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Tagli ai vitalizi, c'è chi dice sì e c'è chi dice no. Ma se lo stesso principio si applicasse ai baby pensionati, cosa diremmo?

Il ddl approvato alla Camera (e che chissà quando dovrà passare al Senato) sta facendo discutere. I risparmi sarebbero minimi (70 milioni all'anno) e si introdurrebbe un "rischioso" precedente: trasformare in contributivo ciò che è stato retributivo. Se ciò si applicasse ai 500 mila italiani in pensione con meno di 50 anni saremmo ancora d'accordo. Storia di un "essere o non essere" che serve solo a chiederselo

Di Luca Pianesi - 30 luglio 2017 - 00:52

TRENTO. Vitalizi sì, vitalizi no. To be or not to be. Colpire uno dei simboli dei privilegi di una classe politica inadeguata e arruffona o andarci morbidi anche perché si potrebbe creare un precedente "pericoloso" per quasi 500 mila cittadini, quei baby pensionati che, dagli anni che furono, gravano sulle spalle di tutti i contribuenti? Il tema è in realtà meno banale di quanto appare. In questi giorni la Camera ha approvato la proposta Richetti che va a modificare il trattamento pensionistico dei parlamentari e degli altri eletti (compresi i consiglieri regionali e nel ddl si precisa che a riguardo dovranno legiferare appositamente le regioni e le province autonome). Due le modifiche principali: da un lato la riduzione dei vitalizi per gli ex parlamentari (ricalcolandoli sulla base del sistema contributivo e in maniera retroattiva) e, dall'altro, l’innalzamento dell’età pensionabile per i parlamentari attuali e futuri (fissandola a 65 anni).

 

E negli scorsi giorni anche in Trentino sono piovuti da un lato gli applausi e gli "era ora" e dall'altro dei non scontati (e molto impopolari, come ha detto lo stesso presidente della Provincia) "andiamoci piano" "forse è incostituzionale" e, addirittura, "utilizzeremo la nostra autonomia per non recepire la norma per i nostri ex consiglieri regionali" detta da Ugo Rossi. Il segretario generale della Fenalt Valentinotti ha commentato le dichiarazioni di Rossi definendole "scioccanti" che "vien da credere che molti politici non hanno più il senso della realtà, che il loro scopo principale è accumulare opportunità per loro: manca ogni senso di responsabilità e del pudore". E Claudio Cia consigliere provinciale di Agire ha rincarato aggiungendo che "il Presidente avrebbe fatto meglio tacere. Dimostrare rispetto per il sentimento di rabbia e frustrazione di tanti cittadini che sì, amano e difendono l'autonomia della propria terra, ma non tollerano che questa sia ridotta a feticcio, non è populismo, ma semplicemente attenzione verso una realtà che la politica non sembra più saper cogliere". 

 

Parole sacrosante, va detto. Ma bisogna mettersi d'accordo. Sul piano giuridico ed economico il ddl Richetti presenta davvero tante punti di domanda. Sul piano politico, invece, il segnale da dare può restare importante come dice anche Cia "per dimostrare rispetto per il sentimento di rabbia e frustrazione di tanti cittadini". Andando con ordine si può dire che ad oggi sono circa 2.600 gli ex parlamentari che ricevono il loro bel vitalizio per un totale di 193 milioni di euro netti che gravano sulle casse pubbliche ogni anno.

 

Con i calcoli fatti dall'Inps ricalibrando il vitalizio in base a quanto versato dagli ex parlamentari, si arriverebbe a una riduzione di circa il 40% di questa somma e lo Stato arriverebbe a risparmiare circa 70 milioni di euro all'anno (addirittura ci sarebbero 117 ex parlamentari che, essendo rimasti per molto tempo in parlamento, vedrebbero aumentare il loro attuale vitalizio. Tra questi si parla per esempio di Alberto Michelini, Paolo Cirino Pomicino, Emma Bonino ma non è escluso vi rientrino anche alcuni ex di casa nostra). Una piccola somma per un grande messaggio politico volto a ribadire che i nostri amministratori ci sono vicini in questo periodo storico difficile (si diceva così anche 6, 7 anni fa).

 

Se, però, per assurdo, estendessimo la stessa riforma ai cittadini cosa accadrebbe? Ci sono, infatti, più di 400 mila nostri amici, genitori, parenti, conoscenti che, da ex dipendenti pubblici, sono andati in pensione prima dei 50 anni e altri 100 mila baby pensionati i quali, tutti assieme, valgono alle casse pubbliche circa 9,5 miliardi di euro all'anno. Insomma soldini veri. Il principio della retroattività con passaggio, d'emblée, dal contributivo al retributivo, in questo caso avrebbe davvero una valenza economica ma, di conseguenza, avrebbe anche dei devastanti effetti sociali. Ora ai politici sì e ai cittadini no? Si potrà dire che già la legge Fornero, in passato, ha agito retroattivamente sulle pensioni e i diritti acquisiti di tanti cittadini, ma si potrà anche dire che il vitalizio come veniva inteso qualche anno fa (e tanto faceva, giustamente, arrabbiare) è già stato abolito.

 

Dalla riforma del 2012 dei Regolamenti interni delle Camere (per i neo eletti) i parlamentari versano mensilmente al Fondo pensioni di Camera e Senato un contributo pari all’8,8% della propria indennità parlamentare lorda (circa 800 euro), che si sommano a quanto versano le Camere per ciascun eletto (circa 1.500 euro mensili). L’unico vero privilegio (oltre ai lauti compensi) che restava ai parlamentari era la possibilità di andare in pensione a 65 anni invece che a 66 anni e 7 mesi (come per gli altri cittadini), con la possibilità di abbassarla fino a 60 anni se avessero completato più di una legislatura. La proposta Richetti blocca l'età a 65 anni.

 

In realtà il trascinarsi della questione vitalizi sì, vitalizi no, dimostra più che altro una cosa: che il dibattito politico, in Italia, come in moltissimi altri settori, ama restare sempre fermo, immobile, identico a sé stesso. Parlare, sempre, delle stesse cose, è un buon modo per non andare avanti, per non affrontare i problemi veri che quotidianamente cambiano, si aggiungono, crescono. To be or not to be? L'importante è chiederselo, sempre, sognanti. E, per la cronaca, si deve ancora passare al Senato, quindi campa cavallo che l'erba cresce.

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