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La triste storia della legge sulla doppia preferenza che anche questa volta è stata rinviata

Per un attimo sembrava possibile arrivare al risultato ma la maggiornaza ha preferito non sostenere la proposta avanzata da una parte della minoranza. Ecco i protagonisti, ecco come è andata

Di Donatello Baldo - 07 aprile 2017 - 06:53

TRENTO. Finisce anche questa volta con un nulla di fatto. La discussione della legge sulla doppia preferenza di genere è stata rinviata a data da destinarsi. La proposta di un emendamento sostitutivo combinata con la proposta di un referendum confermativo è stata fatta morire, soffocata sul nascere dalla stessa maggioranza. L'idea di Bezzi, Bottamedi e Cia definita inizialmente “praticabile” dalla stessa proponente Lucia Maestri si è però scontrata con la realtà: la maggioranza, che in fondo questa legge non la vuole.

 

Per metà giornata l'approvazione della norma è stata lì lì per essere raggiunta, si poteva quasi toccare la vittoria. Bastava uno sforzo in più, sarebbe stata necessaria la volontà politica, la voglia di portare a casa un impegno preso davanti a tutti gli elettori. La proposta c'era, gli emendamenti scritti nero su bianco. "Mancano le firme", l'obiezione del Pd: ma mancavano anche quelle della maggioranza, perché i capigruppo della coalizione non hanno sottoscritto il testo? "Non sono tecnicamente scritti bene, non sono sostitutivi perché identici". Ma allora perché la maggioranza non ha contribuito alla riscrittura, alla correzione degli emendamenti?

 

"Sono inammissibili gli emendamenti fuori tempo massimo". Ma dov'è scritto questo? "E' la prassi", dicono. Ma la prassi la si innova, si trasforma. Il regolamento dice che il presidente decide sull'ammissibilità e concede deroghe in casi eccezionali. E non sarebbe un caso eccezionale il ricorso al referendum? Perché Dorigatti ha continuato a dire questo: "Manca una firma, serve un altro capogruppo oltre a Bezzi e Fasanelli" (disposto a firmare se anche la maggioranza decidesse in tal senso). Ma veramente vale di più la firma di un capogruppo di fronte all'eccezionalità di un referendum che fa esprimere 300 mila elettori su una legge sostenuta già da interi Consigli comunali, Comunità di valle, sindacati e categorie economiche?

 

Come dicevamo, la proposta ha spiazzato tutti. Ognuno ha reagito a modo suo. Il presidente Bruno Dorigatti alla fine era stremato, la proponente Lucia Maestri era livida, arrabbiata. Ugo Rossi è corso in Aula a dare la linea, un poco confusa però, visto che ha dovuto ripetersi più volte per dire alla fine che l'unica proposta sul tappeto è quella sulla tripla preferenza presentata da Zanon.

 

Dorigatti, dicevamo. Il presidente del Consiglio si è trovato solo, lasciato a governare un'Aula in fibrillazione dopo la proposta-choc. L'ammissibilità degli emendamenti li decide lui, le valutazioni sull'agibilità dell'Aula gli competono per ruolo. Ma se dalla sua parte nessuno si alza per parlare, se nessuno lo sostiene, se nemmeno un consigliere del Pd si mostra interessato alla proposta è ovvio che si agita. E si chiede: "Ma 'sta maggioranza sgangherata cosa vuole veramente?" Dorigatti in questi casi si colora di rosso, muove la gamba compulsivamente, aumenta di un'ottava il timbro della voce e si capisce subito che avrebbe preferito stare a casa e mandare tutti a quel paese. E avrebbe fatto bene, perché alla fine se la politica non prende iniziative, se la coalizione non si coalizza attorno a una proposta, tutto si accumula sulle sue spalle e alla fine non gli resta che fumare dalle orecchie.

 

L'altra protagonista della giornata è stata la proponente Lucia Maestri. La consigliera del Pd che ha puntato quasi tutto su questa legge. La prima firmataria che deve condividere questa posizione con il cofirmatario Giacomo Bezzi. Lei vorrebbe uscirne vincitrice, comunque vincitrice anche se la legge poi non passa. Per questo accusa le minoranze: "Questa proposta che voi fate è solo un bluff", ha detto in uno dei pochissimi interventi fatti in Aula. Ma non è vero, era una proposta seria. E comunque in qualsiasi buon partita di poker il bluff lo si va a 'vedere'. Altrimenti si perde sempre. Maestri, incredibilmente, non prende la palla al balzo di questa proposta, non sfrutta la divisione della minoranza per arrivare alla votazione di una legge che lei stessa ha scritto di suo pugno. Un paradosso: più si avvicina la possibilità di portare a casa la doppia preferenza più lei diventa nera in volto. Perché la paura è quella che sia la minoranza a uscirne vincitrice, altre spiegazioni non ce n'è. L'altra paura è quella che qualcuno possa forse svelare la realtà, quella che dicevamo prima: su questa legge non c'è la compattezza della maggioranza di Ugo Rossi.

