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Si può morire anche se l'imbrago attutisce perfettamente la caduta. La "sindrome da sospensione" spiegata dai medici di Eurac

La ricerca condotta dai medici di Eurac research su 20 climber per studiare il meccanismo che provoca la sindrome da sospensione

Di Lucia Brunello - 10 gennaio 2020 - 21:18

BOLZANO. L’imbrago salva la vita e guai a chi arrampica o frequenta vie ferrate e non lo utilizza. Si tratta infatti di un indumento importantissimo nel panorama dell'alpinismo moderno, in grado di scongiurare, in caso di eventuale caduta, un fatale impatto con il terreno. Esistono però delle circostanze in cui persino l'indispensabile accessorio può mettere a serio rischio la salute dell'alpinista o del lavoratore che lo sta indossando. In seguito ad un “volo”, vi è infatti il pericolo di trovarsi vittima della sindrome da sospensione, risposta naturale del corpo che si verifica quando la persona incidentata si ritrova appesa alla corda con gambe e braccia a penzoloni, posizione che va ad alterare la normale funzione dell'apparato cardiocircolatorio. 

La posizione inerte del corpo può provocare una breve e transitoria perdita di coscienza, in linguaggio medico definita come sincope vasovagale. Uno svenimento all’apparenza banale che può però avere un risvolto tragico se la vittima si trova in posizione verticale o inarcata sulla schiena, esattamente come succede a chi è appeso per un imbrago. Un progressivo accumulo del sangue nelle gambe provoca una dilatazione delle vene, riducendo drasticamente la presenza di ossigeno nel cervello, condizione che può portare ad un arresto cardiaco.

 

A partire dagli anni settanta la comunità medica ha iniziato a studiare alcuni casi riportati dalla stampa: i soccorritori non capivano come mai alpinisti che cadevano e rimanevano appesi alla corda morissero improvvisamente anche se non avevano riportato traumi significativi.

 

Uno studio degli esperti di medicina d’emergenza di Eurac Research ha svolto dei test e condotto delle ricerche per spiegare questo particolare meccanismo. I risultati sono stati pubblicati recentemente sulle riviste “European Journal of Applied Physiology” e “Wilderness & Environmental Medicine”. “Abbiamo osservato che il cuore lavora in modo regolare fino al crollo improvviso - spiega Simon Rauch, medico rianimatore e responsabile dello studio condotto da Eurac -. Siamo quindi giunti alla conclusione che si tratti di un riflesso del nervo vago, lo stesso che fa svenire i soldati che rimangono a lungo immobili durante i turni di guardia”.

 

Per capire come funziona la sindrome da sospensione, gli studiosi di Eurac Research hanno effettuato un esperimento su 20 individui maschi in salute, con età compresa tra i 21 e i 46 anni. Questi sono stati vestiti di imbrago e sospesi a 50 cm da terra per un massimo di 60 minuti sia a riposo, sia dopo aver arrampicato per 10 minuti ad intensità moderata. I medici hanno svolto vari monitoraggi sul sistema cardiocircolatorio e nel 30% dei casi i test sono stati interrotti perché i climber stavano per svenire.

 

La crisi si scatena all’improvviso senza segnali premonitori - precisa Rauch -. Per questo i soccorritori devono essere veloci a staccare alpinisti o operai, anche se sembrano in forma”. Tra le altre raccomandazioni i ricercatori suggeriscono di distendere le vittime in posizione orizzontale, e non semiseduta, per favorire l’afflusso di sangue al cervello. In attesa dei soccorsi, raccomandano di muovere quanto più possibile le gambe. “Non ci è totalmente chiaro l'automatismo che governa questa sindrome ma, alleviando l’accumulo di sangue venoso nelle gambe, crediamo si possa ritardare la crisi”, spiega Rauch.

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