Scontri nelle piazze, l'Unione Comunità Islamiche: ''Non accusare l'intera comunità. No a presentare i musulmani come un corpo estraneo o una minaccia indistinta''
L'Ucii interviene rispetto alla narrazione fatta da informazione e politica di quanto accaduto nelle piazze italiane (e non solo) negli ultimi giorni: ''Quando la diversità viene descritta come pericolo e una sola identità culturale come l’unica legittimata ad appartenere al Paese, prende forma un fanatismo culturale che indebolisce la convivenza. Chiediamo di respingere ogni estremismo: quello religioso, che abbiamo sempre condannato, e quello culturale, che pretende di stabilire chi sia degno di appartenere all’Italia. Nessun estremismo si combatte alimentandone un altro''

MILANO. ''L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia esprime profonda preoccupazione per il ripetersi, nel dibattito pubblico e in una parte dell’informazione, di narrazioni che trasformano le condotte di singole persone in un giudizio su un’intera comunità religiosa. Quando un fatto di cronaca o un comportamento individuale vengono ricondotti automaticamente all’Islam, milioni di persone finiscono sul banco degli imputati per azioni che non hanno commesso. Questo meccanismo sostituisce i fatti con gli stereotipi e trasforma l’appartenenza religiosa in una presunzione di colpa''. Comincia così la presa di posizione dell'Unione della Comunità Islamiche d'Italia un ente religioso che da oltre 30 anni rappresenta e coordina numerose comunità islamiche in tutte il territorio nazionale e il riferimento è a quanto accaduto negli scorsi giorni con le manifestazioni in decine di città italiane ed europee. E il dito per i disordini, anche molto gravi, che si sono verificati in alcune situazioni (si pensi al disastro di Milano) è stato puntato sui cosiddetti ''maranza'', termine usato in senso dispregiativo e volto a indicare gli italiani di seconda o terza generazione spesso con origini nordafricane (nella parola ''maranza'' l'assonanza con Marocco è evidente).
Un termine, purtroppo, adottato anche dal mondo dell'informazione e della politica che, indubbiamente, non aiuta la società a comprendere la complessità di un fenomeno che mescola generazioni e rabbie ma semplifica nel modo più becero e immediato possibile. Ecco allora la presa di posizione delle comunità islamiche italiane per cercare di ''spegnere'' le fiamme di uno scontro di civiltà che viene da più parti evocato e ricordare che la comunità islamica in Italia è composta da milioni di persone (quasi il 5% della popolazione) e che generalizzare è quanto di più sbagliato si possa fare.
''La responsabilità - scrivono dall'Ucoii - in uno Stato di diritto, è personale. Nessuno dovrebbe rispondere delle azioni di chi condivide soltanto, realmente o presumibilmente, la sua fede. Non è una concessione a una minoranza, ma un fondamento della convivenza democratica. L’Ucoii ribadisce che l’Islam, le organizzazioni islamiche e le scelte dei loro rappresentanti possono essere criticati, anche duramente. La libertà di espressione e di stampa deve essere tutelata senza ambiguità. Ma criticare significa discutere fatti, idee e responsabilità precise. È cosa diversa dall’usare parole, titoli o immagini che presentano i musulmani come un corpo estraneo o una minaccia indistinta. Descrivere la partecipazione civile come infiltrazione, una richiesta di diritti come imposizione o un episodio individuale come prova contro una religione non informa: costruisce un sospetto collettivo. Quando la diversità viene descritta come pericolo e una sola identità culturale come l’unica legittimata ad appartenere al Paese, prende forma un fanatismo culturale che indebolisce la convivenza. Le parole possono aiutare a comprendere oppure preparare il terreno alla diffidenza e all’esclusione''.
''Chiediamo al mondo dell’informazione di verificare, contestualizzare e distinguere le condotte individuali dalle identità collettive - prosegue l'Unione delle Comunità Islamiche d’Italia -. Chiediamo alla politica di non usare l’islamofobia come strumento di consenso e di non trasformare cittadini, famiglie, lavoratori e giovani in bersagli della propaganda. Alle istituzioni e alla società civile chiediamo di respingere ogni estremismo: quello religioso, che abbiamo sempre condannato, e quello culturale, che pretende di stabilire chi sia degno di appartenere all’Italia. Nessun estremismo si combatte alimentandone un altro. L’Ucoii continuerà a intervenire quando la critica oltrepasserà il confine della responsabilità individuale per colpire una comunità religiosa. Lo farà nel confronto pubblico e, quando ne ricorreranno i presupposti, nelle sedi deontologiche e giuridiche competenti, valutando ogni caso nel rispetto della libertà di espressione. L’Italia deve affrontare i problemi reali senza fabbricare nemici. Sicurezza e coesione sociale si costruiscono riconoscendo le responsabilità individuali, contrastando ogni violenza e difendendo la dignità di tutti''.
Il Presidente dell’Ucoii, Yassine Baradai, dichiara: ''Non chiediamo immunità dalla critica e non vogliamo sottrarre nessuno al giudizio sui propri comportamenti. Chiediamo il contrario: che ciascuno risponda di ciò che fa e che nessuna fede venga trasformata nel capo d’accusa contro milioni di persone. Generalizzare non rende l’Italia più sicura; la divide. La responsabilità individuale, la precisione delle parole e il rispetto della dignità umana sono la base di una convivenza libera e matura''.


