 

Ugo Rossi, lui, il capo della coalizione. Lui che arriva e dice chiaro e tondo che l'emendamento è carta straccia. Così, d'emblée, senza girarci attorno. Nessuna volontà di capire se questa possa essere la soluzione. "L'unica proposta sul tappeto – dice Rossi – è quella presentata dal consigliere Gianfranco Zanon". Quale proposta? Ovvio, quella che prevede la tripla preferenza, quella che in fondo piace molto all'Upt e al Patt. Quella che il Comitato delle donne giudica nefasta, quella che le consigliere della maggioranza hanno sempre detto di non voler nemmeno prendere in considerazione. Rossi rimane del suo colore rosa. Se Dorigatti vira al rosso e Lucia Maestri al viola scuro, lui rimane rosa. Lui lo sa che questa legge sulla doppia preferenza non sarà mai legge. Ché se passa è attraverso una mediazione che ribassa di molto l'obiettivo.

 

E allora andiamo a vedere quali sono le strategie che sono sottotraccia, cosa si muove. Perché la proposta-choc di ieri ha sparigliato le carte e ha rischiato di mandare a monte le trame che nell'ombra vengono tessute. Parliamo di Zanon, qui sopra evocato. Parliamo di Rodolfo Borga che tiene lì tutti i suoi emendamenti. Non parliamo invece del consigliere dei 5 Stelle Filippo Degasperi perché lui in fondo agisce per coerenza e l'ha sempre detto che la firma all'emendamento che taglia gli altri emendamenti non la mette. Impossibile convincerlo a cambiare idea.

 

Parliamo di Zanon, abbiamo detto. Parliamo del Carneade della politica trentina. Potremmo dire, citando Manzoni: "Zanon, chi era costui?".  E scopriamo che Zanon è un consigliere della minoranza ma nella scorsa legislatura era della maggioranza. Si dice che non interviene mai se non durante la manovra di bilancio, quando si accende e cambia quasi personalità. Allora parla, si ingegna, si spende in lungo e in largo. Ora, per caso (o forse no), si è trovato in mano l'emendamento tanto caro a tanti consiglieri della maggioranza, quello che prevede che alla doppia preferenza ne sia aggiunta una: la terza, l'unica che per forza deve essere di genere diverso dalle prime due. Un escamotage che salva la faccia ma affossa la legge. Rossi ieri gli ha fatto il filo, da lui in missione sono andati anche Alessio Manica e altri della coalizione. Dicono che addirittura l'emendamento tanto inviso alle donne del Comitato Non ultimi gli sia stato scritto dall'Upt. Così, per far capire come funziona dentro l'Aula consiliare.

 

Parliamo ora di Rodolfo Borga, il consigliere che coerentemente si è sempre opposto alla doppia preferenza. Degli ostruzionisti è ormai decano, instancabile, indefesso. Rinuncerebbe ai sui emendamenti per un accordo sulla tripla preferenza di Zanon? Perché l'emendamento ha bisogno di una strada spianata per andare in votazione senza gli emendamenti ostruzionistici. Ma quale accordo potrebbe accettare il consigliere che di solito non molla di un millimetro quando si tratta di bloccare leggi e mozioni che riguardino i diritti civili? Potrebbe cedere se il Pd appoggiasse la sua legge sulla candidabilità dei sindaci delle città fino ai 10 mila abitanti alle elezioni per il consiglio provinciale.

 

E per capire meglio di casa si tratti veramente, su cosa verta questo "scambio" che riuscirebbe a far desistere l'ostruzionismo di Rodolfo Borga, dobbiamo parlare di qualcuno che non c'era, del convitato di pietra di quest'ultima vicenda. Di Fabio Dalledonne, del sindaco di Borgo che se venisse (s)cambiata la legge sulle candidabilità dei sindaci con la legge sulle donne potrebbe diventare un futuro consigliere provinciale. Semplificando si potrebbe dire: la legge sulle donne scambiata per far eleggere il sindaco Dalledonne che proprio sulle donne, con un post su Facebook, era diventato, suo malgrado, "protagonista" di una discussione in consiglio provinciale che chiedeva chiarimenti e prese di distanze per un suo commento, per il quale si è scusato e riscusato sia sui social che sugli organi di stampa, ma che resta una brutta pagina che nessuno avrebbe mai voluto leggere.  Questa qua:


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