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| 25 apr 2017 | 06:47

La Resistenza di Renato Ballardini, l'ultimo testimone della Brigata Impera. "Non c'è più nessuno che ricorda e rispetta quegli anni"

Staffetta partigiana,con un gruppo di giovani liceali rivani si schierò apertamente contro il fascismo scegliendo la clandestinità. "Ma i fascisti sequestrarono mio padre, morì per le violenze subite. Non lo rividi mai più vivo"

RIVA DEL GARDA. "Resistenza, che valore può avere oggi questa parola?" La domanda, secca, la poniamo a Renato Ballardini, 93 anni tra qualche mese, avvocato ancora in attività, storico personaggio della sinistra trentina, per oltre vent’anni parlamentare socialista, deputato europeo, ma soprattutto ‘memoria vivente’ della Resistenza trentina.

 

La sua risposta tagliente quanto ponderata non lascia molti dubbi: “Non c’è più un ricordo preciso di quegli anni, perché non vedo movimenti politici che stimolino non solo a riscoprirla, ma a rispettarla. Per questioni di coscienza, di formazione culturale. Adesso abbiamo dimenticato l’importanza di godere della libertà.”

 

Renato Ballardini è l’ultimo testimone della Brigata Impera, un gruppo di giovani liceali rivani che si schierarono apertamente contro il fascismo, scegliendo la clandestinità, rifugiandosi sulle montagne della Rendena, collaborando con le formazioni partigiane delle Fiamme Verdi, gruppi di militanti del bresciano.

 

Rievoca aneddoti – in bicicletta, come staffetta, per portare messaggi memorizzati a brigate garibaldine che operavano nel sud del lago di Garda – ma soprattutto il ricordo dei suoi compagni resistenti, lo spirito critico di quei giovani, tra precauzioni e il tradimento di Fiore Lutterotti, figura losca, salvato dai servizi segreti della Repubblica di Salò, fatto emigrare con false identità probabilmente in Brasile.

 

Un tradimento che ha causato la morte di 8 partigiani rivani, il 28 giugno 1944. Con ripercussioni su tutta la Resistenza trentina. “L’eccidio di quel 28 giugno era stato preceduto da una serie di perquisizioni. Il clima si faceva pericoloso. Io riuscii a scappare, proprio due giorni prima, raggiungendo alcuni partigiani sulle montagne di Pinzolo. Ma i fascisti sequestrarono mio padre Remo. Lo portarono in carcere e – liberato qualche mese dopo – morì per le violenze subite. Io non seppi del suo arresto. E non lo vidi più in vita”.

 

Rievoca le tante figure di militanti della Resistenza trentina. Pure un prete, don Giovanni Parolari, ‘uno di noi’ – ribadisce l’avvocato Ballardini – noi che abbiamo imparato ad usare il nostro cervello stimolati da insegnanti democratici. Abbiamo rifiutato da essere ‘telecomandati’ dal Duce.

 

Anni di studio al Liceo Maffei. “E pensare che in seconda liceo fui bocciato. Stesso esisto per un mio amico, Sergio Delana. Bocciatura comunque che mi stimolò a confrontarmi con le prime azioni antifasciste.”

 

Resistenza oggi, che fare? Per ridare valori a quei concetti di libertà, bisogna recuperare il ruolo culturale della politica di oggi. “ Mancano progetti di formazione – ribadisce il partigiano Ballardini – oggi si parla solo con battute e si mira esclusivamente a conquistare il consenso. Il popolo è disorientato. Noi credevamo negli ideali, la difesa dei diritti civili, il rispetto dei popoli. Adesso tutto è un caos. Abbiamo appunto dimenticato il valore della libertà, intesa come eguaglianza, accoglienza, anelito di pace".

 

Così la parola ‘resistenza’ assume un significato passivo, atteggiamento ben diverso da quello che intrapresero i partigiani. Questioni legate al modello di società moderna. “E’ il mercato che domina, condiziona ogni meccanismo sociale – insiste Ballardini – con regole che hanno capovolto l’apparato produttivo, la domanda e l’offerta. Tutto meramente legato al denaro, al consumismo sfrenato. Ma il denaro non è un bene, ed è fuori controllo, favorendo speculazioni e guerre”. Non manca di citare le sue preoccupazioni per i ‘venti di guerra’ della Corea, le contrapposizioni tra Trump e Putin.

 

Diseguaglianze e false aspettative. “Perché il compito della politica è risolvere problemi che garantiscano equilibrio tra i popoli. Specialmente con il dramma dei migranti. Anche in questo bisognerebbe diminuire il mercato e aumentare lo Stato. Magari solo per questioni etiche… anche se dell’etica, ormai…”.

 

Poi il concetto di libertà. Che diventa feconda solo quando c’è il confronto. Un rapporto sempre più difficile. E il vecchio Ballardini, a chiusura del nostro incontro, vedendo gli appunti sul mio tablet, non manca di ribadire la sua fiducia nel confronto: “Comportarsi da homo sapiens, rispettando gli altri, i diversi, nello spirito della Resistenza. Superare facili stereotipi sociali. Recuperare valori e non fermarsi sulle immagini”.

 

Insomma, un uomo meno ‘digito’ e più ‘cogito.

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