo tecnico (QUI ARTICOLO).
Non si trattava di un'operazione ideologica, né di riscrivere la storia. Non si trattava di celebrare una parte contro l'altra, ma di riconoscere un fatto. Una donna antifascista, eletta in consiglio regionale nel 1948, non poté sedere in aula perché gravata da una condanna del regime. Punto. Tutto il resto è dibattito storiografico, ma l'ingiustizia istituzionale rimane.
E allora la domanda è un'altra. Perché Fdi finisce spesso per trovarsi nel punto esatto in cui la memoria democratica si incrina? Perché di fronte ad un atto che avrebbe solo dovuto essere votato in modo unanime è emersa questa prudenza selettiva? Perché questa presa (parziale) di distanza e un distinguo che, come direbbero i latini, "desinit in piscem", suonando come un'ammissione implicita?
Francesca Gerosa ha parlato di una "figura complessa e controversa" e di "necessità di prudenza". Ma complessa rispetto a cosa? All'opposizione di Marchetto al fascismo? Ad una condanna subita dal tribunale speciale? Alle sue "conseguenze" politiche negli anni? O più semplicemente al fatto che riconoscere che una persona fu colpita dal regime significhi tracciare una linea netta tra i concetti di democrazia e dittatura?
A ben vedere, il nodo politico sta proprio qui.
Sia chiaro, ogni partito ha il diritto di plasmare la propria identità. Ma quando questo implica, quando si tratta di condannare limpidamente il fascismo, il dover spesso aggiungere una virgola, una nota o una cautela, il dubbio è inevitabile: parliamo di un problema di metodo o di difficoltà più profonde nel prendere distanza da rigurgiti nostalgici? Non si tratta di un'accusa, ma di una constatazione ricorrente.
In una terra come il Trentino, che ha fatto dell'Autonomia e della convivenza i cardini istituzionali, l'antifascismo non rappresenta un accessorio ideologico, ma un presupposto. D'altronde dovrebbe essere così ovunque. E non si chiede, ci mancherebbe, adesione emotiva: solo chiarezza politica.
Parliamo chiaro: votare contro il riconoscimento di un'ingiustizia compiuta dal regime non significa dichiararsi fascisti. Significa però non sentire l'urgenza di marcare distanze definitive. E la politica, ça va sans dire, cammina anche su distanze simboliche.
E allora - pur al netto dei "passi" fatti soprattutto dalla premier Meloni negli anni per "smarcarsi" da zone d'ombra scomode - la vera domanda che dovrebbe porsi Fdi non è perché venga spesso tacciata di ambiguità sul tema. Ma perché, quando si parla di memoria del fascismo, quella zona d'ombra torna a manifestarsi anche sottotraccia.
Ed è evidente che su tale tema - dove la linea di confine è chiara e costituzionale - rimanere sul bordo, seppur dal lato giusto, non è neutralità. È una scelta. E le scelte, nella politica e nella democrazia, contano più dei giri di parole.












